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La governance? Fa più male del Covid-19: così resteremo in balìa della speculazione

Alitalia, Ilva, salvataggi bancari? Esempi di un Paese poco credibile. Secondo l’economista Franco Bruni, con idee buone e progetti seri, la fiducia dei mercati è scontata. E l’Europa? Praticamente bloccata, perché a comandare sono gli Stati membri attraverso il Consiglio. Mentre Bruxelles, per conservare la capacità di mediazione, non alza la voce


23/03/2020

di Giambattista Pepi


Lo shock? Potrà essere di breve o di lunga durata, il problema è che colpisce una struttura economica, socio-politica e di relazioni internazionali molto fragile. Una struttura che non si è mai interamente ripresa dalla Grande Crisi del 2007-09. L’economista Franco Bruni, nell’intervista che ci ha concesso, mette il dito sulle tante piaghe del mondo: dall’elevato indebitamento di Stati e imprese alla bassa crescita, dall’enorme liquidità indirizzata da banche e intermediari finanziari verso gli asset rischiosi al deterioramento delle relazioni internazionali. 
Questo con l’imposizione di dazi sulle merci e alla messa in discussione di istituzioni multilaterali come l’Organizzazione mondiale del commercio e del Fondo monetario internazionale, passando per l’impotenza dell’Unione europea paralizzata dal protagonismo degli Stati membri. A fronte di una governance inadeguata in questa fase storica travagliata e gravi squilibri macroeconomici che potrebbero fare molti più danni della pandemia da Covid-19. 
Le misure dettate dall’emergenza sanitaria che è scattata in tutti gli Stati portandoli ad assumere provvedimenti drastici - come la chiusura delle frontiere, lo stop ai collegamenti aerei, ferroviari e marittimi, la limitazione alla mobilità all’interno delle città - solleva molti interrogativi sulla capacità reale di far fronte a questa minaccia e saper gestire la crisi che inevitabilmente comporterà. In particolare per l’Italia, dove l’emergenza non ha ancora raggiunto l’acme, ma per numero di decessi abbiamo già superato perfino la Cina. 
Il problema - osserva ancora Bruni - non è litigare su quanti miliardi di euro vengono stanziati dal Governo per fronteggiare le conseguenze economiche della caduta dell’economia, ma come vengono spesi, con quali criteri, verso quali obiettivi. E, prima di congedarsi, avverte: se vogliamo la fiducia dei mercati e degli investitori abbiamo bisogno di concentraci sugli obiettivi e dobbiamo fare piani di spesa seri e realistici. 
A beneficio dei nostri lettori, ricordiamo che Franco Bruni è professore ordinario di Teoria e politica monetaria internazionale alla Bocconi di Milano, dove per anni ha diretto l’Istituto di economia politica.   Inoltre è vicepresidente e direttore scientifico dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Nel suo curriculum anche il ruolo di visiting professor nelle Università di New York, Berkeley in California, Chulalongkorn di Bangkok e Getulio Vargas di Sao Paulo. 

Uno dei più lunghi cicli economici positivi della storia giunge all’epilogo. Dodici anni dopo la Grande Crisi l’economia mondiale rischia la recessione. È una probabilità o una certezza? 
È una probabilità, ma è possibile evitarla o, quanto meno, provare a ridurne l’impatto e la durata.

Quali interventi secondo lei si devono mettere in campo? 
Intanto dobbiamo intenderci sulla natura della possibile crisi. Questa è una crisi speciale che sembra dovuta interamente al problema epidemico che è venuto fuori inaspettato. Non è colpa di nessuno. E’ uno dei tanti possibili tipi di shock che avrebbero potuto colpire una struttura economica, socio-politica e di relazioni internazionali molto fragile. Una struttura che non si è mai interamente ripresa dalla debolezza generata dalla Grande Crisi del 2007-09. Le due crisi sono molto collegate.

Quali sono le analogie e le differenze tra la crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti e quella che si preannuncia adesso? 
Quella del 2007-08 era nata dagli squilibri del sistema finanziario statunitense: le banche, anche in Europa, assumevano rischi senza valutarli esattamente, e molte di esse sono poi andate in default. Adesso, invece, la crisi giungerebbe da uno shock esterno che non ha niente a che vedere con l’economia, ma che rischia di avere delle conseguenze molto simili a quelle precedenti perché non abbiamo corretto, se non in parte, i difetti e le debolezze del sistema finanziario che allora negli Stati Uniti generò la prima Grande Crisi. Anzi oggi le condizioni sono molto peggiori del 2008.

