Di Giallo in Giallo

La palude, nel Nord della Svezia, ha fame di nuove vittime

Il travolgente debutto di Susanne Jansson, con diritti venduti in trenta Paesi. Le altre penne? Quelle del danese Jesper Stein e di Giampaolo Simi


24/09/2018

di Mauro Castelli


Il debutto della svedese Susanne Jansson ha rappresentato, nella narrativa di settore, il caso editoriale dell’anno. Inaspettato quanto travolgente. Non succede infatti di frequente che i diritti di un esordiente vengano venduti in ben trenta Paesi. E invece il successo ha inaspettatamente strizzato l’occhio a questa autrice che, nata ad Åmål nel 1972, avrebbe vissuto a Göteborg occupandosi di pubblicità, per poi trasferirsi a New York per studiare fotografia. Lei che al ritorno in Svezia ha lavorato come giornalista culturale e fotografa, iniziando a scrivere racconti noir per riviste e giornali, oltre a occuparsi di cinema, teatro e letteratura. Sino ad arrivare al romanzo con La donna dei mirtilli rossi (Rizzoli, pagg. 358, euro 20,00, traduzione di Margherita Podestà Heir), un thriller di stampo nordico ambientato in atmosfere fascinose e inquietanti al tempo stesso, dove due donne diventano protagoniste di una terribile scoperta. 
La location è rappresentata da Mossmarken, un piccolo paese affacciato sulle paludi nel Nord della Svezia. Negli acquitrini che tengono banco in questa regione, durante l’Età del Ferro, si racconta venissero compiuti sacrifici agli dei. Anche umani. Fermo restando - e si scoprirà il perché in fase di lettura - che le condizioni ambientali di queste zone umide ritardano il processo di decomposizione. In effetti, nonostante il tempo sembri aver cancellato questi fantasiosi ricordi, succede quel che non ti aspetti: dalle acque melmose riemergono infatti vecchi corpi mummificati. Come quello della donna dei mirtilli rossi, il primo miracoloso ritrovamento che aveva portato alla scoperta delle proprietà chimiche di quest’area. 
A tenere la scena Nathalie Ström - una giovane biologa di 25 anni con esperimenti al seguito condotti in Germania, Olanda, Polonia e Danimarca - arrivata a Mossmarken per studiare appunto la torbiera, unica nel suo genere per composizione chimica. In realtà lei queste zone le conosce bene: le ha infatti abbandonate da bambina, in seguito a strani, tragici incidenti. E il suo ritorno, purtroppo, non mancherà di regalarle altre macabre sorprese. 
Poco dopo il suo arrivo la ragazza conosce, casualmente, Johannes, uno studente della vicina scuola d’arte dai lunghi capelli scuri fissati alla nuca con un elastico. Il quale, ogni giorno, va a correre nella zona. Sta di fatto che in breve tempo i due diventano amici e anche qualcosa di più. Un giorno però (mentre le ore di luce si stanno drasticamente riducendo) il giovane non torna più dal solito allenamento, lungo il sentiero che separa il bosco dalla torbiera, e viene ritrovato con una ferita alla testa e le tasche piene di monete d’oro da dieci corone. Per la verità a trovarlo è proprio Nathalie, che riesce a tirarlo fuori dall’acquitrino in cui stava affondando. Scoprendo peraltro, nelle vicinanze, una inquietante fossa, forse scavata per accoglierlo nel suo viaggio verso l’aldilà. 
Che la palude abbia fame di nuove vittime sacrificali, come sostiene la gente del posto? Oppure il male che si annida in quel piccolo borgo ha una natura terribilmente umana? A porsi queste domande è Maya Linde, artista e fotografa della polizia, arrivata sul posto con il sovrintendente Leif Berggren, incaricato di occuparsi del caso. In realtà sarà lei a guidare le indagini e a sfiorare la verità, non prima che Leif abbia messo nell’elenco dei sospettati la stessa Nathalie: “L’ultima persona a essere stata vista nella palude con gli attrezzi da scavo”, pur essendo stata lei a contattare la polizia. Di fatto un’impresa non facile in quanto la torbiera nasconde segreti antichi, che si perdono nel tempo, legati alla appunto conservazione del corpo umano. 
Che dire di questo libro e della scrittura di Susanne Jansson, la cui vita privata trova conforto in Anders, Edvard e Alma? Una narrativa semplice quanto accattivante, capace di dare voce a un thriller equilibrato quanto coinvolgente. A fronte di una storia che esce dagli schemi per accasarsi nel surreale della superstizione. Una vicenda quindi in bilico, che peraltro lascia una buona dose di amaro in bocca. A fronte di una squadra di personaggi segnata dalla quotidianità e non dal divismo.

