Cultura

La storia del Papa che voleva farsi Re

Unendo una narrazione avvincente all’accuratezza dell’analisi storica, David Kertzer racconta le vicende di Pio IX che cullava il sogno rivoluzionario della Repubblica romana, ma dovette arrendersi al Regno d’Italia ponendo fine al potere temporale della Chiesa Cattolica


14/10/2019

di Giambattista Pepi


Il conclave del 1846, che seguì la morte di Papa Gregorio XVI si svolse in un periodo molto turbolento per la storia dell’Europa e della penisola italiana. Per questo motivo molti cardinali stranieri decisero di non parteciparvi: solo 46 dei 62 cardinali erano infatti presenti. 
Entrando nella Sistina, i cardinali si divisero subito in due fazioni: quella conservatrice supportava il cardinale Luigi Lambruschini (segretario di Stato del precedente pontefice), quella progressista, aveva due candidati: il cardinale Tommaso Pasquale Gizzi e il cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti, membro della famiglia dei conti omonimi. 
Al primo scrutinio i voti si divisero egualmente fra i diversi candidati, ma a quel punto i favoriti Lambruschini e Gizzi sembravano fuori gioco. Il 16 giugno, secondo giorno di conclave, Mastai Ferretti fu eletto al soglio pontificio assumendo il nome di Pio IX. L’Europa liberale applaudì alla sua elezione. 
Nonostante le aperture liberali, le riforme e le concessioni generose, Pio IX sarebbe stato travolto dall’ondata rivoluzionaria che stava scuotendo in quegli anni l’Europa. Fu l’ultimo Papa - Re dello Stato Pontificio fino al 1870: l’anno della breccia di Porta Pia, dell’annessione di Roma al Regno d’Italia (1861) sotto la dinastia dei Savoia e della fine del potere temporale plurisecolare della Chiesa Cattolica.  
Alla figura controversa e complessa di questo Pontefice sospeso tra riformismo, conservatorismo e restaurazione è dedicato il libro Il Papa che voleva essere re (Garzanti, pagg. 557, euro 25,00). 
Scritto da David I. Kertzer (insegna Italian studies alla Brown University e con Il patto del diavolo, dedicato ai rapporti fra Pio XII e Mussolini ha vinto il Premio Pulitzer nel 2015), il volume (The Pope who would be King è il titolo originale dell’opera, tradotta da Paolo Lucca) narra con grande forza evocatrice e accuratezza dell’analisi storica quegli anni riportando in vita gli eccezionali protagonisti di quelle vicende (Napoleone III, Garibaldi, Tocqueville, Metternich) e getta nuova luce sul declino del potere religioso in Occidente e sulla nascita della moderna Europa. 
Dicevamo sopra, che questo Papa – il cui pontificato fu il più lungo della storia della Chiesa Cattolica, dopo quello di San Pietro, essendo durato dal 1846 al 1878: 31 anni, 7 mesi e 23 giorni - provò a barcamenarsi tra la corrente conservatrice e reazionaria della Chiesa e quella progressista e riformatrice, cercando di mantenere un equilibrio tra di esse, ma finendo per scontentare entrambe. 
Tutto questo avveniva in un periodo storico convulso e drammatico: l’Europa nei primi decenni dell’800 era scossa dai moti rivoluzionari che miravano a sovvertire le monarchie assolute, propugnavano l’approvazione negli Stati di Costituzioni che riconoscessero i diritti e le libertà fondamentali dei popoli, ponendo limiti all’esercizio della sovranità da parte di chiunque detenesse il potere. E quindi anche l’antico Stato Pontificio, dove il Papa - capo della Chiesa Cattolica, ma anche Re di una Monarchia assoluta, sommando il potere temporale e quello spirituale – subì gli scuotimenti delle rivolte e delle ribellioni delle popolazioni pontificie che condividevano gli stessi aneliti e propositi degli altri movimenti rivoluzionari europei. 
Il primo tentativo di rispondere alle sollecitazioni di un cambiamento nella gestione del potere assoluto della Chiesa come Monarchia unica e indissolubile avvenne il 14 marzo 1848 quando Papa Pio IX concesse la costituzione (Statuto Fondamentale per Governo Temporale degli Stati della Chiesa), seguendo l’esempio del sovrano del Regno delle Due Sicilie. Lo Statuto istituiva due Camere legislative e apriva le istituzioni (sia legislative sia esecutive) ai laici. 
Ma ancora prima, per la verità, il Papa aveva per così dire inaugurato la stagione delle riforme con la concessione di un’amnistia generale per i reati politici: 400 persone uscirono dalle prigioni e altri 400 poterono rientrare in Patria dall’esilio.  Poi, uno dietro l’altro, sarebbero seguiti la costituzione della Consulta di Stato, la concessione della libertà agli ebrei, la libertà di circolazione dei giornali, l’istituzione di una nuova Cassa di Risparmio unita a una moderazione della censura preventiva, l’inizio della costruzione di ferrovie, e la costituzione del Municipio di Roma. 
