Cultura

La corruzione, il male antico che mina le fondamenta del vivere civile

Venticinque anni dopo l’inchiesta di “Mani pulite”, il magistrato Piercamillo Davigo offre una chiara e lucida analisi del fenomeno tracciando il quadro di un vero e proprio sistema criminale


13/05/2019

di Giambattista Pepi


“Tutto era cominciato un mattino d’inverno, il 17 febbraio 1992, quando, con un mandato d’arresto, una vettura dal lampeggiante azzurro si era fermata davanti al Pio Albergo Trivulzio per prelevarne il presidente, l’ingegner Mario Chiesa, esponente del Partito socialista italiano con l’ambizione di diventare sindaco di Milano. Lo avevano pescato mentre intascava una bustarella di sette milioni di lire, la metà del pattuito, dal proprietario di una piccola azienda di pulizie che, come altri fornitori, doveva versare il suo obolo, il 10 per cento dell’appalto che in quel caso ammontava a 140 milioni”. 
Così nel libro Era ieri (Rizzoli, 2005) l’indimenticabile giornalista e scrittore Enzo Biagi, aveva rievocato “Mani pulite”: una serie di inchieste giudiziarie condotte negli anni Novanta (quella passata alla storia  per i nomi eccellenti di uomini politici ed imprenditori coinvolti fa riferimento al fascicolo aperto alla Procura della Repubblica di Milano nel 1991 dal Pm Antonio Di Pietro, che anni dopo, smessa la toga avrebbe fondato, divenendone leader, il partito Italia dei Valori, che gli consentì di essere rieletto in Parlamento - dopo il turno nella fila di Rifondazione comunista - e diventare per due volte ministro dei Lavori pubblici e delle Infrastrutture nel Governo presieduto da Romano Prodi). 
Queste inchieste rivelarono un sistema fraudolento che coinvolgeva la politica e l’imprenditoria. L’impatto mediatico e il clima di sdegno dell’opinione pubblica che ne seguirono furono tali da decretare la fine della cosiddetta Prima Repubblica, l’inizio della Seconda e la scomparsa di cinque partiti storici (Dc, Psi, Psdi, Pli e Pri) sostituiti in Parlamento, nelle successive elezioni, da partiti di nuova formazione o che prima erano sempre stati minoritari e comunque all’opposizione; anche senza un formale cambiamento di regime, si ebbe un profondo mutamento del sistema partitico e un ricambio di parte dei suoi esponenti nazionali. 
Da quegli eventi giudiziari e mediatici sono trascorsi venticinque anni e ancora oggi le prime pagine dei giornali e i servizi di telegiornali e radiogiornali raccontano spesso episodi di corruzione che coinvolgono i livelli più alti del mondo politico, economico e finanziario del nostro Paese (buon ultima l’ondata di arresti, la scorsa settimana, in Lombardia e in Puglia). 
Ma dal 1992 a oggi cos’è cambiato sul fronte della corruzione?  I meccanismi che regolano il malaffare sono ancora gli stessi? L’azione svolta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine ha avuto un’efficacia deterrente? 
Piercamillo Davigo, nel libro Il sistema della corruzione (Laterza, pagg. 102, euro 10,00) ci offre un’analisi chiara e lucida del fenomeno tracciando il quadro di un vero e proprio sistema criminale. Che, nonostante l’attività della magistratura e delle forze dell’ordine impegnate quotidianamente in inchieste e indagini per individuare i “patti scellerati” che stanno alla base della corruzione, continua ad inquietare l’opinione pubblica per le dimensioni assunte ed il gran numero di persone coinvolte. 
Componente del Consiglio superiore della Magistratura, già presidente della Sezione della Corte di cassazione in servizio alla Seconda sezione penale dal 2005, ma soprattutto membro del pool Mani Pulite come sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Davigo - nella disamina del fenomeno - prende le mosse da due caratteristiche fondamentali che permettono di comprendere “che cosa sia la corruzione e per quale motivo sia così difficile sradicarla”, ovvero seriale e diffusiva. 
La prima caratteristica (la serialità) si sostanzia nel fatto che coloro che sono dediti a questi illeciti tendono a commetterli ogni volta che ne hanno occasione. Il corruttore per intenderci è assimilabile a un delinquente abituale. 
La seconda caratteristica (la diffusività) consiste, invece, nel fatto che la corruzione (disciplinata dal Codice Penale negli articoli 318-322) non va considerata come un delitto commesso da pubblici ufficiali contro la Pubblica amministrazione puramente e semplicemente, ma fa parte integrante di un “sistema” poiché è correlato alla commissione di altri delitti, soprattutto ma non solo di natura fiscale: falsità contabili, turbativa d’asta, riciclaggio. 