In che senso? 
Nel 2009 la crisi indusse il G20 (il forum dei leader, dei ministri delle finanze e dei governatori delle Banche centrali creato nel 1999dopo una successione di crisi finanziarie per favorire l’internazionalità economica e la concertazione tenendo conto delle nuove economie in sviluppo – ndr) a riunirsi e a condividere e concertare gli interventi da mettere in campo per superare quella fase drammatica nella vita di molte nazioni. Anche se già nel 2010 l’impegno del G20 si ridusse molto, da allora di strada se ne è fatta. C’è una regolamentazione bancaria più stringente. C’è una rete di protezione finanziaria che può funzionare. Anche in Europa sono state fatte riforme importanti dopo la crisi dell’eurozona del 2010-12. Fra l’altro è nata l’Unione Bancaria che poggia su tre pilastri: stesse regole in tutti i Paesi membri, il Meccanismo di vigilanza unico, vigilanza accentrata nella Bce, e modello comune e centralizzato per la gestione delle crisi bancarie. Diversi aspetti sono migliorati, altri sono rimasti deboli, e molte riforme sono tuttora sulla carta.

Ad esempio? 
Ad esempio negli Stati Uniti il sistema finanziario non bancario è in condizioni molto rischiose, poco regolamentato, e può implodere da un momento all’altro. In Cina c’è un elevato indebitamento delle imprese. Alcuni governi in varie parti del mondo (compreso il nostro) hanno debiti difficilmente sostenibili. Diversi Paesi in via di sviluppo sono fortemente indebitati in valuta estera. Sono squilibri gravi. Inoltre negli ultimi due anni abbiamo assistito al progressivo deterioramento delle relazioni internazionali che rende qualunque concertazione molto difficile. Anche l’Europa al suo interno, come constatiamo proprio in questi giorni, è molto divisa, finanziariamente frammentata, e c’è antagonismo tra gli Stati membri che rimandano i progetti di maggiore integrazione.

Una delle fonti di maggiore incertezza durante una correzione del ciclo economico è la durata. Secondo alcune analisi siamo probabilmente di fronte a uno shock meno duraturo, più corto, ma sicuramente più intenso rispetto ad una recessione economica. 
Questo shock in realtà va a colpire una struttura, come detto, fragile da due decenni, perché abbiamo cominciato a fare iniezioni di cocaina all’economia già negli anni Novanta e da allora non abbiamo più smesso. Abbiamo inondato di liquidità i mercati, aumentato esponenzialmente il debito pubblico degli Stati. Oggi c’è una miscela esplosiva che potrebbe incendiarsi senza bisogno del Coronavirus. Quindi lo shock in sé è breve ma potrebbe generare una crisi lunga. Anche lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti e dei mutui subprime sembrava che potesse durare poco e invece di tempo ce ne volle perché il mondo si riaggiustasse. Negli Stati Uniti ci sono voluti due anni, in Europa la crisi ha avuto il prolungamento con quella dei debiti sovrani del 2011-12, che rischiava di dissolvere l’euro. 
Anche i Paesi emergenti hanno molto sofferto per quella crisi che non avevano contribuito a creare. A furia di intervenire per sostenere l’economia, nel tentativo vano di risollevare l’inflazione, le Banche centrali hanno finito per spuntare le armi di politica monetaria di cui disponevano (taglio dei tassi, quantitative easing e così via), e il risultato è sotto i nostri occhi. Oggi non bastano più gli interventi non convenzionali, ma occorrono, se mai, operazioni mirate di finanziamento speciale. La Fed, ad esempio, ha rispolverato la commercial paper funding facility, usata già in passato per rispondere alle difficoltà delle società nel raccogliere fondi sul mercato dei commercial paper
Il Tesoro americano fornirà alla Fed 10 miliardi di dollari come garanzia. La nuova facility resterà aperta fino al marzo 2021 e consente alla Fed di intervenire sul mercato dei prestiti a breve delle imprese. E la Bce continua, come durante la presidenza Draghi, con le aste di rifinanziamento per far giungere attraverso le banche credito all’economia reale. Ma adesso ha lanciato un programma di quantitative easing da 750 miliardi per acquistare titoli del debito pubblico degli Stati in modo da raffreddarne i differenziali in termini di spread. Ma, secondo me, non c’è più spazio per ulteriori interventi delle Banche centrali.

