Cultura

La genialità è una cosa seria, ma non sempre. Parola di Lucio Dalla

In una biografia che non lascia nulla al caso, i giornalisti Ernesto Assante e Gino Castaldo regalano ai lettori l’affresco di un personaggio che ha fatto la storia della musica. A partire da quell’irriverente 4 marzo 1943, che si rapportava con la sua data di nascita, sino ad arrivare a Caruso, che la Rca riteneva vecchia e troppo tradizionale


29/03/2021

di CATONE ASSORI


Lucio Dalla. Una luce abbagliante nella storia della nostra musica, un personaggio colto quanto estroverso che se non ci fosse stato si sarebbe dovuto inventarlo. Di fatto una figura fuori dalle righe che ha lasciato il segno nell’immaginario degli italiani per la sua grande umanità, in abbinata a una spiccata genialità dimostrata sin da piccolo. Si racconta che quando a tre anni era passato con la mamma davanti al Caffè Centrale di piazza Re Enzo era scappato sul palco per cantare una filastrocca intitolata Op, Carolla, accolto dagli applausi di un pubblico divertito. Quegli stessi applausi che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita o quasi. 
Dalla era nato il 4 marzo 1943 a Bologna (figlio di Iole, una sarta-modista, e di un commerciante di oli, Giuseppe, che a tempo perso dirigeva il locale club di tiro a volo) poco prima che le bombe sganciate dai B17 americani e dai Lancaster inglesi cominciassero a cadere a pioggia sulla città, bombardamenti annunciati dall’urlo lugubre e inquietante delle sirene. Una data, quella del 4 marzo 1943, che sarebbe entrata nell’immaginario degli italiani in quanto “spudoratamente” proposta come titolo di una sua indimenticabile canzone presentata - in abbinata con l’Equipe 84 - al festival di Sanremo del 1971 classificandosi terza. 
Un successo peraltro legato anche al testo che gli era stato proposto dalla storica dell’arte Paola Pallottino, figlia dell’etruscologo Massimo, la quale in una intervista ha avuto modo di spiegare che Gesubambino (questo il titolo originale sottoposto a censura) voleva essere un suo ideale risarcimento a Lucio che era rimasto orfano dall’età di 7 anni. Peraltro precisando: “Era un genio, capace di ribaltare il rapporto con il paroliere: io scrivevo i testi e lui ci metteva la musica, senza cambiare una virgola”. 
Un genio che, forte della sua bizzarra personalità, era diventato il “re degli amici” mentre da piccolo giocava con i compagni in piazza Cavour, inventandosi storie e favole fra la neve e le panchine gelate, trasformando le piante in giungla e i sassolini in rocce del Far West. Di fatto un’eccentrica spensieratezza che sarebbe durata poco, complice la prematura scomparsa del padre. Con il risultato di finire relegato in un collegio di Treviso, visto che la madre doveva spostarsi di frequente per tirare avanti con il suo lavoro. 
Fortuna per lui che ogni giugno potesse tornare a Bologna per poi trasferirsi per le vacanze in quel di Manfredonia con la mamma. La quale si preoccupava per il fatto che, al contrario dei suoi amici, cresceva davvero poco. Oltretutto, essendo piccolo e cicciottello, non mancò di finire nel mirino degli amichetti che lo soprannominarono Briciola… 
Una tendenza al nanismo, la sua, della quale non ci si doveva preoccupare, a detta di uno studente di Medicina che Iole conosceva. Una cura ormonale poteva infatti sbloccare la situazione. Risultato? A quindici anni non era cresciuto; in compenso era diventato peloso come un orango. Un difficile momento peraltro evocato nel 2007, con una buona dose di amarezza, nella canzone Due dita sotto il cielo
Che altro? Una passione smisurata per la musica, anche se non la conosceva abbastanza per comporre. Per di più aveva le dita troppo corte per suonare il pianoforte. Anche per questo aveva optato per il clarino, con un curioso aneddoto che ci ha raccontato qualche tempo fa il regista Pupi Avati. State a sentire. 