Un’epoca di grandi riforme che lasciava presagire nei patrioti italiani che Pio IX fosse un uomo di idee liberali e aperto alla causa nazionale dell’unità d’Italia. Cosa che non corrispondeva alla realtà. Ma tant’è.  
Dopo le dimissioni del Presidente del Consiglio Odoardo Fabbri (15 settembre 1848), il pontefice nominò, avendo considerato le sue qualità, suo successore Pellegrino Rossi, già ministro dell’Interno e convinto federalista. 
Nel giro di pochi mesi, Rossi avviò la riorganizzazione delle Finanze e dell’esercito. Il ministero delle Armi fu assegnato al generale Zucchi, che avviò la riorganizzazione delle forze armate pontificie. Ma la mattina del 15 novembre 1848, giorno di riapertura del Parlamento, Rossi fu accoltellato sulle scale del Palazzo della Cancelleria; il suo assassinio fu l’inizio della serie di eventi che portarono alla proclamazione della Repubblica Romana.  
A seguito dell’assassinio, i rivoluzionari, guidati da Ciceruacchio, pretesero di dettare condizioni per la formazione del nuovo governo. Pio IX, non volendo scendere a patti con essi, ma avendo capito che un’azione repressiva avrebbe potuto innescare una guerra civile, decise di lasciare Roma. Il 24 novembre 1848 il pontefice partì nottetempo, vestito da semplice sacerdote, con destinazione Gaeta nel territorio del Regno delle Due Sicilie. 
In esilio il Papa sarebbe rimasto 17 anni prima di rientrare a Roma aiutato dai francesi ai quali si era rivolto perché lo aiutassero a riprendere il potere.    
Il 17 marzo 1861 venne proclamato a Torino il Regno d’Italia. Il giorno seguente, Pio IX espresse in un’Allocuzione ufficiale una tempestiva risposta a Re Vittorio Emanuele: “Da lungo tempo si chiede al Sommo Pontefice che si riconcili con il progresso e con la moderna civiltà. Ma come mai potrà avvenire un simile accordo, quando questa moderna civiltà è madre e propagatrice di infiniti errori e di massime opposte alla fede cattolica?”. 
Il 18 settembre 1860 in seguito alla battaglia di Castelfidardo le truppe piemontesi sconfissero quelle svizzere conquistando le Marche e l’Umbria, regioni che poi furono annesse al Regno di Sardegna a seguito di un plebiscito. Il territorio posseduto dalla Chiesa fu ridotto al Lazio. Il re Vittorio Emanuele II si era impegnato con l’imperatore francese Napoleone III a non attaccare Roma, che effettivamente non fu coinvolta nella campagna del 1860. 
Lo scontro con il neo costituito Regno d’Italia era, però, rimandato per poco.  
A metà settembre del 1870 due divisioni dell’esercito italiano al comando di Raffaele Cadorna entrarono nel Lazio e il 18 settembre giunsero a Roma sotto le mura Aureliane. Vista la disparità delle forze in campo e considerata l’inutilità di uno scontro armato, il pontefice ordinò agli zuavi pontifici un’opposizione formale allo scopo di evitare spargimenti di sangue e di rendere comunque evidente la violenza subita, con il proposito “di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone”. Il 20 settembre Roma fu attaccata e occupata attraverso la breccia di Porta Pia. Alla fine degli scontri si contarono 49 caduti tra l’esercito sabaudo e 19 tra i pontifici. 
Il Papa si ritirò nel Vaticano rifiutando di riconoscere il nuovo Stato e dichiarandosi prigioniero politico. Questa situazione, indicata dalla storiografia come Questione romana (la controversia - dibattuta durante il Risorgimento - relativamente al ruolo di Roma sede del potere temporale del Papa, ma, al tempo stesso, capitale del Regno d’Italia) perdurò fino ai Patti Lateranensi del 1929, sottoscritti in accordo col governo fascista. 
Conseguentemente Pio IX, il 10 settembre 1874, promulgò il famoso “non expedit” con il quale veniva palesemente sconsigliata la partecipazione di ecclesiastici e cattolici alla vita politica del neo Stato italiano, nato da un violento atto contro lo Stato della Chiesa. 
Il 13 maggio 1871 fu promulgata la Legge delle Guarentigie con la quale lo Stato italiano stabiliva unilateralmente i diritti e i doveri dell’autorità papale. Il 21 agosto 1871 Pio IX scrisse a re Vittorio Emanuele II, esprimendo le ragioni per cui non poteva accettare la legge. Fino alla sua morte il Papa continuò a definirsi “prigioniero dello Stato italiano”. 
Una storia molto lontana nel tempo, ma che permette ai noi contemporanei – se ne avessimo voglia – di riavvolgere il filo della storia d’Italia e dei rapporti burrascosi tra il nascente Regno d’Italia e lo Stato Pontificio e la Chiesa Cattolica. Una storia che – come tante altre - non fu fatta solo da aneliti nobili, gesta eroiche, fieri propositi, ma anche da sordidi intrighi di palazzi, tradimenti inverecondi e colpi di scena. Dei quali è intessuto tutto il pontificato dello storico Papa che voleva farsi Re, così magistralmente raccontata da Kertzer.

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