È per questi motivi che i ribassi nelle Borse sono continuati? 
Sì. Le Borse erano gonfie. Gli asset erano sopravvalutati dai tentativi degli operatori di collocare la grande liquidità.  I rapporti tra utili delle aziende e costo delle azioni sono in molti casi fuori linea. Negli ultimi mesi chiunque avesse avuto 100mila euro da investire in portafogli di buoni fondi azionari avrebbe potuto guadagnare anche più del 5% al mese.

Ma non i piccoli risparmiatori 
Certo, non i piccoli risparmiatori cui tali investimenti sono preclusi e che sono costretti a tenere la propria liquidità a tassi è nulli o bassissimi. Questo sacrificio del piccolo risparmio è uno degli aspetti peggiori delle condizioni finanziarie attuali. Senza contare la scarsa vigilanza con cui esso viene in parte lasciato rubare, distruggere, da banchieri e intermediari scorretti o criminali. Oltre all’inanità degli interventi, è spesso goffo il comportamento delle autorità monetarie che paiono mirare più a sostenere, anche per ragioni politiche, i corsi di borsa che a favorire il riequilibrio dell’economia. Basti pensare al recente taglio dei tassi della Fed (che ha riportato il tasso di riferimento tra lo 0 e lo 0,25%), che è sembrato anche ai mercati un taglio “politico” e non ha avuto nemmeno l’effetto di risollevare più di tanto Wall Street.

Se gli interventi delle Banche centrali hanno fatto il loro tempo, è la politica di bilancio l’unico strumento che può funzionare per attutire le conseguenze attese dalla crisi sanitaria se non sarà possibile impedire la recessione? 
La politica di bilancio è indubbiamente lo strumento più appropriato ma va fatta bene. Non basta spendere. Bisogna saper spendere. Fare deficit solo per mettere benzina in un motore e far andare un’auto scassata senza una meta precisa non serve alla ripresa.  Bisogna spendere nelle cose giuste in modo credibile, tempestivo, con Pubbliche amministrazioni che siano in grado di canalizzare la spesa nella direzione giusta utile alla crescita e al riequilibrio dell’economia. È poi essenziale migliorare in molti paesi la struttura delle imposte e armonizzarne alcune internazionalmente per evitare gli arbitraggi fiscali che contraggono il gettito delle imposizioni sulle grandi imprese che sono in grado di farli. La qualità dei bilanci, oltre la loro quantità, è essenziale per favorire crescita e stabilità. Soprattutto adesso che dobbiamo far fronte ai danni derivanti dall’epidemia. E poi ci vuole coerenza internazionale nelle politiche di bilancio perché se l’espansione la fa uno Stato da solo, i mercati attaccano quello che si indebita di più. Occorre collaborare e cooperare. Non vedo questa collaborazione nemmeno nell’UE e questo è gravissimo.

Il nostro presidente del Consiglio lo ha ricordato agli altri Capi di governo degli Stati Ue: se non agiamo in maniera concertata e condivisa saremo deboli e la nostra azione sarà inefficace. 
Sì. È giusto. Dobbiamo avere la consapevolezza che abbiamo problemi comuni e serve, fra l’altro, una politica di bilancio europea. Dobbiamo anche fare piani di investimenti europei coordinati in settori cruciali come quello della sanità, le cui fragilità e lacune l’epidemia ha messo a nudo. 

Abbiamo parlato di politiche monetarie e politiche di bilancio, ci sono altri strumenti che si possono attivare? 
Sì: le riforme strutturali. In Europa occorre riformare i mercati finanziari, del lavoro, dei beni e dei servizi, perfezionare il Mercato unico, completare l’Unione Bancaria e accelerare quella dei mercati dei capitali. Mentre gli Stati membri dell’Ue stanno oggi andando nella direzione opposta. Lo scenario globale dove l’Europa è immersa, non è né istruttivo, né incoraggiante: c’è la guerra dei dazi, l’indebolimento quasi mortale di molte istituzioni multilaterali come l’Organizzazione mondiale del commercio. Anche l’indipendenza e l’incisività del Fondo Monetario Internazionale è in pericolo.

