Cultura

L’economia senza veli spiegata al popolo. Come nel caso della guerra sbagliata contro l’Iraq di Saddam Hussein

Paul Krugman, Premio Nobel nel 2008, racconta la lotta per la verità e la giustizia contro le idee mai morte che uccidono la buona politica


23/03/2020

di Giambattista Pepi


“Che cosa deve fare un aspirante studioso? Ignorare il clamore politico, limitandosi a proseguire le ricerche. È una scelta che rispetto e, per la maggior parte degli studiosi, persino in campo economico, è la più indovinata. Però abbiamo bisogno anche di intellettuali pubblici: persone che comprendano e rispettino le ricerche, ma siano disposte a gettarsi nella mischia politica”. 
A parlare così, come se si trovasse davanti ad uno specchio, è Paul Krugman, uno tra i più grandi economisti americani di tutti i tempi, ma, soprattutto, un grande divulgatore scientifico, che è colui che svolge l’attività di comunicazione rivolta al grande pubblico di nozioni e ricerche accademiche in forma accessibile e di facile comprensione. Nel nostro caso delle teorie economiche che, normalmente, sono complicate e quindi non accessibili a chiunque. 
Un’attività che lo intriga e lo appassiona. Iniziato con articoli ed editoriali su giornali e riviste americane da cui sono poi nati diversi libri di successo venduti in tutto il mondo. 
Come la sua ultima fatica Discutere con gli zombie. Le idee economiche mai morte che uccidono la buona politica (Garzanti, pagg. 414, euro 24,00), un volume in cui dà conto della genesi del ruolo di divulgatore, accettato un po’ controvoglia all’inizio, ma nei cui panni sembra poi essersi trovato perfettamente a suo agio. 
Nel libro (Arguing with zombies. Economics, Politics, and the Fight for Better Future è il titolo originale dell’opera tradotta da Roberta Zuppet) l’autore - professore di economia politica all’Università di Stanford a Paolo Alto in California, e già docente al Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università di ricerca del mondo con sede a Cambridge, nel Massachusetts e nell’ateneo di Princeton e Premio Nobel per l’economia nel 2008. Con Garzanti ha pubblicato, tra gli altri, Il silenzio dell’economia, Fuori da questa crisi, adesso! e Un paese non è un’azienda - ha raccolto e pubblicato gli articoli apparsi sul New York Times, prestigioso quotidiano americano, dal 2004. 
Nell’introduzione al volume Krugman racconta il retroscena che l’ha portato a diventare un commentatore di economia tra i più apprezzati e seguiti al mondo: “Il New York Times pretendeva che scrivessi esclusivamente di affari ed economia. Ma mi sono ritrovato in una posizione che né la redazione né io avevamo previsto. E tutto cominciò con la denuncia dell’amministrazione del presidente Bush che portò gli Stati Uniti e il Regno Unito che guidavano una coalizione internazionale a entrare in guerra nel 2003 contro l’Iraq di Saddam Hussein, mentendo entrambi spudoratamente sui veri motivi del conflitto”. 
Una denuncia forte, coraggiosa, puntuale. Peraltro, diversi anni dopo, l’ex premier inglese Tony Blair chiese pubblicamente scusa sia ai sudditi di Sua Maestà sia all’opinione pubblica internazionale per la guerra in Iraq. Disse che lui e Bush si erano sbagliati: non era vero ciò che avevano affermato sul conto di Hussein e dell’Iraq. Avevano contraffatto le prove sulle armi di distruzione di massa e mandato all’Onu il 5 febbraio 2003 il segretario di Stato americano Colin Powell agitando la famosa fiala contenente una polvere bianca per convincere l’America e il mondo intero dell’esistenza della cosiddetta “smoking gun”, la pistola fumante, la prova mai provata dell’esistenza dell’antrace e delle micidiali armi batteriologiche nelle mani di Saddam Hussein. 
In quella occasione “l’amministrazione di George W. Bush si era rivelata disonesta in una misura che non aveva precedenti nella politica statunitense (benché ora sia stata surclassata dai trumpiani) e chiaramente, almeno questa era la mia impressione, ci stava mandando in guerra con l’inganno. Eppure nessun altro giornalista con una rubrica in una testata autorevole era disposto a farlo presente. Così mi sono fatto carico di questo compito”. 
I migliori articoli dell’epoca erano finiti nel volume La deriva americana del 2003. Quelli pubblicati successivamente sono invece confluiti nell’attuale volume. 
“Più di un terzo del libro - spiega l’autore - è dedicato ai vari aspetti della crisi finanziaria del 2008 e ai suoi strascichi. Il resto del libro parla per lo più di come uccidere gli zombie: dalle illusioni sui tagli fiscali alla negazione del cambiamento climatico e anche del conservatorismo di movimento che permette loro di continuare a trascinarsi”. 
Krugman parla con chiarezza e franchezza di molti problemi e questioni divisive dei nostri giorni: il ruolo futuro dell’Unione europea, i rischi della Brexit, le nuove strategie commerciali delle potenze mondiali e, senza mancare di offrire soluzioni originali e commenti taglienti, si scaglia contro i sovranismi e i populismi su entrambe le sponde dell’Atlantico. Mettendo in guardia dalle riforme dell’amministrazione Trump, nell’anno delle elezioni presidenziali. E con coraggio sfata tutte quelle convinzioni che le evidenze avrebbero dovute far mettere da parte, decenni se non secoli fa, e che invece continuano a sopravvivere come zombie a divorare il cervello di commentatori, intellettuali e molti politici. 
“Questo libro è la storia di una lotta per la verità, la giustizia contro gli zombie. Non so se sia mai possibile vincere su tutta la linea: di certo si può perdere. Ma sicuramente è una causa per cui vale la pena di combattere” conclude l’economista.

(riproduzione riservata)