La cosa peggiore, però, è che la corruzione ha legami molto stretti con il crimine organizzato, il che rende difficile sia quantificarne l’impatto sull’economia (secondo le stime ricorrenti il suo costo si aggirerebbero sui sessanta miliardi di euro all’anno, pari al 3% del Pil nazionale), sia contrastarlo efficacemente. 
C’è poi un aspetto sul quale l’autore ci invita a riflettere. “Gli accordi di corruzione e gli scambi politici ed elettorali sono rinsaldati dalla tutela mafiosa, che garantisce nel contempo l’omertà - scrive Davigo nell’introduzione - significativamente le confessioni incrociate tra corrotti e corruttori, che hanno dato all’inchiesta “mani pulite” una grande forza propulsiva nel resto d’Italia, hanno segnato il passo nelle aree a più alta densità mafiosa”. E proprio perché il mercato della corruzione in quanto mercato illegale è gestito dalla criminalità organizzata che ne assicura il rispetto delle regole attraverso il potere di intimidazione e, ove necessario, l’uso della forza, rende inani i meccanismi dissuasivi. Come potrebbero essere, ad esempio, l’esclusione di un’impresa che abbia versato una tangente promessa da successivi appalti relativi a forniture di beni o servizi; o l’esclusione del pubblico funzionario che non tenga il comportamento per il quale aveva ricevuto denaro da futuri versamenti e talora dallo stesso ufficio ricoperto, mediante trasferimento o non ricandidatura alle elezioni. 
E allora occorre chiedersi che cosa sia cambiato in questo quarto di secolo di lotta alla corruzione dall’avvio dell’inchiesta Mani pulite? “Sono variate le modalità concrete di manifestazione di questi fenomeni e le tecniche utilizzate” risponde Davigo. “Accanto a questo sistema accentrato - spiega - vi era un sistema decentrato di corruzione che coinvolgeva numerosi soggetti con tangenti di importo meno rilevante” e inoltre una vasta area di corruzione burocratica. 
L’esperienza sul campo come magistrato in prima linea nel contrastare la corruzione gli consente di affermare che, rispetto alla corruzione di Tangentopoli degli anni Novanta e quanto è accaduto negli ultimi anni, mentre la corruzione politica accentrata ha subito duri colpi, la seconda e la terza area “sembrano aver superato con facilità le attività di contrasto investigativo e giudiziario”. 
Cambiamenti si sono verificati anche nelle modalità corruttive: alla consegna di denaro contante, si è sostituita o affiancata un’altra forma di retribuzione illecita (attraverso incarichi, consulenze, doni e così via). Anche se l’impressione che noi abbiamo è che sia sempre il denaro la forma di corruzione preferita da chi corrompe e accettata da chi è disposto a farsi corrompere come rivelano le inchieste giudiziarie più recenti condotte dalle Direzioni distrettuali antimafia. 
Ma perché in Italia la corruzione è molto più pervasiva e capillare che in altri Paesi? Per il ruolo nefasto svolto da una parte della classe politica trasversale a tutti i partiti. “La principale attività della politica per oltre vent’anni non è stata quella di rendere più difficile commettere delitti di corruzione, ma quella di rendere più difficili indagini e processi su quei delitti” e c’è da giurarci che questa dichiarazione farà discutere come molte altre affermazioni di questo magistrato “scomodo”. 
Stando così le cose e vedendo l’alto numero di episodi di corruzione che coinvolge di continuo il nostro Paese, se non è una causa persa quella della lotta alla corruzione, non v’è dubbio che sia una “guerra” impari per la magistratura e le forze dell’ordine, specie perché nasce e cresce con il connubio tra le organizzazioni mafiose, e quella parte malata perché incline alla delinquenza della classe politica e del ceto imprenditoriale. 
Pertanto, può sorprendere solo fino a un certo punto la conclusione deludente cui perviene l’autore: “In un mondo in cui le frontiere sono diventate evanescenti e in cui i sistemi informatici e telematici consentono di spostare somme ingenti da un paese all’altro in pochi secondi le procedure di assistenza giudiziaria internazionale continuano a essere di una lentezza esasperante e la partita fra guardie e ladri - è triste dirlo - è sbilanciata a favore dei ladri”. 

(riproduzione riservata)