Cultura

La poesia e il mistero dell'Appennino alle prese con una scomparsa

Sabina Macchiavelli, figlia d’arte, dà voce alla garbata storia di una famiglia allargata, alle prese con una sparizione, una ambigua telefonata e una morte annunciata. Il tutto all’insegna di dolorosi ripensamenti e reciproche accuse


17/07/2019

di Lucio Malresta


Buon sangue non mente. È arrivata sugli scaffali delle librerie Sabina Macchiavelli, figlia del grande Loriano, con un garbato lavoro che a sua volta si nutre dei sapori e delle atmosfere, non sempre idilliache, dell’Appennino emiliano, dove l’autrice peraltro vive dedicandosi all’organizzazione di eventi, all’insegnamento privato di lingue straniere e alla conduzione di laboratori di scrittura creativa. 
Si tratta di una prima volta (nel 2013 aveva scritto con il padre l’antologia di racconti E a chi resta, arrivederci) intitolata Più di così si muore (pagg. 218, euro 12,00), un romanzo che, con mano ferma, raccoglie un intreccio di storie legate alla scomparsa di un uomo, la cui ricerca diventa una specie di indagine sui rapporti parentali. 
Un testo edito dalla storica casa bolognese Giraldi, passata di mano nel dicembre 2011 e ora forte di una redazione giovane che crede ancora “nel profumo della carta” e soprattutto negli autori. Fermo restando che “se i libri incontrano le persone, le persone finiscono per diventare lettori”. 
Sabina Macchiavelli, si diceva. Una penna che ci sa fare, che sa andare al nocciolo della questione. Che si tratti di un vizio di famiglia? Se lo domanda ironicamente Macchiavelli senior. Per poi rispondersi: “Non so se lo sia. Sta di fatto che anche Sabina ha voluto proporsi nel suo primo romanzo. Che io lo abbia letto e che mi sia piaciuto non ha alcuna importanza. Vorrei che fossero i lettori a deciderlo. E magari, poi, a consigliarmi di cambiare mestiere. Ma vi avverto: sarà molto, molto difficile convincermi”. Insomma, la vivacità e l’acutezza intellettuale del grande vecchio del giallo all’italiana, 85 anni suonati, continua a tenere banco. 
Per conoscerla meglio, ricordiamo che Sabina Macchiavelli è nata a Bologna il 19 luglio 1964, città dove si è laureata in Lingue e Letteratura straniera; lei accanita lettrice con un debole dichiarato per la letteratura inglese (sia quella dell’800 che quella di oggi); lei portatrice di un carattere determinato per le cose che la interessano, ma anche capace di abbattersi quando i risultati non arrivano; lei amante dei viaggi e dell’insegnamento (un piacere, quest’ultimo, accantonato nel momento stesso in cui si era trovata a far di conto più con la burocrazia che con la vera attività didattica). E così oggi si offre come autrice di audio-documentari nonché studiosa di docufiction radiofonica, materia per la quale ha ottenuto un “freschissimo” dottorato presso la University of South Wakes di Cardiff. E, come se non bastasse, si propone anche come prima guida, unitamente al compagno Franco Insalaco, del “Giardino filosofico e Inventificio poetico”. 
Di cosa si tratta? Ricorriamo alla spiegazione degli interessati: “Il Giardino filosofico l’abbiamo immaginato come un luogo di incontro tra amici, in cui la filosofia è di casa. È un poco epicureo, non sale verso le meteore, scende in terra tra le persone, appunto, in un piccolo giardino, a fare filosofia dove normalmente viviamo. Per contro l’Inventificio poetico è, ispirandosi a Pietro M. Toesca, lo spazio delle invenzioni, quelle che rendono sensato vivere. Per sapere che al mondo il bene supera il male basta dire che siamo ancora vivi, altrimenti non saremmo più qui. Insomma, cerchiamo di alimentare questa differenza. E in ciò consiste l’utopia del Giardino filosofico e Inventificio poetico, il cui sottotitolo è: Volgere liberi gli occhi altrove”. 
Detto questo torniamo al dunque, ovvero a Più di così si muore, un lavoro che a detta dell’autrice e a dispetto del titolo non è un giallo. A tenere banco è infatti la storia dei Passini, una famiglia allargata composta da due fratelli e una sorella di un certo livello che si sono accasati, apprezzandone la scelta e i luoghi (“Un po’ come è successo a me”, tiene a precisare Sabina), nell’alta collina a cavallo fra il Bolognese e il Modenese. Il tutto sullo sfondo di un bellissimo casale ristrutturato che nelle sue pietre e nei suoi prati conserva ancora il mistero delle anime che ci sono passate. 
L’elemento scatenante della vicenda è la scomparsa di uno dei tre, Donato, del quale non si hanno più notizie dopo essere partito per un viaggio d’affari in Sudamerica.  Il tutto supportato da una strana quanto ambigua telefonata della quale gli altri due fratelli non ne capiscono il senso, pur iniziando a darsi da fare in una inutile ricerca. 
Quando un giorno la moglie in lacrime annuncia la morte di Donato, per Lieta e Severino inizia un periodo doloroso, di ripensamenti e di accuse reciproche, ma anche di riflessione sulla vita di ciascuno di loro e sui reciproci rapporti. A questo punto l’instabilità e la tensione che covavano sotto il piano delle relazioni formalmente affettuose esplodono e richiedono di venirne a patti. Il discorso di “successo” e di soddisfazione che ciascuno si è costruito appare in realtà una struttura barcollante che puntella difficoltà reali: dai rapporti e dalle personali reazioni a ciò che il mondo pretende da noi. 
Che dire: una piacevolezza narrativa che, seppure avara di veri acuti, cattura e intriga. Ma è anche “un racconto delle stranezze e dei paradossi del nostro carattere”, con episodi divertenti e personaggi conditi di spruzzate d’ironia che, come a volte succede, sembra sempre essere fuori posto. Infine, “è il racconto di un mondo naturale, silenzioso testimone della fatica e della bellezza di stare al mondo, ovvero di quello che ci accade intorno”. A fronte di animali, boschi e monti che non sono addomesticati e sempre ci sfuggono, che si rintanano e che appunto per questo fanno paura. Certo, ogni tanto li intravvediamo, li intra-sentiamo per come sono veramente e non per come ce li fa vedere l’immaginazione romantica. “Allora rimane lo stupore e la dolcezza di avere incrociato il miracolo. Ma occorre saperlo vedere…”.

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