Cultura

La lunga parabola storica dell'Italia del Novecento

Dal regicidio di Umberto I all’avvento della Terza Repubblica, gli storici Marco Albertaro e Luciano Marrocu raccontano in modo non convenzionale oltre un secolo di storia del nostro Paese. Tra omicidi eccellenti, eventi culturali, conquiste sociali e grandi protagonisti


29/07/2019

di Tancredi Re


Il Novecento fu un’epoca caratterizzata da grandi eventi: la rivoluzione russa, due guerre mondiali, l’avvento dei regimi totalitari (l’Unione Sovietica in Russia, il Terzo Reich in Germania, il Fascismo in Italia, il Falangismo in Spagna, la Repubblica comunista di Mao-Tze Dong in Cina, il Castrismo a Cuba), la Grande depressione (1929) e la Terza rivoluzione industriale, fino all’era della globalizzazione dell’economia nella sua seconda metà. 
Il Secolo breve - come sarebbe stato definito il XX secolo riprendendo il titolo di un’opera del grande storico britannico Eric J. Obsbawm (Il Secolo breve, 1914-1991 l’era dei grandi cataclismi (un saggio pubblicato da Rizzoli nel 1995) contrapposto a quello lungo, il XIX (iniziato con la Rivoluzione francese del 1789 e chiuso dalla Belle époque) fu pieno di enormi cambiamenti, conquiste, scoperte, ma anche grandi crisi socio-economiche e naturali. 
Lo fu in modo particolare per l’Italia. Dopo aver raggiunto faticosamente l’unificazione politica nel 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia sotto le insegne della dinastia dei Savoia, attraverso una lunga sequela di guerre e annessioni, stragi e complotti, il nostro Paese debuttò nel Novecento in maniera drammatica con l’assassinio di Re Umberto I, avvenuto a Monza il 29 luglio 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, un toscano emigrato negli Stati Uniti, che lo uccise a colpi di pistola. 
Una figura controversa, quella del Re Umberto I. Era stato soprannominato “re buono” perché, tra l’altro, aveva saputo fronteggiare l’epidemia del colera a Napoli del 1884, prodigandosi personalmente nei soccorsi e per la promulgazione del Codice Zanardelli che apportò alcune innovazioni nel Codice penale come l’abolizione della pena di morte, ma anche “re mitraglia” per il duro conservatorismo, il coinvolgimento indiretto nello scandalo della Banca Romana, ma soprattutto per l’avallo delle repressioni dei moti popolari di Milano del 1898 e l’onorificenza concessa per questa azione al generale Fiorenzo Bava Beccaris che gli sarebbero costati tre attentati nel 1878 a Napoli, 1897 a Roma e l’ultimo, appunto, a Monza, che gli fu fatale. 
Ebbene, la morte violenta del sovrano riassume emblematicamente un’epoca, contraddistinta da forti tensioni e stridenti contraddizioni nella politica, nella società e nell’economia del nostro Paese. 
Dei protagonisti del regicidio (la vittima, il carnefice e l’osservatore) ci parla Marco Albertaro nel suo 29 luglio 1900 (Laterza, pagg. 151, euro 18,00). Un libro (una volta tanto) non rivolto alla comunità degli studi, ma al pubblico indistinto come lo stesso autore (dottore di ricerca in Storia contemporanea all’Università di Torino e autore di numerose pubblicazioni in riviste italiane e straniere e di saggi tra i quali ricordiamo La parentesi antifascista, Giornali e giornalisti a Torino; Novant’anni dopo Livorno. Il Pci nella storia d’Italia; Mussolini e il fascismo) afferma nella premessa dell’opera. “Gaetano e Umberto sono i due grandi antagonisti, le due personalità che racchiudono e rappresentano mondi e prospettive inconciliabili, sia sul piano politico, sia su quello esistenziale”. Con loro c’è un’altra persona, Giordano, “che non è un personaggio vero, ma verosimile”.  Lui fa il cocchiere, è il suo mestiere. Mentre gli altri due sono quello che fanno: Gaetano è l’anarchico Bresci, Umberto è il Re d’Italia. “Proprio la loro essenza sociale ed esistenziale li rende inconciliabili, destinati a non avere mai punti di contatto, ad essere l’espressione ideale e tipica di mondi lontani anni luce”. Una storia drammatica - quella raccontata da Albertaro - in cui si sovrappongono idee e sentimenti, questioni di Stato e individualità, frustrazioni soggettive e speranze collettive. 
Il Novecento, dicevamo, si apre nel modo peggiore per il nostro Paese e proseguirà tra luci ed ombre, tra alti e bassi nel corso del secolo. 
L’Italia si muove come una sonnambula, inconsapevole dei rischi e delle difficoltà cui andava incontro. Salvo risvegliarsi all’improvviso sull’orlo del precipizio o mentre cadeva. Amina, la protagonista dell’opera che Vincenzo Bellini scrisse nel 1831 nella villa sul lago di Como dei conti Lucini Passalacqua, nel sonno, passeggia, incurante del pericolo che la sovrasta, sui tetti; così anche il nostro Paese si muove come una sonnambula, incurante del rischio che corre, lungo l’orlo di un precipizio, ma, ridestatasi in tempo, riesce a salvarsi. E proprio da questa suggestione scaturisce il titolo del libro La sonnambula. L’Italia nel Novecento (Laterza, pagg. 482, euro 28,00) scritto da Luciano Marrocu (insegna Storia contemporanea all’Università di Cagliari ed è autore di saggi sul laburismo britannico, sulla Sardegna contemporanea e di una serie di gialli ambientati negli anni del fascismo). 
