Di Giallo in Giallo

La bussola che guida Colter Shaw? Vittime da salvare e caccia senza compromessi ai criminali

Torna Jeffery Deaver ed è corsa all’acquisto. Da non perdere anche Jane Shemilt, Eva G. Sáenz de Urturi, un’antologia di autori sardi e un giallo per ragazzi di Fabrizio Altieri


27/07/2020

di MAURO CASTELLI


Un numero uno, Jeffery Deaver, che ha la capacità di saper raccontare, intrigando e inquietando al tempo stesso. Peraltro all’insegna di una specie di obbligo narrativo: quello di creare protagonisti sull’orlo del baratro e a rischio sopravvivenza, capaci di catturare le simpatie del lettore. Assicurando di scrivere i suoi romanzi “come dovesse comporre un’opera classica, come se fossero una sinfonia”. E non gli deve risultare difficile visto che, per sua stessa ammissione, adora i cattivi delle sue storie e che, per renderli credibili, si siede al buio in una stanza - ma sarà poi vero? - per dare voce a quanto di peggio si possa immaginare. Peraltro augurandosi che la lettura dei suoi libri “faccia sudare le mani e accelerare il battito cardiaco alla stregua di una corsa mozzafiato sull’ottovolante”. 
Lui che a un anno di distanza dalla pubblicazione dell’antologia di racconti Promesse, edita da Solferino e dove a tenere banco erano i suoi numeri uno per eccellenza, ovvero il criminologo tetraplegico Lincolm Rhyme e la sua storica assistente Amelia Sachs che sbarcano in Italia per sposarsi (guarda caso - George Clooney docet - a Bellagio sul Lago di Como), ora è tornato ad accasarsi in Rizzoli. Proponendo un personaggio fuori dalle righe, ovvero Colter Shaw, prima guida del thriller Gli eletti (pagg. 492, euro 20,00, tradizione di Sandro Ristori), il “romanzo perfetto - secondo Publishers Weekly - per chi ancora non conosce uno dei più grandi scrittori di genere dei nostri tempi”. 
In altre parole un collezionista di premi (si va da un Nero Wolf a tre Ellery Queen Readers, dal British Thumping Good Read al Crime Writers Association’s Ian Fleming Steel Dagger, sino ad arrivare al Premio Raymond Chandler alla carriera), tradotto in circa 150 Paesi a fronte di un venduto superiore ai cinquanta milioni di copie. 
Ma qual è il ruolo di Colter Shaw, un cacciatore di ricompense che ne Gli eletti è in missione contro la Fondazione Osiride? Un ruolo decisamente particolare. Che lo costringe a seguire lo stile di vita che si è scelto: non fermarsi mai, dare la caccia a criminali, ritrovare e salvare persone scomparse, scalare pareti di roccia, sentire il vento sulla faccia. In altre parole spingersi al limite. 
Ed è appunto su questo pericoloso filone di vita che è incentrata la carriera - o meglio, l’intera esistenza - di Colter. D’altra parte per chi lo ingaggia rappresenta un’ottima alternativa alla polizia. A patto che si riponga fiducia in lui, un uomo allergico alla burocrazia e capace di sovvertire le regole del buon senso. E magari anche della legge. Come accade in una calda giornata di giugno, quando a tenere banco è una vittima. 
Si tratta, purtroppo, del ragazzo che Colter doveva riportare a casa e che aveva inseguito fino alla zona selvaggia nel nord dello Stato di Washington. Qui, tra le valli delle Montagne Rocciose, ha sede la citata Fondazione Osiride che promette felicità a chi ha sofferto (“Attualmente operano negli Stati Uniti decine di migliaia di organizzazioni, sulle quali sono stati realizzati moltissimi saggi”. E per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento Deaver riporta, in chiusura di libro, una corposa bibliografia delle fonti che lo hanno aiutato nella fase di ricerca preparatoria). 
Farsi accettare al suo interno riesce facile a Colter perché, in fondo, anche lui ha un segreto che non lo fa dormire, un ricordo che brucia. Ma ben presto scoprirà che, una volta entrati nella schiera degli “eletti”, sarà quasi impossibile uscirne. O almeno, uscirne vivi. 
A raccontarlo così il canovaccio di questo lavoro potrebbe risultare riduttivo, se non fosse per la capacità dell’autore di infiocchettare vicende con altre vicende, di ricamare personaggi che lasciano il segno, di giocare a rimpiattino con la verità, che non è mai quella che sembra. Muovendosi con discrezione, mai troppo veloce e senza fare troppo rumore. “Perché veloce vuol dire rumore. Veloce vuol dire errore. Veloce vuol dire la bocca nera di una pistola che ti aspetta dall’altra parte…”. 
Per la cronaca Deaver è nato a Glen Ellyn, nei pressi di Chicago, il 6 maggio 1950 (figlio di un modesto copywriter di annunci pubblicitari). Di fatto un giovane con la passione per il giornalismo incorporata, tanto da darsi subito da fare collaborando con alcune testate minori prima di iscriversi alla prestigiosa Fordham University di New York, la qual cosa gli avrebbe consentito di guadagnarsi i galloni di corrispondente per grandi quotidiani, come il New York Times e il Wall Street Journal
E per quanto riguarda lo sbarco nella narrativa di settore? Un debutto tardivo - come abbiamo già avuto modo di annotare in più occasioni - spinto da un vecchio amore per i polizieschi, che si rifà alla pubblicazione nel 1988 di Nero a Manhattan. A quel punto sarebbe stato un susseguirsi di successi, culminati nel 1997 con Il collezionista di ossa, il capolavoro segnato dall’entrata in scena di Lincoln Rhyme e della sua bella collega Amelia Sachs, una coppia entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo grazie alla versione cinematografica interpretata da Denzel Washington e Angelina Jolie. 
A seguire la creatività debordante di Deaver avrebbe spaziato in lungo e in largo. Ad esempio dando voce alla trilogia della giovane regista Rune, al ciclo dedicato al cacciatore di location John Pellam e a quello di Kathryn Dance, ai 16 thriller della coppia regina Rhyme-Sax per non parlare degli altri undici lavori incentrati su variegati personaggi, cui vanno aggiunti diversi racconti brevi e quattro antologie. 
Non bastasse, Deaver ha anche raccolto il testimone di Sebastian Faulks entrando a far parte, con Carta Bianca, della schiera degli autori capaci di dare voce alle avventure di James Bond, l’immortale agente 007 creato da Ian Fleming.  


