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La famiglia non ha colore: รจ un "capitale" umano, economico e sociale sul quale investire

Si tratta di un valore universale, al di fuori di qualsiasi schieramento politico, che andrebbe tutelato e supportato. Anche attraverso un fisco più equo che riconosca il valore sociale dei figli. Senza negare i diritti ad altre forme di convivenza


15/04/2019

di Antonio Sciortino*


Il mese scorso s’è molto parlato di famiglia. A proposito e a sproposito. Solo slogan, per lo più viziati da ideologie, pregiudizi e toni da crociata. Pro o contro. Smarrendo di vista il tema del contendere e le sue reali necessità. Così è stato, in occasione del congresso mondiale sulla famiglia, che s’è tenuto a Verona, con ampia copertura dei mass media. Un’occasione persa, per contrapposti anatemi. Una prova muscolare, per polemiche fine a se stesse. A delimitare confini, segnare limiti, lanciare insulti. Senza alcun reciproco ascolto. A beneficio della passarella di qualche politico, in cerca di visibilità. Vergognosa strumentalizzazione, che ha lasciato intatti i problemi reali della famiglia. 
“D’accordo sulla sostanza, non sulle modalità”, ha detto il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, denunciando quel clima di scontro che s’è generato, assieme alle tante forme di discriminazione e offese per scelte e realtà diverse. 
Eppure, la famiglia è un bene di tutti. Qualcuno ha detto che, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Un valore universale che andrebbe tutelato, come patrimonio dell’umanità. La famiglia non ha colore. Non appartiene alla destra, alla sinistra o al centro degli schieramenti politici, se ancora queste collocazioni hanno un senso. Dovrebbe stare a cuore a tutti. Se cresce la famiglia, il Paese intero se ne giova. Il suo sfaldarsi, invece, ha nefaste conseguenze sulla società tutta. Sulle buone relazioni e sulla coesione sociale. La famiglia è una risorsa vera, sebbene maltrattata. O lasciata in fondo alle priorità di chi ci governa, come fosse una cenerentola. Nella sua umile resistenza, essa tiene in piedi il Paese, che si sta sbriciolando.  In un grave deficit di etica e di umanità. 
Da anni e con tutti i governi, l’attuale incluso, alle belle parole sul valore della famiglia, “cellula fondamentale della società”, non hanno mai fatto seguito delle vere e strutturali politiche familiari. Solo elemosine e qualche bonus una tantum. Senza un fisco più equo e “amichevole”, che riconosca il valore sociale dei figli, per la crescita e il futuro dell’Italia. E anche la centralità della maternità, da favorire con politiche di conciliazione o, meglio, di armonizzazione tra lavoro e crescita dei figli. 
A maggior ragione, in un Paese che è in fondo alla classifica mondiale, quanto a tasso di natalità. Ogni anno, un saldo sempre più negativo e preoccupante, a sfavore delle nascite. E una politica miope, senza ideali e progettualità, che non ha uno straccio di visione del futuro del Paese. Naviga a vista, di elezione in elezione. Alla spasmodica ricerca del consenso, da conquistare a ogni costo e prezzo. Nel frattempo le nuove generazioni, sempre più assottigliate, la speranza la cercano altrove. All’estero, e numerosissimi. Più di centomila all’anno varcano i confini. Fenomeno grave, in crescita, che impoverisce il Paese. Un’emorragia sociale, che passa sotto silenzio. Altre sono le emergenze. I porti da chiudere ai naufraghi, gli immigrati da respingere in mare e riportarli nei lager della Libia. Paese dichiarato, fino a poco tempo fa, “sicuro”. E oggi in preda a una feroce guerra fratricida, alle porte di casa nostra. 
Sulla famiglia, dopo il congresso di Verona, una parola di saggezza l’ha detta il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, sebbene rammaricato per le divisioni, le piazze contrapposte e le polemiche strumentali su un tema così prioritario: “Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico, ripartiamo da un’attenzione reale alla natalità, prendiamoci cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale, confrontiamoci con quanto già esiste negli altri Paesi del continente per assumere, in maniera convinta, opportune misure economiche e fiscali per quei coniugi che accolgono la vita”.  
Parole simili ha espresso Pierpaolo Donati, uno dei maggiori esperti, a livello mondiale, di politiche familiari: “La famiglia in Italia si sta disgregando. Quindi, il sostegno alle coppie che intendono concretamente ‘far famiglia’ è urgente e doveroso. Ma in Italia, per questi obiettivi, non si fa nulla”. E in merito alle polemiche, che hanno accompagnato Verona, ha aggiunto: “Promuovere una politica per la famiglia non vuol dire negare i diritti ad altre forme di convivenza che nascono dalla libera scelta delle persone. Quando ci sono aspetti di vicinanza, di mutuo aiuto, di amicizia solidale, queste convivenze vanno rispettate. Perché anche in queste relazioni le persone possono realizzarsi. Ma sempre tenendo distinte realtà che sono diverse. La famiglia ha un suo genoma insostituibile. Altre forme, come le unioni civili, sono “altro”. Ed è giusto distinguere, che non vuol dire discriminare. Ma una famiglia con figli ha funzioni sociali che altri tipi di unione non possono avere. E queste funzioni vanno riconosciute”. 