Il volume ripercorre oltre un secolo di storia del nostro Paese: dall’età giolittiana alla partecipazione alla Prima guerra mondiale; dall’avvento del fascismo all’alleanza di Mussolini con Hitler che precipita l’Italia nella Seconda guerra mondiale; dalla Resistenza e dalla lotta di liberazione nazionale che preparano l’avvento della Repubblica, e poi il boom economico, e le grandi crisi post 1929, quella degli anni Settanta e l’ultima, devastante, del 2008, le cui macerie e i cui segni sono ancora visibili. 
Durante il Novecento - ricorda nell’introduzione l’autore - l’Italia “è apparsa a volte così poco consapevole delle sue azioni e dei suoi passi da tirarsene poi fuori al momento di risponderne. L’Italia di Cadorna a Caporetto che si sveglia sulla linea del Piave; l’Italia sonnambula sotto il balcone del Duce che si sveglia mentre passeggia sui tetti delle città bombardate; l’Italia narcotizzata dalla corruzione che apre gli occhi con l’inchiesta Mani Pulite; l’Italia illusa dall’idea di un progresso inarrestabile e di un benessere inattaccabile che si desta di soprassalto con la crisi del 2008. 
Da quella sera del 29 luglio 1900, quando Bresci con la sua rivoltella esplose tre colpi che colpirono ad una spalla, ad un polmone e al cuore il Re Umberto I, di acqua sotto il ponte della storia, ne è passata tanta. A volte chiara, fresca, dolce, altre volte torbida, inquinata, amara. 
Gli eventi, i fatti, i personaggi che si sono succeduti nel corso di quasi 120 anni sono tali e tanti che non è facile rintracciare (ancora più difficile è interpretare in maniera inequivoca) il filo che si dipana attraverso il tempo e che ha formato quel fitto ordito rappresentato dalla sua storia. Dalla storia dell’Italia, che è anche la nostra storia. Fatta di esempi preclari di eroismo e di sacrificio supremo nel nome dell’unità politica e morale, della libertà dall’oppressione nazi-fascista, dagli attentati di matrice eversiva, dalle mafie, dalla corruzione, dal malaffare; ma anche di bassezze e ignominia, come quando gli italiani si votarono al fascismo, tributandogli un consenso quasi unanime. 
O quando premettero perché Mussolini si alleasse con Hitler e plaudirono quando l’Italia entrò in guerra al fianco del Terzo Reich dichiarando guerra a Francia e Inghilterra, proprio gli Alleati con i quali si era schierato durante la Grande Guerra voltando le spalle alle Potenze Centrali e stracciando la Triplice Alleanza (sottoscritta nel 1882dal Re Umberto I per l’Italia e dagli Imperatori prussiano Gugliemo II e austro-ungarico Francesco Giuseppe). O quando non si sollevò mentre venivano approvate le leggi razziali. E che dire della mancanza di reazione di fronte all’efferatezza delle stragi eversive, della trame perverse dei servizi segreti deviati, delle stragi politico-mafiose con rappresentanti dello Stato collusi con i padrini di Cosa Nostra che hanno portato all’assassinio di servitori dello Stato (dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, al giudice Terranova, al magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto, ai magistrati Paolo Borsellino e Giovanni Falcone e ai tanti martiri immolatisi per salvaguardare le nostre libertà e lo Stato di diritto)? 
In queste e in molte altre occasioni l’Italia ha vissuto in una sorta di trance, determinata talora da esaltazione onirica, altre volte da obnubilamento della coscienza. Ma quando si è ridestata dal sonno della ragione ha saputo reagire con compostezza, dignità e onore: le marce contro il terrorismo di destra e di sinistra, la protesta della società civile contro Cosa Nostra, la reazione innescata da Tangentopoli e dall’inchiesta Mani Pulite della Procura della Repubblica di Milano che decretò la fine della Prima Repubblica e della democrazia bloccata dalla Conventio ad excludendum del Partito comunista e l’avvento della Seconda con il (quasi) bipartitismo perfetto, tra il Centro-destra egemonizzato da Forza Italia e dal suo prode condottiero, Silvio Berlusconi, ed il Centro-sinistra di Occhetto, Prodi, Veltroni. 
Poi nel marzo 2018 la “svolta” con l’avvento al potere dei partiti populistici e nazionalistici, Movimento 5 Stelle e Lega, che hanno dato vita ad un governo inedito ma con visioni diametralmente opposte e (almeno così sembra da quello a cui stiamo assistendo da alcuni mesi a questa parte) inconciliabili del ruolo dello Stato, delle direzioni verso cui indirizzare l’economia e la società nazionali. E, ancora una volta, la sonnambula si muove sui tetti, in un precario equilibrio, sul filo del rasoio del nazionalismo venato di xenofobia e razzismo e del qualunquismo di una democrazia che ha trasferito la ricerca e il mantenimento del consenso dalle piazze e dalle urne ai social e ad Internet. E’ nata così, tra poche certezze e molte incognite, la Terza Repubblica. Ci sarà ancora quando la sonnambula si ridesterà?

(riproduzione riservata)