Cultura

Le aree interne dell'Italia tra abbandoni e riconquiste

In un volume curato da Antonio De Rossi l’approccio al problema del recupero e dello sviluppo dei territori marginali 


21/01/2019

di Tancredi Re


Le aree interne sono quei territori caratterizzati da una significativa distanza dai principali centri di offerta di servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità collettiva); una disponibilità elevata d’importanti risorse ambientali (idriche, sistemi agricoli, foreste, paesaggi naturali ed umani) e culturali (beni archeologici, insediamenti storici, abbazie, piccoli musei, centri di mestiere); territori complessi, esito delle dinamiche dei sistemi naturali e dei processi di antropizzazione e spopolamento che li hanno caratterizzati nel corso di decenni. 
Nel nostro Paese le aree interne sono comprese nei territori del 53% dei comuni (sono in tutto 4.261), ospitano il 23% della popolazione (oltre 13,54 milioni di abitanti), ed occupano una porzione del territorio che supera il 60% della superficie nazionale. 
A parte le peculiarità storiche, culturali e naturali di ciascun territorio, una quota rilevante delle “aree interne” ha subito gradualmente, dal Secondo dopoguerra ad oggi, un processo di progressiva marginalizzazione, segnato come elemento principale dal calo demografico e dallo spopolamento. Non tutte, però: infatti, laddove i Comuni hanno cooperato per la produzione di servizi essenziali e per tutelare e valorizzare le risorse ambientali o culturali, sono emersi esempi di politiche avvedute e buone pratiche. 
Prendendo spunto dagli esempi virtuosi ci si chiede che cosa si possa fare per favorire il recupero e il rilancio delle aree interne creando opportunità di crescita e di sviluppo per le popolazioni che vi risiedono. 
Occorrerebbe verosimilmente una strategia nazionale, robusta, partecipata e continuativa nel tempo per consentire lo sviluppo di questi territori. Sul modello di quella avviata nel 2013, su impulso del ministro della Coesione territoriale, Fabrizio Barca, denominata proprio Strategia nazionale per le aree interne (Snai). Coordinata dall’Agenzia per la coesione territoriale con il coinvolgimento dei Ministeri responsabili per il coordinamento dei fondi comunitari d’intesa con le Regioni e in cooperazione con l’Associazione italiana dei comuni italiani (Anci) e l’Unione delle province italiane (Upi). 
Il principio guida è quello di un intervento partecipato e radicato sul territorio in cui lo stesso è il vero protagonista. Attualmente le aree progetto selezionate sono 71, interessano il 16,9% del territorio nazionale ed il 3,46% della popolazione nazionale (2,1 milioni circa al 2011). Il 62% degli abitanti delle aree progetto vive in aree classificate come “periferiche” o “ultra-periferiche”, ovvero che distano almeno 40 minuti dai propri poli di riferimento. 
Le aree sono composte in media da 15 comuni e 30mila abitanti in media e sono caratterizzate da una perdita di popolazione tra il 2001 ed il 2011 del 4,3%. La dotazione di spesa ha raggiunto 190 milioni di euro, ripartiti così: 16 milioni per il 2015, 60 milioni per il 2016, 94 milioni per il 2017 e 20 milioni per il 2018. L’effetto leva degli interventi è stimato da 1 a 4, rispetto alle risorse del Patto di Stabilità. 
Questo è quanto si sta facendo per le aree interne ed un’attenzione particolare verso di esse è stata manifestata dal Governo presieduto dal professore Giuseppe Conte nel Piano nazionale delle Riforme e nella Manovra finanziaria del triennio 2019-21. 
Su questo tema può risultare stimolante la lettura del libro Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste a cura di Antonio De Rossi (Donzelli, pagg. 594, euro 37,40). 
“Non è la prima volta che gli spazi sui margini, dell’Italia interna, delle Alpi e degli Appennini, delle montagne e campagne rurali profonde sono oggetto di attenzioni, studi, politiche” ricorda nell’introduzione Antonio De Rossi. “A partire dagli anni dello Stato post-unitario, e poi attraverso il ventennio fascista e la successiva storia repubblicana, a ondate, si susseguono ricerche e proposte: dall’Inchiesta agraria Jacini, passando per quella sulla Sicilia di Franchetti e Sonnino, fino alla grande indagine di rilievo internazionale su Lo spopolamento montano in Italia sviluppata a partire dalla fine degli anni Venti del Novecento dall’Istituto nazionale di economia agraria e dal Comitato nazionale per la geografia del Cnr, la cui lettura colpisce ancora oggi per la continuità e permanenza di molte criticità strutturali e culturali. E poi proposte di riforma agraria, progetti di bonifica integrale, leggi per la montagna, piani e misure per il Mezzogiorno”. 
Un molteplice e stratificato palinsesto di studi ed iniziative insomma che, oltre a consentire la comprensione degli immaginari delle élites politiche e culturali nazionali intorno a questi territori, fa intravedere una costante preoccupazione – dettata alternativamente da sguardi paternalistici, da interessi nazionalistici, da slanci riformatori – per le condizioni di sottosviluppo e di progressivo arretramento delle montagne e delle aree interne del Paese, in cui la marginalità fisica e geografica sembra coincidere, senza scarti, con la marginalità economica e sociale. 
Rispetto a questa traiettoria che ha attraversato la storia dell’Italia per circa un secolo e mezzo, il rinnovato interesse per le aree interne italiane che oggi si manifesta segna però una radicale differenza e novità. E qui sta il nodo e il punto di leva intorno al quale è stato realizzato il volume Riabitare l’Italia. Perché se è vero che le fragilità e gli arretramenti continuano a persistere e talvolta a riprodursi e incrementarsi ulteriormente, è al contempo anche evidente come per la prima volta questi territori inizino a essere visti non più solo come un problema, ma anche come un’opportunità. “Perché le aree interne italiane, le montagne alpine e appenniniche, sono un campo di possibili nuove iniziative ed economie, che insieme alla valorizzazione patrimoniale richiedono innanzitutto innovazioni tecniche, sociali, amministrative, gestionali, imprenditoriali”. 
Occorre allora “invertire lo sguardo. Guardare all’Italia intera muovendo dai margini, dalle periferie. Considerare le dinamiche demografiche, i processi di modernizzazione, gli equilibri ambientali, le mobilità sociali e territoriali, le contraddizioni e le opportunità, per una volta all’incontrario. Partendo dalla considerazione che l’Italia del margine non è una parte residuale; che si tratta anzi del terreno forse decisivo per vincere le sfide dei prossimi decenni”. 
Nel libro si confrontano le riflessioni di storici, territorialisti, architetti, geografi, demografi, antropologi, sociologi, statistici, economisti, ecologisti. Si analizzano le ragioni degli abbandoni, degli spopolamenti, dei flussi, delle nuove mobilità in ingresso. Si misurano la qualità e il livello dei servizi di cittadinanza, facendo anche tesoro del patrimonio di conoscenze e di azione pubblica sul campo della Strategia nazionale per le aree interne, posta in essere negli ultimi dieci anni dal Dipartimento per le politiche di coesione di cui si è detto sopra. 
Si scopre così un’altra Italia, che partecipa pienamente alle sorti comuni del Paese, ma che soffre di più; e che sta provando a riorganizzarsi, a ripopolarsi grazie ai giovani e agli immigrati, ad inventare nuove imprenditorialità, ad esprimere una nuova consapevolezza ecologica. Un Paese che non rimuove la nostalgia dei luoghi, ma ne fa la premessa indispensabile per tramutare la rabbia e i risentimenti nell’impegno per una nuova fase di avanzamento sociale.

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