Cultura

L’impresa dei Mille fra atti di eroismo e pettegolezzi, congiure di palazzo e tradimenti, voltafaccia e diserzioni ben remunerate

La storica impresa di Giuseppe Garibaldi raccontata, a fronte di un robusto lavoro di ricerca e documentazione, dalla intrigante penna di Alfio Caruso


29/06/2020

di MAURO CASTELLI


Parlare bene di un amico scrittore, al contrario di quanto si potrebbe pensare, risulta difficile, e per diversi motivi: in primis perché i complimenti, anche se meritati, potrebbero essere considerati di affezione; poi perché, celebrandone la bravura, si potrebbe pensare a una specie di biglietto da visita obbligato; infine perché consigliando la lettura di un suo libro - in questo caso Garibaldi, corruzione e tradimento. Così crollò il Regno delle Due Sicilie (Neri Pozza, pagg. 316, euro18,00) - potrebbe sembrare un comportamento scontato. Niente di tutto questo, invece. 
In effetti la bravura narrativa di Alfio Caruso non ha bisogno di padrini, come peraltro dimostrato nel corso di una nutritissima presenza sugli scaffali delle librerie all’insegna di tematiche quanto mai diversificate. Regalando ai lettori spaccati di vita e di costume capaci di lasciare il segno: trattando ad esempio il calcio a modo suo (addentrandosi - tanto per citare - nel ginepraio che lega il pallone alla storia della nazionale italiana), ma anche facendosi paladino, con garbo e ironia, di un 1960 che aveva rappresentato uno dei migliori anni della nostra vita. 
Ferma restando la sua passione per la Storia, quella con la esse maiuscola: ad esempio giocando a rimpiattino con la battaglia di Stalingrado (il tragico mattatoio che segnò l’inizio del crollo dell’impero nazista); raccontando di quando Mussolini sfidò Hitler per salvare 700mila italiani confinati nei campi di concentramento e di lavoro tedeschi. Ma anche affondando la sua penna fra le pieghe delle Cinque giornate di Milano, oppure addentrandosi negli anni caldi in cui la Sicilia fece guerra all’Italia, o magari occupandosi delle vicende poco conosciute dei “Mille” di papa Pio IX, che non erano né mercenari né ladroni anche se qualche mariuolo faceva parte del gruppo in abbinata a soldati di ventura olandesi e tedeschi attratti da un soldo gratificante. In buona parte gente che si era schierata in difesa dello Stato Pontificio e quindi contro l’unità nazionale. 
Insomma, ne abbiamo già parlato, Caruso ama farsi carico di fatti e misfatti del passato raccontati all’insegna di una sapiente diligenza, frutto di una documentazione - spesso di prima mano - che gli consente di rileggere al meglio scampoli di vita sepolti nella polvere del tempo. Cercando di capire il perché e il percome degli avvenimenti, di entrare nei meandri delle ragioni in essere fra i contendenti, senza peraltro mai parteggiare per gli uni o per gli altri. O, quanto meno, senza darlo troppo a vedere. Sia pure a fronte di un debole dichiarato - glielo concediamo - per Giuseppe Garibaldi (“Ero un suo supporter sin dai tempi delle elementari”). 
Al quale personaggio ha appunto dedicato la sua ultima fatica - Garibaldi, corruzione e tradimento - divertendosi, c’è da ritenere, nel trattare spaccati inediti, o quanto meno poco conosciuti (anche se sulla spedizione dei Mille molto è stato scritto), di una impresa che ha conquistato l’immaginario dei più. Proponendosi, ancora una volta, come uno dei divulgatori più convincenti su piazza. 
Detto questo, spazio alla sinossi. Nel maggio del 1860, il Regno delle Due Sicilie rappresentava ancora la più grande e longeva realtà statuale dell’antico regime, un regno plurisecolare - con la sua passata storia di Regno di Napoli e Regno di Sicilia - che appariva, almeno sulla carta, come la principale potenza della Penisola. Ma con l’impresa dei Mille, in soli sei mesi, si dissolse. Una caduta tanto rapida quanto stupefacente, le cui cause sono tuttora oggetto di indagine e interrogazione da parte degli storici. 
Narrando di questa impresa come mai è stato fatto, nel chiaro dei suoi eroismi e nello scuro di pettegolezzi, fra congiure di palazzo, voltafaccia improvvisi e diserzioni ben remunerate, Caruso evidenzia come corruzione e tradimento, insieme alla risolutezza garibaldina, siano state tra le principali cause della fine dei Borbone. 
Usando testi celebrati, testimonianze quasi ignote e l’intrigante memoir di padre Giuseppe Buttà, cappellano del nono battaglione cacciatori di Francesco II, cui rimarrà fedele sino alla fine, il racconto non trascura nessuno dei capitoli e dei personaggi in gioco in quella che a ragione può essere considerata una pagina fondamentale della nostra storia. Così si apprende, ad esempio, che nella scaramuccia di Calatafimi le camicie rosse di Garibaldi furono sempre il doppio dell’esangue battaglione borbonico spedito dal pavido generale Landi, più preoccupato di avere libera la via per Palermo che di ributtare a mare il nemico. 
A sua volta la leggendaria incapacità del luogotenente Lanza, intessuta di vigliaccheria e rassegnazione al punto tale da consegnare il capoluogo isolano a un Garibaldi sul punto di abbandonarlo, si unisce alle mille indecisioni e titubanze di Francesco, sopraffatto dall’opportunismo di ministri e cortigiani, spesso al soldo di Cavour. E nel libro tengono banco anche gli spericolati intrighi di questo Gran Conte, che ignorava l’Italia oltre Firenze e tuttavia non si lasciò sfuggire l’occasione di farla. 
Insomma, un lavoro che graffia all’insegna dei fatti e dei numeri; che cattura e intriga giocando a rimpiattino con personaggi ben tratteggiati e resi più umani, nel bene e nel male, di quanto i cronisti storici ci abbiano sinora raccontato. Magari evidenziando l’entusiasmo, forse inaspettato, dei contadini calabresi nell’assecondare l’avanzata di Garibaldi. D’altra parte la mano del giornalista di razza si sente, eccome. In quanto capace di regalarci sfumature vincenti, considerazioni inaspettate, rivisitazioni da primo della classe in un lavoro che si legge alla stregua di un romanzo. E non è da tutti. 
Alfio Caruso, si diceva. Autore di una trentina di lavori, sposato con tre figli e un lunga carriera nel mondo della carta stampata, è nato nel 1950 a Catania. Lui che subito dopo la laurea si era messo a scrivere per il Corriere della Sera, per poi occupare, strada facendo, poltrone da numero uno in diversi quotidiani italiani. Lui che, in parallelo alla carriera giornalistica, era approdato alla narrativa (il suo primo lavoro, Tutto a posto, è del 1991) scrivendo thriller, oltre a saggi - come accennato - sulla storia italiana, sulla mafia, sul calcio e sulle tematiche belliche. Pubblicando per Leonardo, Rizzoli, Salani, Longanesi, Einaudi, Tea e Neri Pozza. 
Che altro? Un autore caratterialmente ruvido, scomodo quanto basta, probabilmente per via delle sue origini. “Noi siciliani - ha avuto modo di scrivere in un suo lavoro - siamo stati invasi da tutti ma vinti da nessuno, e continuiamo a inseguire il ritorno di un mirabolante periodo d’oro mai esistito”. Chi vuole intendere, intenda… 

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