“Volevo diventare un grande clarinettista jazz. Ma un giorno nella Doctor Dixie Jazz Band dove suonavo arrivò Lucio Dalla. All’inizio non mi preoccupai più di tanto, perché mi pareva un musicista modestissimo. Invece seppe manifestare una duttilità, una predisposizione e una genialità del tutto impreviste: in altre parole mi mise all’angolo. A quel punto - e qui viene fuori il delizioso bugiardo, perché a suo dire “tutte le persone creative devono esserlo” - pensai anche di ucciderlo, buttandolo giù dalla Sagrada Familia di Barcellona, appunto perché si era messo in mezzo tra me e il mio sogno. Ma quest’ultima però non era una bugia mia. Ma firmata da Lucio”. Un contaballe per eccellenza a detta di Gino Paoli, che “modificava la realtà, ingigantiva i fatti, inventava situazioni inesistenti per spiazzare l’interlocutore. Trasformando questa sua attitudine in arte”. 
In effetti, di bugie, Lucio Dalla ne ha raccontate parecchie, lui istrionico personaggio capace di deliziose invenzioni, di paradossi azzardati, di vita vissuta in bilico fra realtà e fantasia. Lui sotto sotto insicuro, persino timido, che in ogni caso dominava la scena, retaggio di un’infanzia difficile seppure felice. Sempre dandosi da fare per cercare una dimensione musicale in cui sentirsi a proprio agio. Magari facendolo alla sua maniera: impulsiva, istintiva, debordante. 
Tutto questo, e molto altro, in Lucio Dalla (Mondadori, pagg. 366, euro 20,00), una accattivante biografia uscita dalle penne di Ernesto Assante e Gino Castaldo, due numeri uno nel campo del giornalismo musicale che, attraverso un minuzioso lavoro di ricerca e di documentazione, hanno ricostruito un ritratto che non c’era. Dando voce a un racconto umano, pieno di musica, di vita, di curiosità. Magari ricordando di quando, appena quindicenne, aveva iniziato a muoversi nel mondo del jazz, una musica di minoranza, alternativa e sofistica. 
Un mondo popolato di dilettanti, a volte allo sbaraglio e altre volte un po’ meno, che a Lucio andava a pennello. Insomma, una specie di scelta naturale. E poi il clarinetto, meno usato della tromba e del sax, che per lui rappresentava una specie di passe-partout per qualche “puntata” nei locali cittadini. Fu così che, passo dopo passo, avrebbe incominciato a farsi conoscere e a guadagnare qualche lira. Iniziando anche a fare il gradasso con gli amici. Ma la strada per il successo non sarebbe stata facile, come il lettore si renderà conto leggendo questo libro ricco di aneddoti e, allo stesso tempo, di intelligenza critica. 
“Popolarissimo eppure mai conforme, sempre in mostra eppure indecifrabile, amatissimo eppure senza amore, Lucio Dalla - come da note editoriali - si muove in questo racconto con tutto il suo fascino e la sua imprevedibilità. Passando dalla canzone dei parolieri ai poeti, dal jazz alla canzonetta, dal pop di consumo al cantautorato, fino a una sorta di teatro musicale di profonda coscienza civile e politica. Attraversando con il suo modo buffo e beffardo la storia della musica italiana, forte di quell’aria da giullare stralunato con cui si permetteva di fare quel che gli pareva”. 
Pagine che “imprigionano la figura di un artista unico e imparagonabile, un numero primo irriverente e libero, capace di andare contro tutto e contro tutti grazie al suo genio e alla sua caparbietà”. Geniale nel dare voce - fra le altre - a una delle più belle canzoni di sempre, Caruso
Successe che, mentre nel 1986 navigava con il suo gruppo al seguito, in primis l’amica Angela Baraldi, che la sua barca Catarro andasse in avaria e venisse rimorchiata nel porto di Sorrento, dove Lucio era di casa in quanto lì si era esibito sin dagli anni Sessanta con i Flippers. A ospitarlo al Grand Hotel Excelsior Vittoria fu Luca Fiorentino. Al quale Dalla chiese di poter visitare la stanza dove il grande tenore Enrico Caruso aveva passato, nel 1921, gli ultimi due mesi della sua vita, poco prima di lasciare questo mondo in quel di Napoli. E li trascorse, già segnato dalla malattia, suonando e disegnando, ma anche cantando ogni sera dal terrazzo, al tramonto, per la gente del posto. 
Un’atmosfera che non mancò di contagiare Dalla, il quale di getto diede vita, su quella vecchia terrazza dove il mare luccica e tira forte il vento, a una delle più belle canzoni di sempre appuntando i versi su un quadernino a righe rosse. Con un risvolto che appare ancora oggi inconcepibile: alla casa discografica Rca storsero infatti il naso in quanto a loro quella canzone suonava vecchia e troppo tradizionale. Insomma, come volevasi dimostrare…

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