Proseguiamo con un’altra proposta d’autore. Quella legata al primo libro della serie La saga de los longevos, un fenomeno editoriale firmato dalla spagnola Eva G. (Garcia) Sáenz de Urturi e auto-pubblicato su Amazon dopo tre anni di lavoro di ricerca e documentazione. Un graffiante thriller portatore di un successo allargato, e non è da tutti, anche alle librerie degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Australia. 
Laureata in ottica e optometria questa autrice da oltre un milione di copie (nata a Vitoria-Gasteiz nel 1972) ora ri-sbarca sui nostri scaffali con Il silenzio della città bianca (Piemme, prezzo lancio di 12 euro, traduzione di Paola Olivieri), primo volume - già pubblicato due anni fa dalla Sperling & Kupfer - della Trilogia della città bianca ambientata nei Paesi baschi. 
Un lavoro ipnotico datato 2016, definito dai critici “romanzo rivelazione”, dal quale è stato tratto l’omonimo film Netflix uscito quest’anno per la regia di Daniel Calparsoro e interpretato da Belén Rueda e Javier Rey. E il cui seguito, intitolato I riti dell’acqua, è previsto, sempre per i tipi della Piemme, in uscita il prossimo settembre. 
Ma di cosa si nutre questo thriller dalla trama inquietante? Di un serial killer geniale e ferocemente schematico che torna a mietere vittime a distanza di vent’anni; di tre poliziotti che affrontano un’indagine difficile e pericolosa in cerca di risposte; di un profiler in lotta con i propri demoni e che non segue le regole; di una enigmatica coppia di gemelli, ma anche di spruzzate di misticismo, antiche credenze e drammatiche realtà. Oltre che di una corsa contro il tempo nelle strade di una città bellissima e tragica. 
Ma veniamo al dunque. Tasio Ortiz de Zárate sta per lasciare la prigione per il suo primo permesso. E Tasio non è un tipo qualunque: vent’anni fa era infatti un professore, nonché un brillante archeologo, protagonista della scena culturale e pop con le sue trasmissioni televisive che avevano conquistato il pubblico. Ovviamente prima di finire in galera per omicidio ed essere condannato per aver ucciso più volte, seguendo una logica macabra, lungo un percorso ideale nella tranquilla città di Vitoria. Una città che ora si ritrova immersa nel terrore dei tempi andati. Perché alla libertà di Tasio corrisponde una nuova ondata di crimini. 
La prima coppia viene scoperta nella Cattedrale Vecchia: si tratta di due ragazzi di vent’anni trovati nudi in una posa di sconvolgente tenerezza. Mentre le indagini sono solo all'inizio, i corpi di due venticinquenni compaiono nella Casa del Cordone, in pieno centro, durante la festa di San Giacomo. 
A questo punto il giovane ispettore e profiler Unai López de Ayala inizia la sua caccia. Per lui non si tratta soltanto di fermare la scia di delitti, ma di vincere la sfida contro la mente criminale (arguta, spietata, sfuggente) che in passato lo aveva coinvolto personalmente, tanto da diventare per lui una specie di ossessione. Quella stessa che lo aveva portato non solo a conservare i ritagli dei giornali dell’epoca, ma anche a entrare in polizia. E ora vuole di dimostrare al suo capo, l’affascinante Alba, che seguire le regole non è sempre la migliore delle strategie… 
In sintesi: un lavoro ben orchestrato e dal taglio cinematografico, ricco di raffinate atmosfere: quelle di una placida città basca, “segnata da un glorioso passato medievale e dalla maestosa chiesa di Santa María, già al centro delle rocambolesche storie di Ken Follett”. Ma soprattutto uno dei pochi romanzi che non vorresti mai finire di leggere. 


