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La dignità e la serietà del premier Conte hanno dato luce e rimesso in gioco l'Italia

Secondo la giornalista francese Ariel Dumont il suo comportamento è stato ineccepibile: ha evitato la procedura di infrazione e ha posto questioni di metodo e di principio nelle scelte delle prime guide delle istituzioni comunitarie. E l’Europa? Dovrà voltare pagina, ma ci vorrà tempo


08/07/2019

di Giambattista Pepi


Ariel Dumont

Gli ultimi due mesi sono stati molto travagliati e sofferti per l’Europa e per l’Italia. Prima le elezioni europee con il rischio incombente che le truppe dei movimenti e dei partiti euroscettici potessero travolgere Bruxelles e cambiare i connotati delle Istituzioni europee. Poi la procedura d’infrazione per debito eccessivo nei nostri confronti che la Commissione europea minacciava di aprire se Roma non avesse soddisfatto le richieste di riportare al 2% il rapporto tra il deficit e il Pil chiudendo il disavanzo del 2018 e fornendo adeguate garanzie per il 2019. 
Il senso di responsabilità, la dignità, la serietà (e la storia) dimostrati dai leader europei, e tra questi Giuseppe Conte, hanno permesso di superare bene questi due esami: da un lato, riprendere tutti insieme per far avanzare anziché arrestare, o peggio, arretrare, il progetto europeo, designando ai vertici degli organismi comunitari personalità apprezzate e condivise da tutti (tra i quali il nostro David Sassoli, eletto presidente del Parlamento europeo, che succede a un altro italiano, Antonio Tajani) e, dall’altro, consentire a Roma di raddrizzare di quel tanto che basta i conti pubblici, mantenendo immutata la road map della propria politica e salvaguardando in prospettiva futura i rapporti con l’Ue e gli Stati membri. 
Economia Italiana.it ha intervistato Ariel Dumont, giornalista francese di lungo corso, corrispondente del periodico Marianna e profonda conoscitrice dell’Europa. Ecco cosa ci ha detto.  

Dopo le elezioni del Parlamento europeo e la designazione dei successori ai vertici delle cinque istituzioni comunitarie l’Europa ha voltato pagina? Possiamo dire che si è lasciata alle spalle le scorie di una legislatura tra le più travagliate della sua storia? 
Dire che l’Europa sta voltando pagina francamente è troppo presto. Anche perché una delle cariche più importanti, penso in particolare a quella della francese Christine Lagarde alla presidenza della Bce, si inscrive nel solco della continuità di Mario Draghi. Se si guarda al suo profilo la Lagarde non è un’economista, ma dispone di ottimi consiglieri e verosimilmente proseguirà la politica monetaria fatta sin qui dalla Banca centrale europea. Per quanto riguarda il resto bisogna aspettare che il quadro delle nomine sia definito, eccetto quella di David Sassoli che è già stato eletto presidente del Parlamento europeo. Non in quanto italiano, ma perché lui si iscrive in una certa linea politica. Una cosa è sicura: questa Europa, al di là di una parte di deputati, quelli dei partiti sovranisti e populisti, che sono stati eletti e che non cambieranno assolutamente lo schema delle istituzioni europee così come le conosciamo perché non hanno la maggioranza, un cambiamento lo farà. Perché la Brexit avrà sicuramente il suo peso e qualcosa bisognerà cambiare. Insomma, alcune regole dovranno essere riviste e rese più morbide. 

Ma la designazione di due donne, la tedesca Ursula von derLeyen e la francese Christine Lagarde, rispettivamente alla presidenza della Commissione Ue e della Bce, non può essere visto come un cambiamento? 
Francamente come donna potrei rispondere di sì: è importante. Ma, a ben vedere, questo è il risultato di trattative condotte da due “pesi massimi” in Europa che sono il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Sono due candidate, l’una perché si iscrive nell’eredità politica della Merkel, l’altra perché è francese ed è stata vista con favore dall’Eliseo. Alla fine, gira e rigira, l’Europa resta pur sempre a trazione franco-tedesca. Gli altri Stati membri non sono comparse, ma comprimari…

Come giudica invece la condotta dell’Italia? Ha evitato la procedura d’infrazione e si è garantita, oltre la presidenza del Parlamento europeo, un Commissario di peso come quello alla Concorrenza, in passato ricoperto da Mario Monti...  
L’Italia è uno dei Paesi fondatori dell’Europa e qualcosa doveva avere. La Commissione europea, ritenendo all’inizio giustificata l’apertura di una procedura d’infrazione per la violazione della regola del debito, ha lanciato un segnale di ammonimento al rispetto delle regole, specie dopo quanto era accaduto nello scorso autunno in occasione della legge di Bilancio 2019, ma non si poteva sul serio sanzionare uno dei Paesi che ha contribuito a scrivere la storia dell’Unione europea. La carica di presidente del Parlamento europeo è stata data a un democratico, a un’idea, non a un Paese. Semmai a un profilo.

