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L’inchiesta sul delitto di Garlasco

L’unico vero colpevole è lo Stato e tutti quelli che hanno votato No al Referendum bloccando la prima riforma per riportare serietà e giustizia nelle condanne


11/05/2026

di Mario Sutter


Dal 1992 al 2025, i numeri scorrono freddi, implacabili: 32.262 arresti di persone innocenti, vite spezzate, esistenze piegate senza ritorno.
Circa mille all’anno, storie che non fanno rumore abbastanza, tragedie che, sommate, raccontano qualcosa di più grande: un sistema che vacilla, una giustizia che troppo spesso manca il bersaglio.
E allora il sipario si apre su uno dei casi più oscuri e controversi: Garlasco.
Una casa, un silenzio irreversibile, una vittima: Chiara Poggi.
Da oltre vent’anni, una domanda sospesa nell’aria: chi l’ha uccisa davvero?
La verità, quella definitiva, non è mai arrivata.
E mentre l’ombra del dubbio continua ad allungarsi, una certezza prende forma, non nei tribunali, ma nella percezione: la responsabilità morale, perché se l’assassino materiale resta ignoto, c’è chi indica un colpevole diverso, più grande, più distante e allo stesso tempo onnipresente: lo Stato.
Un’accusa pesante.
Un’accusa che nasce da un nome preciso: Alberto Stasi.
Arrestato, processato, condannato.
Secondo questa ricostruzione, senza prove concrete. Una vita travolta, ridefinita per sempre e poi, il paradosso: anni dopo, il tentativo di riparare l’irreparabile con un risarcimento economico percepito come insufficiente, quasi offensivo.
Come se il tempo perduto, la reputazione distrutta, l’esistenza sospesa potessero avere un prezzo.
Nel frattempo, il tempo ha continuato a scorrere. Troppo.
E nuove piste hanno iniziato a emergere, un altro nome affiora tra le pieghe dell’indagine: Andrea Sempio.
Secondo l’accusa, una dinamica diversa: un rifiuto, una tensione, forse degenerata.
Tracce biologiche, il DNA sotto le unghie della vittima, indicherebbero un contatto fisico in un momento compatibile con l’aggressione.
Telefonate precedenti al delitto, conversazioni che, si ipotizza, contengano segnali di conflitto, e poi un dettaglio che inquieta più di tutti: l’ora della morte, ancora incerta, come se anche il tempo, in questa storia, si fosse confuso.
Gli elementi raccolti, secondo questa linea investigativa, delineerebbero una presenza possibile, compatibile, ma ancora, non definitiva.
E così il quadro si fa molto più amaro.
Perché se davvero le nuove indagini scagionano Alberto Stasi, allora arriva troppo tardi, le prove, col passare degli anni, svaniscono, si dissolvono come nebbia e ciò che resta non è la verità, ma il vuoto.
Un vuoto che pesa.
Un vuoto che si allarga oltre il singolo caso e diventa riflessione più ampia: una giustizia lenta, a volte inefficace, incapace di restituire certezze nei tempi necessari, processi civili che si trascinano per dieci, quindici anni e quelli penali che possono durare venti, persino trentacinque anni.
E quando lo Stato rallenta, quando si inceppa, qualcun altro riempie quel vuoto.
Non è solo una questione giudiziaria è una questione di fiducia ed è proprio quella, forse, la cosa più difficile da ricostruire.

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