Cultura

L’Italia e i suoi mali raccontati senza peli sulla lingua

Ecco la verità – secondo Stefano Feltri - sfrondata dai luoghi comuni e dal bla-bla dei talk show sui ritardi, le difficoltà e le storture del Paese


27/01/2020

di Tancredi Re


Il problema dell’Italia è che si lavora troppo o troppo poco? Siamo ancora orgogliosamente la seconda manifattura d’Europa che arranca per colpa dell’austerità fiscale o siamo un Paese avviato verso un declino irreversibile? La rivoluzione tecnologica è un’opportunità che ancora non abbiamo saputo sfruttare appieno una calamità che si abbatte su un Paese così impreparato che viene spinto indietro dall’innovazione, invece che in avanti? Il debito pubblico è una zavorra generata da qualche governo irresponsabile e ormai dimenticato o il costoso promemoria di errori che continuiamo a ripetere? La crisi ha fatto più danni tra i giovani o gli anziani? 
A queste domande prova a rispondere Stefano Feltri nel libro 7 scomode verità che nessuno vuole guardare in faccia sull’economia italiana (Utet, pagg. 201, euro 16,00), sgomberando, però, fin dall’inizio il campo dai luoghi comuni “ormai così consolidati da essere scambiati per sintesi accurate e condivise della realtà, invece che riconosciuti per quello che sono: pericolose distorsioni, spesso rilanciate da chi ha interesse a diffondere una immagine del paese diversa da quella reale”. E contestando due semplificazioni nel rapporto tra gli italiani e la politica: quella secondo la quale hanno sempre ragione, a prescindere dall’infondatezza di diagnosi politiche e misure clientelari, perché il popolo, in democrazia, ha sempre ragione; e quella che considera il popolo un branco di imbecilli, che votano contro i loro interessi, manipolati da bulli e demagoghi. 
L’autore (giornalista e tra i fondatori del “Fatto Quotidiano”, oggi lavora per lo Stigler Center dell’Università di Chicago - Booth School of Business) si è assunto un lavoro improbo e una responsabilità non comune. Perché? Perché il 42% degli italiani si informa vedendo la televisione (“la cui offerta informativa non è molto cambiata negli ultimi trent’anni”), basata sul talk show (“persone che parlano in un flusso costante che rende spesso impossibile separare le informazioni corrette da quelle opinabili e dalle complete falsità”) e per il resto si orienta sulla base dell’esperienza personale e, per l’appunto, sugli stereotipi. 
Ci sono molti studi, come ad esempio Factfulness di Hans Rosling (medico e statistico), che “dimostrano come la percezione individuale sia spesso distorta da pregiudizi inconsci, di cui non siamo consapevoli ma che ci impediscono di formarci un’opinione equilibrata”. Quando si dice poi che gli stereotipi o i pregiudizi sono duri a morire, si dice una verità. E c’è un motivo. Sono “la garanzia del rispetto di noi stessi, la proiezione nel mondo del nostro senso, del nostro valore, della nostra posizione, dei nostri diritti” ha sostenuto il grande giornalista americano Walter Lippmann all’inizio del Novecento. 
L’Italia ha molti problemi seri ricorda Feltri, il problema è che non si affrontano come si dovrebbe fare: restano ai margini del dibattito pubblico oppure sono presentati in modo sbagliato, celati dietro il velo dei pregiudizi o delle “verità” di comodo. 
In realtà, dietro la bassa competitività dell’Italia, la produttività che arranca, la crescita asfittica, il lavoro che c’è e le figure professionali e tecniche che mancano, ci sono cause precise: la degenerazione della spesa pubblica, la zavorra del debito, l’alta evasione fiscale, ma anche l’incapacità delle imprese di sfruttare il cambiamento tecnologico non sono altro che il frutto di scelte precise, che hanno garantito benefici a molti nel breve periodo rimandando i costi al futuro. 
Non essendo stati affrontati e risolti per tempo, si evidenziano meglio adesso, cioè negli anni post Grande Crisi, quando constatiamo che altri Paesi, pur colpiti al cuore dalla recessione, sono tornati a correre (è il caso della Grecia) mentre noi siamo rimasti al palo. 
Il problema - osserva Feltri - è che negli ultimi anni in Italia non è crollato solo il Pil, è venuta meno anche la credibilità della classe dirigente. Solo che, a differenza degli anni Novanta (Tangentopoli), si è sostanziata non nell’immoralità dell’élite, quanto piuttosto nell’incompetenza. E questo si può vedere nella parabola dell’idea di meritocrazia. “La gestione del decennio della crisi in Italia – scrive l’autore – sembra aver compromesso la fiducia nel merito delle élite, cioè della competenza superiore che legittima la richiesta di obbedienza al popolo”. 
In questi anni difficili, le élite hanno cercato di conservare sé stesse, il loro prestigio e la stessa capacità di accesso alle scarse risorse che avevano quando il Paese produceva abbastanza ricchezza da redistribuire e certi privilegi venivano accettati o almeno tollerati. Queste élite non sono più credibili, ma continuano a sopravvivere, perché manca il ricambio e gli italiani, anche quelli più inclini al cambiamento, si rifiutano di mettere in discussione proprio i luoghi comuni di cui si è parlato, limitandosi ad accettare promesse e ricette tanto rassicuranti quanto distanti dalla realtà. 
Insomma, tutti a dar credito ai pifferai magici, e intanto il Paese sta sprofondando.

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