Altra penna di tutto rispetto quella dell’inglese Jane Shemilt, tradotta in 23 Paesi e che solo in Italia vanta un venduto di oltre trecentomila copie. Un’autrice - madre di cinque figli (Martha, Mary, Henry, Tommy e Johny) e sposata con Steve Gills, un professore di neurochirurgia che sostiene un’organizzazione benefica attiva nella lotta contro i tumori cerebrali infantili, il morbo di Parkinson e la Sla - che si porta al seguito il dono di saper amalgamare, nel segno della semplicità, storie complesse. Dando voce a personaggi che, nel bene e nel male, hanno un loro perché. 
Peraltro trattando temi scottanti come quelli dei rapporti “vicinali” nonché delle devianze e delle problematiche familiari, dell’esplorazione della perdita, del tradimento, dei segreti e, ci mancherebbe, anche e soprattutto della paura che ne consegue. Con il senso del coinvolgimento a farla bene e spesso da padrone. Cosa che per uno scrittore rappresenta in molti casi una carta vincente. 
Ricordiamo, per chi ancora non la conoscesse, che Jane Shemilt è un medico che esercita la professione in quel di Bristol (città dove abita), oltre a dare voce a storie al cianuro che lasciano il segno. Forte oltre tutto di una seconda laurea in scrittura creativa ottenuta dalla Bristol University, con una specializzazione al seguito all’università di Bath, che l’aveva portata a debuttare sugli scaffali con Una famiglia quasi perfetta, un romanzo diventato in men che non si dica un bestseller internazionale. Successo peraltro bissato con Un delitto quasi perfetto e Una casa troppo tranquilla, ulteriori prove della sua forza narrativa nonché della sua capacità di regalare tensione e colpi di scena in ambito familiare, entrando alla chetichella nelle storie, quasi senza darlo a vedere. 
E ora eccola tornare nelle nostre librerie, sempre per i tipi della Newton Compton, con Amici sospetti (pagg. 346, euro 9,90, traduzione di Emanuela Alfieri), un thriller impregnato di un “terrore strisciante” che non mancherà di turbare il sonno dei lettori. Un lavoro incentrato sui rapporti di tre coppie di genitori (in tutto dodici persone) che, quando i loro figli diventano inseparabili a scuola, iniziano a frequentarsi con una certa assiduità. E in tale contesto barbecue e festicciole improvvisate, merende e persino una vacanza in Grecia diventano l’occasione per conoscersi meglio. 
Ma se all’apparenza queste famiglie sembrano aver trovato un certo affiatamento, sotto sotto si annidano pericolose tensioni: piccoli risentimenti dissimulati da un atteggiamento festoso, la nascita di una relazione che va tenuta assolutamente segreta. E mentre sono presi dai loro affari, gli adulti cominciano a occuparsi sempre meno dei loro figli, lasciandoli troppo soli. Finché una tragedia sconvolgerà le loro vite. 
Sta di fatto che “nella disperata ricerca della verità, le tre coppie si renderanno conto che, approfittando della loro distrazione, il male si è avvicinato ai ragazzi, gettando un’ombra scura sul mondo rassicurante in cui credevano di vivere. E l'incubo peggiore di ogni genitore avrà inizio...”. 
Il giudizio? Di fatto un libro che, all’insegna di una garbata semplicità, si addentra a gamba tesa nelle problematiche che riguardano il nostro quotidiano. E lo fa, l’autrice, rapportandosi a un approfondito lavoro di ricerca e documentazione sulle procedure di ammissione e della gestione delle case rifugio; beneficiando dei consigli del fondatore e direttore del centro per la dislessia di Bristol; facendosi carico dei suggerimenti di un giudice dell’Alta corte di Giustizia, peraltro suo vicino di casa; informandosi sui reati commessi dagli studenti con armi da taglio nonché sulle procedure di sicurezza scolastica; scavando nelle procedure messe in atto dalle forze dell’ordine della sua città. Risultato? Un intrigante lavoro che merita di essere letto.   