La salute dell’economia domestica è quella di una persona fragile. La recessione allora è inevitabile? 
Sì. È molto probabile che per un po’ di tempo, forse due-tre trimestri, avremo un tasso di crescita negativo. È scontato secondo i previsori perché abbiamo dovuto fermare l’economia. Sarebbe un danno limitato. Ma il problema è vedere se riusciremo a reagire bene e riprenderci dopo, e, soprattutto, se la crisi da Covid-19 non farà scoppiare gli squilibri, le inefficienze, la carenza di cooperazione preesistenti, generando una crisi finanziaria, magari quando il virus sarà più che domato. 
D’altra parte proprio l’epidemia potrebbe agire da stimolo perché gli Stati e le Istituzioni europee si muovano e affrontino insieme l’emergenza. Il problema è vedere se saremo in grado di reagire bene. Proprio per questo insisto perché gli Stati e le Istituzioni europee si diano da fare subito e affrontino tutti insieme l’emergenza causata dall’epidemia. Possiamo superare la crisi che ha una causa scatenante temporanea. Dobbiamo fare le politiche giuste tutti insieme.

In Italia continua a esserci scetticismo sulla reale capacità dell’Unione europea di fare fronte comune alla crisi. È credibile quanto afferma la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che occorra un coordinamento tra tutti gli Stati membri e misure urgenti come quelli che sono stati promessi all’Italia: aumentare il debito, aiuti di Stato alle imprese in difficoltà, riuso dei fondi non spesi anziché restituirli a Bruxelles. 
È ovvio che il richiamo al coordinamento è giusto e opportuno. Il problema è vedere se e come lo fanno. Perché poi in realtà non comanda la Commissione, ma i Governi, attraverso il Consiglio. Purtroppo la Commissione ha spesso le mani legate e non ritiene opportuno protestare ad alta voce perché gliele sleghino. I Governi non vogliono cedere potere e guardano miopicamente ai loro elettorati interni con suggestioni nazionalistiche. La Commissione, a volte spalleggiata dal Parlamento, prepara molti buoni documenti propositivi, come il progetto del futuro budget pluriennale Ue, ma le proposte si bloccano, sono annacquate, vengono rimandate. L’inazione e la mancanza di coordinamento in alcuni casi, come per la gestione dei migranti, sono vergognose, in altri casi hanno dell’incredibile, come l’incapacità di accentrare davvero molti aspetti del monitoraggio statistico e della gestione logistica della diffusione del Coronavirus.

Sono gli Stati membri a rendere debole la Commissione europea? 
Sì. Gli Stati membri non vogliono cedere potere. L’Europa è fatta da una dimensione intergovernativa che è rappresentata nel Consiglio europeo, che prende le decisioni più importanti in quasi tutti i temi. Dovrebbe prenderle sotto suggerimento e ad iniziativa della Commissione europea. Però manca l’equilibrio giusto tra l’intergovernativo ed il comunitario ed è il primo a prevalere. Ecco perché la Commissione europea appare all’esterno come debole, incerta, titubante. Un esempio importante, forse troppo tra parentesi in questi giorni, proprio quando la crisi epidemica può trasformarsi in finanziaria: il progetto di riforma e rafforzamento del Meccanismo europeo di stabilità, il cosiddetto fondo “salva-stati”. 
Dato che per polemica e populismo nazionali, l’Italia dice che è una cosa cattiva perché la vogliono i tedeschi e i tedeschi dicono che è una cosa sbagliata perché aiuterebbe gli italiani: non si fa nulla, si rimanda, si dice che ci sono cose più urgenti. Mi piacerebbe sentire la Commissione protestare più ad alta voce per cose come questa anche se, lo ammetto, la Commissione spesso non alza la voce per non compromettere la capacità di mediazione sotto banco di cui dispone.