Dalla Svezia alla Danimrca, narrativamente parlando, il passo è breve. E anche il filone narrativo trova molti punti di incontro in quella corrente che abbraccia gli autori proveniente dal Grande Freddo. Caratterizzata da misteri, atmosfere inquietanti, omicidi efferati come se piovesse. E a dare voce a questo inquietante contesto è il danese Jesper Stein, classe 1965, sposato con Anja (dalla quale ha avuto due figlie, Emilie e Hannah), per molti anni giornalista d’inchiesta e reporter di guerra, dal 2006 membro dell’Accademia danese del poliziesco e oggi - oltre che critico letterario - scrittore a tempo pieno. Forte del successo ottenuto dai suoi libri (tradotti in una dozzina di Paesi) che si rapportano a un azzeccato personaggio, Axel Steen, che avevamo imparato a conoscere ne Il tempo dell’inquietudine, un lavoro del 2012 ambientato in una Copenaghen alle prese con la rivolta di piazza del marzo 2007, una delle più devastanti della storia del Paese. Tematiche ben note a Stein, che non manca di travasare parte del suo vissuto nel personaggio che tiene banco nei suoi libri. 
Per la cronaca Axel Steen fa parte della sezione omicidi della polizia di Copenaghen (dove peraltro l’autore vive), sezione che opera nel quartiere più alternativo e multiculturale, oltre che più malfamato della città: quello di Nørrebro, sinonimo di centri sociali e gang, di kebab e droghe, dove gli sbirri vengono chiamati con disprezzo Akrash (da qui il titolo del libro che stiamo per proporre). Un luogo nel quale si incontrano e si mischiano razze e influenze, dove gli artisti vivono a fianco delle belle di notte, dove gli spacciatori condividono le strade con la gente del posto, “dove l’odore della benzina si mescola al profumo della cannella e del cumino”. 
Axel Steen, si diceva, che - dopo Il tempo dell’inquietudine e Bye Bye Blackbird - torna in scena in Akrash (Marsilio, pagg. 424, euro, traduzione di Maria Valeria D’Avino), un lavoro del 2014 che cattura e intriga oggi come ieri. Grazie anche a questo personaggio in bilico sulla strada dell’autodistruzione. Pur essendo uno dei migliori investigatori su piazza, risulta infatti anche uno dei più discussi, a causa di una vita dedita all’abuso di sesso occasionale, alcol e hashish, nei quali cerca parziale rimedio all’insonnia che lo perseguita. La qual cosa lo avvicina agli ambienti della malavita più di quanto i suoi superiori siano disposti a tollerare. 
Insomma, un protagonista discusso che sembra vivere una doppia vita: quella con la quale si rapporta con i colleghi (lui trentottenne duro e spigoloso, dal carattere inquieto, spesso insoddisfatto, poco incline alle regole) e l’altra, quella che emerge nell’ambito familiare, dove dimostra una buona dose di fragilità, specie nei confronti della figlia che accudisce con affetto dopo la separazione dalla bella moglie. 
Ma veniamo alla trama. “Archiviato il caso Blackbird, la sua dipendenza dalle canne e dalle piste di coca ha tutta l’aria di essere fuori controllo. Neppure Emma, la sua bambina, è capace di farlo reagire. Quando Jens Jessen, suo capo nonché nuovo compagno della ex moglie, viene a sapere che la mafia russa è riuscita a infiltrare un informatore nella polizia danese, Axel Steen è tra i principali sospettati. E mentre ai piani alti della polizia rancori e rivalità personali portano a uno scontro di potere che avvelena le indagini, l’ex moglie di Steen assume in tribunale la difesa di Moussa, celebre capobanda di Nørrebro, accusato di essere il mandante di tre omicidi nell’ambiente del narcotraffico”. 
Come da note editoriali, in questo romanzo Jesper Stein “guida il lettore nella luce perversa dei bassifondi di Copenaghen, alle prese con l’ipocrisia del welfare danese, a fronte di una violenza sottotraccia ma ben presente nel centro scintillante della capitale”. Il tutto a fronte di una serie di personaggi “così vivi e reali come se ne trovano di rado nella letteratura di genere”.