Ritiene sia sbagliato dire che si è trattato di un “do ut des”, cioè di uno scambio? Come dire, la chiusura della procedura per deficit eccessivo contro l’Italia in cambio del via libera al “pacchetto” delle nomine cui tenevano francesi e tedeschi, anche se non erano la Lagarde e la von Leyen i candidati della prima ora… 
No. Assolutamente no. Sono due cose che si sono mosse su binari paralleli, non si sono intrecciate. Nessuno ha mai pensato o agito in questo modo né da parte italiana né da parte della Commissione europea, e nessun altro capo di Stato e di Governo degli Stati membri ha mai pensato minimamente a scambi di questo genere.

Ritiene che l’Italia, attraverso il suo premier Giuseppe Conte, abbia agito con diplomazia rivendicando il merito di avere posto una questione di metodo e di sostanza nel lavoro con i rappresentanti degli altri Stati membri Ue? 
Sì. Il presidente Giuseppe Conte ha rappresentato con alto senso di responsabilità e nel rispetto pieno delle sue prerogative l’Italia, agendo con saggezza e lungimiranza nell’interesse del proprio Paese ma anche dell’Europa. Ponendo sul tavolo questioni di principio e di merito che sono state condivise e apprezzate dagli altri capi di Stato e di Governo presenti al Consiglio europeo. Del resto chi se non lui poteva parlare con i grandi? Chi è che è andato in giro per il mondo a rappresentare l’Italia? È stato sempre Conte. La cosa interessante da notare è che la sua autorevolezza è cresciuta da quando fece la nota conferenza stampa in cui diede una sorta di aut aut ai due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, mettendoli di fronte alle loro responsabilità. Rivendicando di essere lui il capo del Governo e di non essere asservito a nessuno dei due. Se così non fosse stato ne avrebbe tratto le conseguenze e si sarebbe dimesso dalla carica di premier. Allora si ritagliò un ruolo istituzionale, rivendicando le sue prerogative e le sue competenze da poter svolgere in piena responsabilità e in piena libertà, rispondendone di fronte al Paese, al Parlamento, al capo dello Stato e alla Costituzione repubblicana.

Sono state pertanto ininfluenti le contrapposizioni recenti di Di Maio e Salvini con alcuni capi di Governo e di Stato europei? 
Salvini fa il suo lavoro: è un uomo di campagna. Mi fa pensare al generale di un esercito che pensa sempre alle conquiste. Quanti giorni ha trascorso al Viminale da quando è stato nominato ministro dell’Interno, cioè da un anno. Lei lo sa?

No. 
Glielo dico io. Novanta giorni.

Sembra, però, che lui sia il premier in pectore, o stia studiando per diventarlo: va a parlare con il presidente degli Stati Uniti Trump e immagina per l’Italia una manovra finanziaria di stampo trumpiano. Poi parla o polemizza con capi di Stato e di Governo come se fosse lui il premier e non Conte. 
Queste mosse non sono intelligenti, perché gli mettono l’Europa contro. Ritengo che Salvini abbia le sue virtù, ma difetta di intelligenza. Ripeto: Salvini è un generale.

E se Salvini stravincesse le prossime elezioni politiche e diventasse il capo del Governo ritiene che i rapporti con l’Europa potrebbero mutare di segno? 
No. Un conto è prima, quando fai politica e cerchi di avere consenso. Un altro dopo, quando assumi l’incarico pubblico di presidente del Consiglio, che comporta oneri, doveri, obblighi, responsabilità.

Di quali riforme ha assolutamente bisogno l’Europa per rilanciare il progetto federale e tornare a suscitare entusiasmo, consenso e fiducia nelle popolazioni, gran parte delle quali sono alquanto deluse? 
Anzitutto affrontare la questione migratoria. Forse bisogna cominciare a riformare il Trattato di Dublino. Poi bisognerà rivedere i parametri del Trattato di Maastricht, che sembra stiano molto stretti non solo all’Italia: rivederli, però, non significa eliminarli, perché delle regole sui conti pubblici ci vogliono. L’Italia accusa la Germania di essere la responsabile del suo stato. Non è la Germania a volere che siano applicate severamente le regole del Trattato, ma gli ultimi Paesi a essere entrati a far parte dell’Ue, cioè gli Stati dell’Europa orientali, un tempo satelliti dell’ex Unione Sovietica. Sono loro a dire che le regole non solo non vanno cambiate, ma vanno applicate senza fare sconti specialmente nei confronti dell’Italia. 
Quando si è trattato di capire se la procedura d’infrazione per deficit eccessivo e dunque violazione della regola del debito era giustificata i più accaniti contro l’Italia erano proprio i capi di Stato e di Governo dei Paesi del Patto di Visegrad, a cominciare da Victor Orban, premier ungherese, cioè tutti “amici” di Salvini. E sono stati sempre loro a essere tra i Paesi europei quelli meno solidali nella ridistribuzione degli immigrati che arrivavano in Italia e sono sempre paesi come l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia a erigere steccati e muri per impedire che gli immigrati possano giungere dai Balcani nei loro paesi. Ricordiamocelo questo. Inoltre penso che occorrerebbe avere una contrattualizzazione comune per gli stipendi e i salari delle diverse categorie di lavoratori in Europa. Perché un medico strutturato in Italia deve avere uno stipendio base di un importo e lo stesso medico di un ospedale pubblico in Austria deve averne un altro, e in Francia un altro ancora. Occorre creare condizioni di concorrenza uguali.