Il Governo ha varato il Decreto legge Cura Italia da 25 miliardi di euro che potrà metterne in moto fino a 350. Impianto e misure del Dl le sembrano bastevoli per aiutare imprese e lavoratori a far fronte a minori ricavi e redditi e a superare la fase difficile del dopo crisi? 
Quello di discutere di queste grandezze che poi nessuno riesce a stimare con serietà non mi convince. E non mi convincono i colleghi che si soffermano sui calcoli del numero di miliardi che ci vogliono. Prima bisogna dire che cosa si vuol fare e a chi bisogna dare questi soldi. Con che tempistica e criteri, rassicurando la gente che verrà fatto tutto in modo pulito, senza far favori agli amici degli amici. Non credo che ci siano limiti finanziari insuperabili se le spese sono fatte bene. Se volessimo per esempio incidere sul serio sulla sanità, con un piano di riforma pluriennale per renderla più efficiente e potente, troveremmo soldi pubblici e privati. E così per la scuola, la giustizia, la ricerca, la difesa del territorio, le buone infrastrutture eccetera. Non è una questione di quantità, ma di meccanismi di funzionamento, di obiettivi seri e realistici da raggiungere. 
Quando si fanno le cose bene, i soldi si trovano. Con le buone idee, il settore privato in tutto il mondo raccoglie miliardi per fare degli investimenti che hanno dei rendimenti dilazionati di diversi anni. Si pensi a ciò che hanno fatto i grandi imprenditori nel settore delle tecnologie. I Governi devono fare lo stesso: convincere che faranno le cose per bene e andando poi in giro troveranno i fondi per realizzarli. Qui invece si va avanti a contare i miliardi, si litiga strumentalmente sul fatto che siano troppo o troppo pochi per mettere in luce le varie parti politiche, senza concentrarsi con cura e studio competente sugli obiettivi. Questi 350 miliardi derivano da un calcolo del moltiplicatore, ma è un artificio, serve giusto per scrivere un documento.

Queste sono le cifre ufficiali che ha fornito il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. 
Sì. Gualtieri è una persona seria, animata da buona volontà, ma è costretto a seguire questa specie di moda. Un numero va messo, è ovvio, nelle carte dei bilanci, ma è inutile enfatizzare quello, litigare su quello, che può e deve eventualmente cambiare. Meglio insistere sulla natura dei provvedimenti e prepararli con gran cura e concordia.

Ma se questa è una moda, senza per questo voler apparire blasfemi, ma è un finto problema allora quello che viene invocato anche dalla politica, che l’Italia non può spendere tutto ciò che vuole e quando lo vuole perché lo impedirebbe l’Europa, oppure sono piuttosto le nostri classi dirigenti che non sanno dove devono portare il Paese? 
L’Europa in questo momento non impedirebbe niente. Lo ha detto chiaramente. Non ha nemmeno gli strumenti per farlo. Quello che può bloccarci in realtà sono i mercati che ci finanziano, che finanziano il nostro debito: se non sono convinti di ciò che facciamo non ci finanziano o ci finanziamo a tassi molto elevati. Il problema non è l’Europa, ma noi. Il problema analogo ce l’hanno altri Paesi. Dobbiamo fare piani di spesa convincenti. Un Paese che nazionalizza l’Alitalia dopo averla finanziata nel modo indecente come ha fatto negli ultimi decenni non può avere la fiducia dei mercati finanziari. Si può avere la compassione dei mercati. Un Paese che gestisce la crisi dell’Ilva di Taranto come l’ha gestita l’Italia non può avere la fiducia dei mercati. Un Paese che insiste nel salvare con soldi pubblici banche locali inutili e inefficienti, non merita fiducia come debitore. 
Bisogna comportarsi almeno come le migliori imprese italiane che, quando cercano finanziamenti sui mercati, preparano un accurato business plan che gli azionisti e i mercati finanziano verificandone periodicamente l’implementazione. Non si è credibili quando si cercano sostegni finanziari mentre non si ha il coraggio di rivedere Quota 100, un buco enorme nel bilancio del sistema pensionistico, una conclamata ingiustizia per i giovani.  Tutti sono d’accordo nel dire che il reddito di cittadinanza è fatto male. Tutti sono perfino d’accordo, in linea di massima, sui cambiamenti da fare, ma guai a cambiarlo davvero per paura che chi lo ha firmato, smentendosi, perda voti. Quando le cose funzionano così è più difficile per il Governo collocare a buon prezzo il debito pubblico italiano sui mercati. 
La politica economica italiana ha grandi spazi per conquistare credibilità, fiducia e finanziamenti. Spazi tanto grandi che prima o poi - concediamoci l’ottimismo - finirà per convincersi a sfruttarli.

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