In chiusura di rubrica una penna doc nostrana: quella di Giampaolo Simi, nato a Viareggio il 10 settembre 1965, città dove tuttora vive e dove ha frequentato il liceo classico Carducci per poi iscriversi - “Sbagliando, perché Lettere sarebbe stato il mio approdo naturale” - alla facoltà di Scienze politiche in quel di Pisa. 
Ma la frequenza - come ha avuto modo di raccontarci lo scorso anno - non sarebbe durata più di tanto, in quanto aveva iniziato a lavorare, partendo dal basso (impaginazione e correzione di bozze), in una piccola casa editrice, la Baroni, con la quale avrebbe pubblicato nel 1996 il suo primo libro, Il buio sotto la candela, stampato in mille copie e incentrato, “a livello di eresia in termini di memoria, sulla Linea Gotica e le relative stragi. Giocando sui fatti alla Stephen King di Derby, parlando cioè di fantasmi che tornavano sui luoghi dei massacri”. Fortuna volle che questo libro venisse selezionato per il premio Savarese di Enna e quindi beneficiasse di briciole di notorietà. Sta di fatto che sarebbe stato ripubblicato da Flaccovio nel 2005 con alcune variazioni lessicali “per renderlo più comprensibile”. 
Ma a scrivere, Simi, aveva iniziato prestissimo. Addirittura quando aveva solo quattro anni (“Sì, a quell’età sapevo già leggere e scrivere”), dando voce a un raccontino giallo di 25 righe “per mia madre Mirte, utilizzando la Olivetti di mio nonno. In realtà a darmi da fare con un certo impegno lo avrei fatto alla fine del liceo giocando sul fantastico e sull’horror, a quei tempi una specie di narrativa clandestina che sarebbe diventata popolare negli anni Novanta”. Una passione ovviamente sorretta dal piacere della lettura, con un debole dichiarato per i romanzi “di Georges Simenon (orfani di Maigret), ma anche per Jean Patrick Manchette (una penna potente quanto fuori dal coro), oltre che per Antonio Franchini, Francesco Biamonti e Luciano Bianciardi, gli irrequieti che hanno portato l’italiano al di fuori della retorica”. Ferma restando una cultura allargata al giornalismo e alla sceneggiatura. Non a caso un film presentato all’ultima mostra di Venezia ha preso corpo da un suo suggerimento alla regista, che ha tenuto a precisarlo in una intervista televisiva e della quale, colpevolmente, non ricordiamo il nome. 
Che altro? Il suo ingresso nella narrativa di settore aveva trovato linfa nel “rapporto con il Gruppo dei 13 di Bologna, un coagulo di scrittori che, sotto la spinta di Loriano Macchiavelli, beneficiavano di interessi letterari in comune: il genere poliziesco”. Un Gruppo del quale avrebbero fatto parte, fra gli altri, Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Danila Comastri Montanari, Pino Cacucci, Sandro Toni, Gian Piero Rigosi e Luigi Bernardi (“Un uomo al quale - tiene a precisare - devo tutto”). 
Sullo slancio di questa esperienza Giampaolo Simi (un persona cordiale, disponibile se preso per il verso giusto, duro quanto basta, in ogni caso pronto ad arrabbiarsi veramente soltanto sui… campi di calcio) avrebbe pubblicato romanzi di un certo peso, come Il corpo dell’inglese, Rosa elettrica, La notte alle mie spalle e Cosa resta di noi, con il quale nel 2015 era entrato a far parte della Sellerio, la sua attuale casa editrice di riferimento. 
