Cultura

La feroce estate milanese del commissario Ferrazza e la Bologna difficile dell’ex poliziotto Galeazzo Trebbi

Dalle penne di Alessandro Bastasi e Massimo Fagnone due storie che hanno un loro perché: un noir di denuncia il primo, un tuffo nella violenza il secondo. A fronte di imprevedibili risvolti


13/01/2020

di Valentina Zirpoli


Su Alessandro Bastasi la scuderia Frilli ha puntato a partire dal 2016 con buoni riscontri. Anche perché si tratta di un uomo garbato di toni e di aspetto, capace di inaspettate giravolte narrative. Lui veneto di origine (è nato infatti a Treviso il 21 ottobre 1949, con laurea in Fisica conseguita presso l’Università di Padova), ma che da quando aveva 27 anni vive a Milano, dove ama peraltro ambientare le sue storie. Come appunto nel caso del suo recente noir Milano rovente (pagg. 270, euro 14,90), un romanzo di denuncia, spiazzante e doloroso, capace di indurre il lettore alla riflessione. 
Ma come si propone Bastasi? Appassionato di yoga e di India (“Ci sono stato diverse volte”); caratterialmente ottimista e riflessivo; capace di abbracciare, sino ad alcuni anni fa, la politica attiva nell’ambito della sinistra; irretito dalla scrittura di José Saramago e Antonio Tabucchi da un lato, Raymond Chandler e Massimo Carlotto dall’altro; animato in gioventù da una robusta passione per il teatro, in primis per i testi goldoniani (“Ho recitato spesso con il grande Gino Cavalieri sul palcoscenico di quello che fu lo storico Ridotto di Venezia, mentre la mia ultima entrata in scena risale al 2010”), passione che l’avrebbe portato a scrivere articoli per riviste di settore come Sipario e La Ribalta
E ancora: una figura di rilievo in campo informatico, premiata fra l’altro con il ruolo di amministratore delegato in una società di software. A fronte di una carriera che è stato lui stesso a riassumerci: “Nel 1976 venni assunto dalla Ibm - per questo mi trasferii sotto la Madonnina - per poi mettermi in proprio sette anni dopo fondando con alcuni amici una società. Ma quando i rapporti incominciarono a sfilacciarsi lasciai. E siccome in quel periodo mi stavo dando da fare nel campo del riconoscimento vocale (essendo stato negli Stati Uniti ad approfondire la materia) mi venne offerta una opportunità a Mosca (esperienza, datata 1990-1993, che gli avrebbe regalato lo spunto per il suo primo romanzo, La fossa comune, pubblicato nel 2008), seguita a ruota da un’altra legata alla sperimentazione nel campo del controllo degli accessi”. 
Insomma, un bel personaggio Bastasi, non c’è che dire. Capace di dire la sua anche in campo letterario, a fronte di una scrittura “rotonda e puntuale, ben ritmata”, peraltro sotto la stretta vigilanza della moglie Laura, “severa nemica dei suoi svarioni”. Un autore che, anche nel suo ultimo romanzo, conferma interessanti doti inventive e di approfondimento, mai eccedendo ma nemmeno trascurando le smagliature del quotidiano. Spingendo due dei suoi protagonisti, il commissario Ferrazza appunto e l’ispettore Ceolin, detto ‘Ndemo tosi, in un caso torbido, dai confini ambigui, al limite delle loro competenze ufficiali. 
Cosa succede in Milano rovente (nulla a che vedere con l’omonimo film del 1973 diretto da Umberto Lenzi, uno dei maestri del poliziottesco che in seguito sarebbe diventato anche un apprezzato quanto rimpianto giallista) è presto detto. “Un imprenditore dal passato avventuroso, Enea Bentivoglio, titolare di una ditta di riciclo di rifiuti, viene trovato cadavere in un noto ritrovo di tossicodipendenti. Del delitto è accusato Vittorio Gugliaro, un agente della Polizia giudiziaria in forza al commissariato dello stesso Ferrazza, mentre la delega per le indagini viene assegnata al capitano dei carabinieri Francesco Calabrese”. Temendo una vendetta da parte dell’Arma, a causa di una sua precedente inchiesta che aveva portato all’incriminazione di alcuni loro elementi nel caso denominato Notturno metropolitano, il nostro commissario si attiva in un’indagine parallela coadiuvato dall’ispettore Ceolin e dal detective, ex carabiniere, Romano Montanari. 
Il terzetto, che rappresenta tre segmenti umani del tradizionale “investigatore solitario” della narrativa noir, “si troverà immerso in una vorticosa vicenda di traffici illeciti di rifiuti e di flussi internazionali di stupefacenti, in cui risultano coinvolti il boss della ‘ndrangheta Manlio Tripodi e una misteriosa donna russa, Julia Litvinova, vecchia conoscenza di Bentivoglio, approdata in Italia con il figlio Ivan. Al terzetto di unirà segretamente il maresciallo dei carabinieri Iginio (Joe) Callegari, che non crede alla colpevolezza di Vittorio Gugliaro”. 
Sarà un’inchiesta faticosa, la loro, oltre che complessa e condotta sul filo del rasoio. Per di più trascinata, “tra mille ostacoli, colpi di scena e verità inaspettate, in una Milano oppressa da un caldo tropicale che ottunde le menti e fiacca i corpi, una città nerissima nella quale, parallelamente allo svolgimento del caso, si assiste allo sgretolamento del rapporto tra Daniele Ferrazza e la sua compagna, l’anchor woman della Tv Laura Barbieri”. 
E questo è quanto, ani no. Merita infatti ricordare che, dopo il debutto con La fossa comune, Bastasi sarebbe approdato in libreria con diversi altri lavori, fra i quali La gabbia criminale, Città contro e La scelta di Lazzaro. Quindi l’approdo alla Frilli con Era la Milano da bere, seguito a ruota da Morte a San Siro, Notturno napoletano e ora, appunto, Milano rovente.