Revisione del Trattato di Dublino e aggiornamento di quello di Maastricht, ma non pensa che debba anche essere completata l’Unione bancaria? 
Sì. Anche quello. È un vasto programma. Come lo chiamava il generale francese De Gaulle. Ma proprio perché è un programma così vasto non può essere realizzato in cinque anni. Ma intanto devi cominciare. Devi inviare segnali per far comprendere ai cittadini europei che l’Ue fa molte cose. Che alcune sbagliate le cambia. Altre sono da migliorare e le perfeziona. Altre sono superate e vanno aggiornate.

È chiaro che l’avvio di una stagione riformatrice in Europa e una maggiore integrazione comporta il trasferimento di quote di sovranità dagli Stati membri a favore delle Istituzioni comunitarie. Come si concilia con il neo-sovranismo, il neo-nazionalismo, il populismo che non sono favorevoli all’ampliamento del ruolo dell’Europa? 
Bisogna avere il coraggio di farsi una domanda: chiudiamo l’Europa, smantelliamo le istituzioni europee create un poco alla volta a partire dagli anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale? Vogliamo veramente continuare a realizzare quel sogno dei Paesi fondatori, di Spinelli, Adenauer, Monnet, De Gasperi e altri? Vogliamo realizzare il progresso? Dobbiamo metterci d’accordo. Tira oggi, tira domani arriva il momento che la fune si spezza.

Il fatto è che sono aumentate le diseguaglianze, le disparità, le iniquità tra gli Stati membri e all’interno degli stessi Stati. Un esempio è la grande povertà che ha colpito ampie fasce della popolazione in Italia, così come in Grecia, in Spagna, in Portogallo. Come garantire il raggiungimento degli obiettivi per cui nacque l’Europa, che non era solo quello di garantire la pace nel Vecchio Continente, ma anche di favorirne lo sviluppo, il lavoro e il benessere? 
Questa è una grande domanda. Per l’Italia bisognerebbe creare una stabilità economica. La questione del ritardo di sviluppo del Mezzogiorno non è imputabile all’Europa, è un problema che il vostro Paese si trascina dietro dall’Unità d’Italia ed è lungi dall’essere stato risolto e questo malgrado ingenti finanziamenti statali ed europei. Così come non è normale che Roma abbia, assieme alla Grecia, il più alto debito pubblico d’Europa e uno tra i più alti al mondo. Come l’avete accumulato? Perché continua a crescere? Perché i Governi non sono riusciti a diminuire? Questa palla al piede crea condizioni di povertà. Non è normale che ci sia gente che non abbia un reddito minimo garantito. Non è normale che molta gente non trovi lavoro. Non è normale che debba abbandonare l’Italia e cercare fortuna altrove. 

La Brexit non è stata consumata. L’Unione europea senza il Regno Unito è più povera? Sarà una perdita per tutti? 
Sì. Sarà una grande perdita. Una parte della nostra anima volerà via. L’Europa senza il Regno Unito non sarà più la stessa. Bisogna ricordarsi una cosa: gli inglesi due volte hanno salvato l’Europa dalla dissoluzione e dall’oppressione. E lo abbiamo dimenticato. Loro pensano che noi europei non li amiamo abbastanza. Una cosa mi ha molto colpito.

Cosa? 
Il disprezzo. Pochi giorni fa, in occasione della prima seduta del nuovo Parlamento europeo quando si suonava l’Inno alla gioia, l’Inno del Parlamento, i deputati inglesi eletti nelle liste del partito di Nigel Farage hanno girato le spalle. Era un segno di disprezzo enorme. E questo ha dimostrato da una parte e dall’altra il vuoto che si è creato, la perdita che abbiamo subìto.

Chi ha sbagliato? Di chi sono le responsabilità della Brexit? 
Avremmo dovuto insistere perché entrassero fin dalla prima ora nell’euro. Non abbiamo saputi persuaderli a essere più coinvolti nell’Europa. Se avessimo fatto questo, loro non avrebbero messo in dubbio la loro appartenenza all’Ue, non sarebbero usciti. E c’è un rischio con la Brexit. Se ci sarà il “no deal”, cioè nessun accordo tra Ue e Regno Unito, a fine ottobre l’Irlanda può diventare una polveriera. Ci potrebbe essere una corsa al riarmo tra i protestanti e i cattolici nell’Ulster, cioè nell’Irlanda del Nord, e potrebbero crearsi tensioni tra Irlanda e Regno Unito sulla questione dei confini.

Si può fare ancora qualcosa per trattenere gli inglesi? 
No. Si può soltanto sperare che per loro, un domani che non sia troppo lontano, ci sia un secondo referendum. Sperando anche che Boris Johnson e Nigel Farage non riescano ad avere tutto il potere nelle loro mani.

Guardando l’Europa che verrà è ottimista o pessimista sul suo futuro? 
L’Europa non può morire. L’Europa sarà salva.

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