Altra lettura estiva consigliata un’antologia di dieci racconti edita, anche in questo caso, dalla Piemme e intitolata Giallo sardo (pagg. 328, euro 17,50), frutto del lavoro di altrettanti scrittori isolani che durante la loro carriera si sono cimentati nella narrativa di genere. Ovvero Marcello Fois, Francesco Abate, Ciro Auriemma & Renato Troffa, Eleonora Carta, Fabio Delizzos, Elias Mandreu, Carlo A. Melis Costa, Piergiorgio Pulixi, Ilenia Zedda, Gavino Zucca. E variegate, ovviamente, risultano le tematiche trattate, ognuna delle quali capace di regalare spunti di riflessione all’insegna di un proverbio locale: A s’inimigu parare, a sa giustìzia fuìre (Al nemico fai fronte, la giustizia temila). 
Già, la Sardegna. Una terra di delitti, misfatti e investigazioni spesso raccontata attraverso la narrativa gialla. Ed ecco che per la prima volta dieci autori (undici se si considera un lavoro a quattro mani) vengono riuniti per offrire ai lettori un mosaico di “storie policrome obbligatoriamente ambientate nella loro terra”. E ogni storia si rapporta con un luogo, con una provincia, con una lingua. A fronte di vicende “capaci di condurre il lettore in un labirinto inestricabile di tradizioni e superstizioni, alibi e delitti perfetti. O quasi”. 
Il che non deve stupire in quanto questa terra risulta ricca di “narrazioni feroci, vicende misteriose e avventure rocambolesche. Banditi e sicari, spietati assassini e informatori, ladruncoli e rapitori osteggiati da investigatori testardi, poliziotti usurati dal mestiere, carabinieri disillusi ma non per questo pronti ad arrendersi all’avanzare della malavita, veggenti che scrutano e cambiano il destino degli uomini e vittime innocenti che mettono la loro esistenza nelle mani sbagliate”. Storie che si dipanano fra il thriller e lo spionaggio, fra il poliziesco e il noir storico. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. 


In chiusura di rubrica un “giallo e nero” dedicato ai ragazzi da undici anni in su, uscito per i tipi de Il Battello a Vapore. Ovvero Blake Folgoldo. L’investigatore che non esisteva (pagg. 207, euro 10,90), un lavoro firmato dal pisano Fabrizio Altieri, una laurea in ingegneria meccanica anche se da giovane avrebbe voluto fare l’inventore. Per contro oggi insegna e si dedica alla scrittura, in entrambi i casi dovendosi inventare cose sempre nuove per intrigare e divertire sia i suoi studenti che i suoi lettori. 
La storia, di piacevolissima lettura, è ambientata a Lucca nel 1903 ed è interpretata da un tipaccio che, da una certa distanza sembrava un albero in groppa un cavallo (Ma avevo quasi dodici anni - racconta Claudio - e non credevo più, da un po’ di tempo, ai personaggi delle favole. Oltre tutto, avvicinandomi, vidi che era molto più strano di qualsiasi cosa avessi mai visto. Perfino di un albero che cavalca. E vidi che anche il cavallo non era un cavallo. Ma tutto quello che sto per raccontarvi è vero…). 
Per farla breve, Manlio Molesti, caporeparto della Manifattura Tabacchi, è stato ucciso. Dell’omicidio viene ingiustamente accusata la sigaraia Nadia, madre della piccola Olga e appunto di Claudio che, per distrarre la sorellina, passa il tempo a inventare storie: ed è appunto dalla fantasia di questo ragazzo che nasce Blake Folgoldo, investigatore italo-argentino armato di fucile e chitarra che gira solo a cavallo. E per uno strano scherzo del destino sarà proprio lui, l’investigatore che non esiste, dover salvare Nadia e stanare l'introvabile colpevole... 
Fermo restando - come sosteneva Alexandre Dumas padre - che l’odio è cieco, la collera è sorda e colui che vi mesce la vendetta corre il pericolo di bere una bevanda amara. Leggere per rendersene conto.

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