Lui che suona la chitarra nei “Flying Circus”, band così chiamata in onore dei Monty Python e del loro eterogeneo repertorio pop e rock; lui che da vent’anni va in vacanza in Irlanda - “mettendo in valigia un buon impermeabile, Il crepuscolo celtico di William B. Yeats e il Diario d’Irlanda di Heinrich Böll - anche se il suo posto preferito in assoluto è Berlino, città gentile ed elegante dove adorerebbe andarci a vivere; lui che approfitta del suo pendolarismo Viareggio-Roma e viceversa per dedicarsi alla “limatura di certi passaggi complicati” dei suoi lavori. 
Lui che - e qui arriviamo al dunque, ringraziando per la pazienza chi ci legge - è tornato sugli scaffali con il romanzo Come una famiglia (Sellerio, pagg. 426, euro 15,00), “un affresco ambizioso e avvincente, di raffinato realismo e lancinante tensione”. Un canovaccio che si rapporta con la storia di una famiglia “scossa dal sospetto, costretta a guardarsi dentro per comprendere sino a che punto ci si può spingere per proteggere le persone che amiamo”. E nell’ambito di questa storia Giampolo Simi ridà voce, annota Antonio Manzini, a “un grande personaggio (Dario Corbo) attraverso il quale leggere la realtà”. E lo fa “mentre racconta le vicende di un nucleo familiare in bilico fra amore e sospetto, tenendo il lettore con il fiato sospeso sino alla fine”. 
Tirate le somme, un noir drammatico che cattura ed emoziona, ma anche, o forse soprattutto, “una storia di individui che cercano complicità e protezione nell’appartenenza a un gruppo, nella lealtà e nel cemento dell’amicizia, nel nucleo tenace delle famiglie. Fin quando una di queste non è costretta a guardarsi dentro, e a chiedersi quanta cieca fiducia, quanto amore inappellabile sono necessari per proteggere le persone che amiamo. Con il sospetto che persino nel proprio figlio possa nascondersi una creatura feroce”. 
Detto questo spazio alla sinossi. Luca Corbo è un ragazzo coccolato e protetto che ha l’opportunità, a nemmeno diciotto anni, di fare qualcosa di importante. Aspira infatti a una carriera da calciatore professionista ed è stato notato da alcuni procuratori: in buona sostanza è il punto di svolta della sua vita, il momento di fare una scelta. Attorno ha i compagni che sul campo e fuori gli sono amici, a loro volta spinti dalle stesse ambizioni. A incoraggiarlo c’è il sostegno dei genitori Dario e Giulia, separati da molte incomprensioni e difficoltà, ma “per una volta di nuovo complici grazie all’orgoglio per il suo talento”. 
La storia, avvincente e di robusto realismo, prende corpo in Versilia “alcuni anni dopo l’estate del caso Nora Beckford, quando Dario Corbo, ex giornalista scaltro e malinconico, aveva cercato di riscattare l’immagine e il passato scellerato di un’assassina che proprio lui aveva contribuito a far condannare. Ora Dario lavora per lei, alla Fondazione che cura l’opera del padre artista. Purtroppo in molti hanno da ridire. E, come se non bastasse, una semplice telefonata finirà per cambiare tutto… 
Cosa succede è presto detto. Dario viene convocato dalla polizia, senza troppi convenevoli, nell’albergo dove il figlio alloggia con la squadra. E lì trova due agenti intenti a frugare nella sua stanza. Il motivo? La notte precedente una ragazza era arrivata al pronto soccorso con il volto sfigurato, denunciando di essere stata stuprata e picchiata sulla spiaggia da un ragazzo conosciuto in discoteca. Quel ragazzo, a suo dire, si chiama Luca e gioca a calcio. “Per Dario Corbo è il frantumarsi di un ordine precario e l’annuncio del fallimento più doloroso: quello di padre”.

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