Cultura

La vita? Un incredibile viaggio, che cambia e sorprende a ogni curva

Nella sua biografia romanzata Non perderti niente, Luca Barbarossa si racconta mettendo a nudo anche le sue fragilità. Partendo da quando, ancora minorenne, suonava e cantava con un amico in Piazza Navona per raccattare un po’ di quattrini. Innamorandosi di una francesina con un vizietto al seguito...


10/05/2021

di VALENTINA ZIRPOLI


Gli aggettivi che lo riguardano si sprecano: un cantante e musicista eclettico che suona la chitarra, il pianoforte e l’ukulele (ha persino composto il brano Il canto per Luciano Pavarotti), ma anche una persona mai sopra le righe, benvoluta da tutti (nel 1988 ricevette i complimenti in diretta da Dario Fo e Franca Rame per la sua canzone L’amore rubato). Non bastasse un comunicatore nato che cattura e intriga evitando gli eccessi e che ci ma messo del suo anche in campo teatrale e in Rete (su Instagram ha un account da migliaia di follower). 
Che altro? Un presentatore radiofonico di livello, da dieci anni alla guida di Radio 2 Social Club (“Poter far musica dal vivo, e non solo in tournée, è stata una scelta vincente. E io volevo dare vita appunto a un luogo dove gli artisti potessero esprimersi in un clima disteso, familiare. Credo di esserci riuscito, complice l’amico Andrea Perroni”). Lui che, per non farsi mancare nulla, si propone anche come scrittore con una prima volta che non sembra affatto una prima volta, ovvero Non perderti niente (Mondadori, pagg. 189, euro18,00), una autobiografia dove mette a nudo certe sue fragilità e che ha scritto con il cuore. Da primo della classe, tanto è vero che si legge come un romanzo.  
Di chi stiamo parlando è presto detto. Di Luca Barbarossa, sposato con Ingrid Salvat (una donna schiva quanto riservata di origini francesi alla quale ha dedicato la canzone sanremese Passame er sale) e padre di tre figli: Valerio, Flavio e Margot. Un artista giovanilmente intrigante (è infatti nato a Roma il 15 aprile 1961) con un debole dichiarato per il dialetto (“È il suono della nostra vita, la lingua della verità”) e soprattutto per il calcio (“Nonostante i sessant’anni, Covid permettendo, non ho intenzione di mollare la nazionale cantanti”, della quale risulta capocannoniere con 221 reti in 259 partite). 
Una biografia, la sua, che si avvale di un incipit che lascia il segno, dove verità e aspirazioni, male di vivere e voglia di ricominciare si sposano in una amalgama di livello. Subito catturando e intrigando quando ci parla appunto di quel suo folle amore giovanile che, nonostante tutto, sarebbe finito per perdersi per strada (ma non per colpa sua). Si chiamava Sophie, quella studentessa, e veniva dal nord della Francia con il compagno Pierre, che faceva il mangiafuoco “senza saperlo fare”. E sarebbe stata passione vera per quella ragazzina che si drogava e che in tutti i modi avrebbe cercato di farla smettere… 
Già, la strada, che Barbarossa sostiene di amare perché da lì viene e a lei sente ancora di appartenere. A partire da quando, studente liceale (per la cronaca sui banchi di scuola, nell’ora di italiano, aveva composto una delle sue più belle canzoni, Roma spogliata), l’aveva eletta a luogo di partenza per i suoi sogni. 
Lui che nonostante i successi incassati si ritiene un “dilettante della musica”; lui che da ragazzino avrebbe voluto essere Adriano Panatta; lui che a un certo punto avrebbe sentito l’esigenza di raccontare la vita che stava vivendo (“Roma spogliata, o Roma puttana che dir si voglia, non è altro che la descrizione di quello che vedevo in giro: quando bivaccavo in città o salivo sugli autobus o entravo in un bar d’inverno per scaldarmi…”); lui che dopo vent’anni di ribalta aveva deciso di rallentare come autore e cantante, un po’ per qualche mezzo flop ma anche perché riteneva fosse giunto il momento di iniziare a… crescere. 
E ancora: lui che insieme all’amico Mario Amici (di tre anni più anziano, già “molto bravo con la chitarra acustica e straordinario nel controcanto, nell’armonizzare quello che cantavo”) giocavano a proporsi degli “americani a Roma”. Cercando di raggranellare un po’ di quattrini in Piazza Navona, a suo dire la sua seconda cosa, con chitarre, sacchi a pelo e tenda al seguito. “Un po’ per colpa dei miei genitori che nel pieno dell’adolescenza mi avevano portato a vivere in campagna, nei pressi di Mentana”. 
Insomma, inizi non certo facili, impregnati di passione, di incognite e qualche salto nel buio. Sin quando la ruota sarebbe incominciata a girare. “Grazie a Gianni Ravera, grande organizzatore, che mi volle alla finale di Castrocaro nel 1980 con Roma puttana. Vinsi e nel 1981 partecipai di diritto al Festival di Sanremo con la stessa canzone, divenuta per l’occasione Roma spogliata. Festival che avrei peraltro vinto nel 1992 con Portami a ballare”. 
E poi via via a raccontare degli incontri straordinari che hanno reso altrettanto straordinaria la sua storia di vita e di artista: con Maradona e Luciano Pavarotti, Roberto Benigni e Bruce Springsteen, così come quelli con una spogliarellista spagnola, un pescatore cubano, un mago messicano e il suo… gallo Django. Di fatto una autobiografia fuori dalle righe, legata a un incredibile viaggio di vita, che cambia e sorprende a ogni curva. Una storia che procede a strappi, “chiedendo passaggi in autostop alla memoria”. Prendendosi gioco del tempo che “si allunga, si accorcia, è prematuro, in ritardo. Anche se qualche volta è di una puntualità spiazzante”. 
E canzoni come Roma spogliata, Via Margutta, L’amore rubato, Portami a ballare e Passame er sale non risultano mai slegate dalle sue vicende personali e non: il cineforum alla sezione della Fgci di Mentana, gli anni di piombo, Roma, la Roma come squadra di calcio, il Social Club, gli amori tossici, fugaci, eterni... Salvo però precisare: “Ho sempre detestato il termine canzone impegnata. Per me è una espressione che non significa nulla. Ci sono canzoni d’amore che sono più rivoluzionarie di quelle che pretendono di esserle. Per me le canzoni devono infatti risultare un mix di musica e parola. E quando l’una prevale sull’altra, o viceversa, non è più una canzone…”.

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