Come dire che se tutto è famiglia, alla fine nulla è più famiglia. Né si possono chiamare con lo stesso nome realtà del tutto differenti. Altrimenti, avremmo minato alla radice una specifica istituzione primaria, che ha una vocazione politica e pubblica. Un deficit di famiglia rende la società più povera. Sotto ogni punto di vista. Relazioni più stabili e solide aumentano la sinergia tra le persone, perché la famiglia è capace di realizzare equità e ridistribuire le risorse tra i suoi membri in base alle necessità di ciascuno. In uno scambio generazionale solidale. La famiglia è un capitale umano, sociale ed economico. Non consuma solo risorse, di cui ha necessità, ma produce bene e servizi incommensurabili. Non è un costo, ma un investimento. In tempi di crisi economica, come quelli attuali, essa s’è rivelata il miglior ammortizzatore sociale. Soprattutto per i giovani in stato di precarietà o senza un lavoro. 
Ma c’è anche un’altra famiglia che fa l’Italia. Anche se si tende a ignorarla. E, molto più spesso, a ostacolarla. In tutti i modi. Con una politica al limite dell’assurdo. O della discriminazione e del razzismo. Tesa più a escludere che a includere. E a integrare. Succube del principio dell’indesiderabilità. Come, ad esempio, il piano regolatore proposto dal sindaco leghista, Marco Ghezzi, di Calziocorte, in provincia di Lecco, che esclude gli stranieri da alcune zone della cittadina. L’altra famiglia che fa l’Italia è quella degli immigrati, quella che s’è ricongiunta in Italia o che s’è formata sul nostro territorio, generando figli. Quei “nuovi italiani”, che non vogliamo riconoscere. Una risorsa per il nostro basso tasso di fecondità. E non un pericolo per il Paese. Come un’assillante propaganda vorrebbe farci credere, alimentando il panico da immigrazione. 
Paure per nulla giustificate. Quasi l’immigrazione fosse il problema nazionale. Origine e causa di tutti i nostri mali. Così si educa solo alla separazione e al rancore. Per sfociare in gesti vergognosi e disumani, come quello del comune leghista di Minerbe, in provincia di Verona. Dove alle scuole elementari, una ragazzina di una famiglia straniera era costretta a mangiare tonno e cracker perché i genitori non potevano pagare il buono mensa. 
Gli immigrati con famiglia e figli facilitano l’integrazione. Sono un fattore di stabilità. Anche grazie a una scuola sempre più accogliente, integrante e interculturale. E alle relazioni che si stabiliscono con altre famiglie italiane. Una mescolanza che accresce il benessere di tutti, oltre alla sicurezza. Un immigrato con famiglia più difficilmente delinque. Più facilmente si integra. Assurdo, quindi, l’insano accanimento contro gli stranieri e le loro famiglie. 
Ma anche nei confronti dei rom, com’è successo a Torre Maura, in periferia di Roma. Dove settanta rom, tra cui trentatre bambini e ventidue donne, sono stati respinti e allontanati dalla casa che era stata loro assegnata dal comune. Una protesta degli abitanti di Torre Maura, alimentata e strumentalizzata, per ragioni ideologiche, dai militanti di Casapound. Hanno trattato queste famiglie come fossero animali. Hanno gridato loro di tutto: “Non li vogliamo, perché zingari”; “Zozzi”; “Io li brucio, li odio”; “Zingari, dovete morire di fame”. A queste ultime parole, hanno fatto seguire gesti conseguenti. Tra gli applausi dei presenti, i volontari che portavano cibo ai rom sono stati aggrediti e insultati. Hanno strappato loro le buste dei viveri e buttato per terra i panini, calpestandoli con rabbia e livore. Gesto disgustoso. Un’offesa alla “sacralità” del pane. E alla dignità delle persone. 
C’è voluta la saggezza e il coraggio di un quindicenne, Simone, anch’egli abitante di Torre Maura, a ricordare a questi facinorosi che siamo tutti esseri umani, con gli stessi diritti. “Secondo me”, ha detto, “nessuno deve essere lasciato indietro, né gli italiani né i rom, né gli africani”. La guerra tra poveri è una sconfitta per tutti. Dopo Greta Thunberg, la sedicenne norvegese, a difesa della casa comune; Rami, l’eroe del bus di Milano, a difesa della cittadinanza dei figli di immigrati nati in Italia; e ora Simone di Torre Maura a difesa delle minoranze, possiamo diredi dover apprendere la saggezza dai ragazzi. Una lezione di civiltà, che ci fa ben sperare. Un barlume di umanità, a illuminare tanta indifferenza e cattiveria. Il mondo sarà salvato dai bambini.

*Già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale

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