Cultura

L’invasione (immaginaria) degli immigrati

Il sociologo Maurizio Ambrosini fa a pezzi i luoghi comuni che non permettono di cogliere nella sua reale dimensione il fenomeno migratorio


10/02/2020

di Tancredi Re


A differenza degli animali e dei fenomeni naturali, l’uomo è soggetto di un personale e, più o meno, consapevole progetto migratorio, anche nel caso in cui sia inserito in un movimento collettivo e magari provocato da cause esterne: pestilenze, guerre, carestia, disoccupazione. In genere le cause (fatte salve quelle più meramente biologiche come le carestie) sono sostanzialmente differenti da quelle animali, implicando in molti casi una ricerca di ordine sia materiale (sottrarsi alle crudeltà e alla violenza di una guerra civile, o al rischio della deportazione per ragioni etniche o religiose, o all’esilio per ragioni politiche) sia di ordine culturale ed esistenziale: trasferirsi in un paese che offre condizioni di vita migliori, o che sia in grado di soddisfare aspettative lavorative e retributive più appaganti. 
In TV, nei giornali, nelle manifestazioni politiche, si parla spesso di migrazioni: ma qual è la reale entità di questo fenomeno? Quali ne sono le cause? Quali sono le differenze al loro interno? Immigrati, rifugiati e richiedenti asilo politico sono la stessa cosa? 
Maurizio Ambrosini nel libro L’invasione immaginaria. L’immigrazione oltre i luoghi comuni (Laterza, pagg. 172, euro 14,00) ci offre un contributo per comprendere meglio questo argomento andando oltre i luoghi comuni che ci impediscono di cogliere la realtà vera e non quella supposta, creata ad arte da coloro che se ne sono serviti spudoratamente e talora in maniera spregiudicata per fare propaganda ed ottenere facile consenso facendo dei migranti un “nemico” immaginario ma funzionale per la scalata al potere. 
“Le migrazioni servono soprattutto a definire la propria identità politica, a innalzare bandiere visibili e aggreganti, in tempi in cui altri fattori di mobilitazione ideologica, come quelli legati alle disuguaglianze sociali, hanno apparentemente perso l’antica capacità di definire schieramenti politici ben distinti” scrive Ambrosini nella premessa mettendo in evidenza proprio come l’immigrazione sia diventata più che un tema sul quale confrontarsi in maniera dialettica e ragionata, un “campo” di battaglia tra opposti schieramenti e partiti, dove la posta in gioco reale non è, come potrebbe apparire, la comprensione del fenomeno e la predisposizione di politiche adeguate per governarla in modo sensato. 
Nel libro lo studioso fa a pezzi alcuni luoghi comuni che mistificano e distorcono la “questione” migratoria facendola apparire un’emergenza nazionale, mentre non lo è. Qualche esempio? Non è vero, sostiene lo studioso, che negli ultimi anni ci sia stata un’invasione (“gli ultimi dati di ottobre 2019 confermano la stabilizzazione della popolazione immigrata da cinque anni a 5,26 milioni secondo il dossier IDOS 2019”).Non è vero che le migrazioni siano state fermate dagli accordi con la Libia o dalla mano dura sugli sbarchi del primo Governo Conte (“ma dalla crisi economica che ha inaridito gli sbocchi occupazionali a cui avevano avuto accesso gli immigrati nei venticinque anni precedenti”). 
Smentita anche la credenza che gli ingressi per asilo sarebbero stati preminenti (“l’asilo, anche negli ultimi anni, ha inciso intorno a un terzo del totale dei nuovi permessi di soggiorno accordati a chi proviene da paesi extracomunitari”). Non è vero nemmeno che gli immigrati siano prevalentemente maschi, africani e musulmani (“gli immigrati residenti in Italia sono prevalentemente donne (52%), prevalentemente europei (50,9%, in maggioranza cittadini dell’UE: 30,4% del totale), prevalentemente originari di paesi di tradizione culturale cristiana: il 57,5 di cristiani, prevalentemente ortodossi, contro un 28,2% di musulmani”). 
Non è vero per finire che l’immigrazione sia conseguenza diretta della povertà o che i rifugiati abbiano come principale destinazione l’Italia (“fino al 2014 la maggior parte transitava, desiderando raggiungere i paesi del Centro e del Nord dell’Europa, per ritrovare parenti e connazionali, per la speranza di ottenere un’accoglienza migliore o per la consapevolezza di avere più opportunità di trovare un lavoro”). 
L’aumento dei richiedenti asilo politico - che ha occupato gran parte della polemica politica sugli sbarchi - è stata la conseguenza dell’imposizione dei cosiddetti hotspot da parte dei nostri partner europei, con l’obbligo di prelevarne le impronte digitali, ma la ridistribuzione tra i Paesi Ue è avvenuta con il contagocce e i controlli rafforzati alle frontiere ha drasticamente ridotto le possibilità di espatrio. 
L’autore (docente di sociologia delle migrazioni nell’Università di Milano, insegna anche nell’Università di Nizza e nella sede italiana della Stanford University e collabora con “Avvenire” e con “lavoce.info”) ci invita pertanto ad andare oltre la cronaca, “le notizie clamorose, gli eventi drammatici, le derive patologiche”, che finiscono per plasmare “il discorso sulle migrazioni” impedendoci di “contribuire ad alimentare una discussione basata su dati e conoscenze più solide e magari” fornire “argomenti più fondati per chi desideri propugnare le ragioni di una società più aperta e accogliente”. 
Pur essendo l’immigrazione - come si può ben comprendere da queste semplici note - un problema estremamente complesso da affrontare, specialmente quando il clima sociale in cui stiamo vivendo da un po’ di tempo a questa parte, è saturo di veleni e di odiose contrapposizioni, cariche di emotività e violenza, Ambrosini ritiene che sia possibile secondo formulare alcune proposte e soluzioni ragionevoli per il suo corretto e pragmatico governo. 
L’importante è che si accetti di prendere le mosse dai dati e dalle analisi statistiche e scientifiche per sceverare il fenomeno e inquadrarlo nella sua obiettività concreta. 
Se questo approccio sarà condiviso, sicuramente sarà possibile fornire su questo tema così divisivo un contributo critico non soltanto in Italia ma anche in Europa, di cui il nostro Paese fa parte a pieno titolo ed ha il diritto ed il dovere di chiedere a tutti i partner europei di affrontare insieme, responsabilmente ed organicamente, il fenomeno della gestione delle migrazioni nel Vecchio Continente.

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