Personaggio per certi versi fuori dalle righe, seppure con i piedi piantati per terra, è anche il bolognese Massimo Fagnoni. Un autore tosto quanto basta, capace di rispondere a muso duro alle critiche di un lettore a suo dire superficiale (“Mi sono rotto i coglioni di essere diplomatico”), ma anche di prendersela (leggi pure “incazzarsi”) con quelli che lui definisce i “puristi della domenica”. E chi vuole intendere, intenda. 
Classe 1959, laureato in Filosofia, per quasi vent’anni attivo nei servizi sociali e psichiatrici di Bologna, dal 2002 risulta in forza alla Polizia municipale cittadina. E proprio dalla collaborazione con le forze dell’ordine ha saputo trarre gli spunti giusti per raccontare storie noir che si nutrono di un contesto segnato dal degrado, dalla delinquenza, dallo spaccio di droga, oltre che dalle conseguenze della crisi che ha inciso, e non poco, sul contesto politico e sociale. 
Lui portatore - come ha avuto modo di raccontarci tempo fa - di un debole dichiarato per un autore come Don Winslow, a partire da L’inverno di Frankie Machine, ma anche per il fantasy, con una predilezione rivolta a Tolkien e al suo Il signore degli anelli. Lui che aveva debuttato nella narrativa di settore nel 2010 con Bologna all’inferno (Giraldi), seguito a ruota da La ragazza del fiume (0111 edizioni) e quindi, l’anno successivo, da Belva di città (Eclissi), primo romanzo della serie imbastita sul maresciallo Greco, vincitore del premio Lomellina in giallo. 
E poi via via, libro dopo libro, sino ad accasarsi “anche” alla Fratelli Frilli, con la quale ha pubblicato Il silenzio della Bassa, Il giallo di Caserme Rosse, Bologna non c’è più (primo premio al concorso letterario “I Sapori del giallo”, poliziotti che scrivono), il Bibliotecario di via Gorki e Ombre rosse su Bologna. 
Lui che torna ora sugli scaffali della casa genovese - dopo aver pubblicato per i tipi della Minerva Burnout, il ritorno del maresciallo Greco - con La confraternita dei Sikuri (pagg. 218, euro 14,90), incentrato sulla sesta indagine dell’ex poliziotto Galeazzo Trebbi. Personaggio sul quale ama ironizzare affermando: “Alcuni mi chiedono se bisogna iniziare a leggere di Trebbi dal primo romanzo. E io rispondo che sarebbe meglio, ma che non è obbligatorio. L’importante è leggerli”. 
Trebbi, si diceva, il disincantato investigatore, “non per amore e non per denaro”, entrato in scena negli anni del terrorismo per poi trovare una sua collocazione in “dolorose” vicende legate all’attualità. Scavando fra miseria ed emarginazione, ricchezza e privilegi, disinteresse e indifferenza. Esplorando peraltro “luoghi oscuri sia virtuali che reali, nei quali domina la violenza e la sopraffazione”, gente che ha perso la giusta direzione. 
Ma veniamo alla trama de La confraternita dei Sikuri, incentrata sulla sparizione di una donna di 35 anni che aveva accettato di incontrare un tizio conosciuto via Facebook, in questo spinta dal suo vuoto quotidiano, stanca di esserci per tutti, stanca di essere considerata indispensabile. Si chiama Sara Lelli ed è una volontaria, instancabile quanto determinata, che lavora (come socia di una cooperativa) presso la Casa delle donne, un centro di igiene mentale. E sarà lei a sparire dopo aver incontrato l’uomo del… mistero nel piazzale antistante il monastero di San Michele in Bosco. 
Un caro amico di Sara, il trentenne ex tossico Piero Nadalini, non avendo più sue notizie, si rivolge - su suggerimento di Alda, una conoscente comune - al detective privato Galeazzo Trebbi. Con il quale peraltro non scorre buon sangue perché era stato proprio lui ad abbandonare sua figlia Irene, alcuni mesi prima, davanti a un pronto soccorso. Dubbioso se accettare o meno il caso, alla fine Trebbi si lascia convincere e si mette a indagare, in questo supportato dal commissario Guerra, il quale gli rivelerà che a Bologna negli ultimi tempi ci sono state anche altre le donne sparite nel nulla. 
Risultato? Una specie di gioco folle e disperato nel quale sarà difficile raccapezzarsi e che si dipana in ambienti equivoci e luoghi pericolosi. Ambienti segnati dalla solitudine, dalla disperazione nonché dalla violenza e dalla noia, peraltro contaminati dai mali moderni, che vanno dalle insidie della Rete allo stalking, dalle ossessioni all’omertà, dai complessi rapporti di coppia alla confraternita. Ferme restando le anomale indagini dell’investigatore più amato di Corticella, personaggio che ancora una volta non deluderà i lettori.

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