Cultura

L’Italia dei banditi e dei briganti fra leggenda e realtà

Adriano Sconocchia racconta la storia, le imprese e la vita violenta dei fuorilegge più famosi del nostro Paese


29/03/2021

di Giambattista Pepi


Sin dal Medioevo le strade della penisola erano battute da briganti in cerca di bottino. All’indomani della fine delle Grandi Guerre d’Italia (combattute prevalentemente nel nostro Paese dal 1494 al 1559 per la supremazia in Europa e poi allargatesi al resto del continente coinvolgendo la Francia e le altre potenze europee dell’epoca: il Sacro Romano Impero, l’Impero Ottomano, la Spagna, l’Inghilterra e la maggior parte degli Stati italiani preunitari) un gran numero di reduci ebbero difficoltà a sbarcare il lunario: capaci di combattere ma non più abituate a lavorare i campi, molti divennero fuorilegge e crearono diverse bande che assalivano e depredavano viaggiatori o possidenti locali. 
Era una piaga in molte regioni: nel Veneto, in Calabria, nello Stato Pontificio, nel Regno di Napoli. Alcuni briganti per svolgere le loro attività si servirono delle ostilità delle signorie locali, come faceva ad esempio l’abruzzese Marco Sciarra chiamato Flagellum Dei, il nemico numero uno dello Stato della Chiesa. Non mancarono anche briganti che si fecero difensori dei nobili, come Francesco Marocco, soprannominato Tartaglia, e Pietro Mancino, che rendendosi a favore dei francesi e del Pontefice, risultò fastidioso al Regno di Napoli. 
Per chi volesse saperne di più del brigantaggio e dei suoi “protagonisti” consiglio di leggere Banditi e briganti d’Italia di Adriano Sconocchia (Newton Compton, pagg. 351, euro 11,40): una storia, è proprio il caso di ricordarlo, antica e controversa ma non priva di aspetti affascinanti che riguardano le vicissitudini di chi, a partire dal XVI secolo, ha compiuto eclatanti gesti di protesta violenta. Questo libro è inoltre una rivisitazione storica di quegli uomini e quelle donne che, come antieroi del passato, hanno scelto di combattere le autorità del loro tempo in nome di interessi personali, ideali politici o, in alcuni casi, persino rivoluzionari. 
L’intento di Sconocchia (regista e interprete di testi teatrali, autore di romanzi storici nonché saggista) non è di assolverli per i crimini commessi, ma conoscere meglio un fenomeno la cui narrazione è stata unicamente veicolata dalle autorità che l’hanno combattuto. Ricostruire la storia del banditismo è essenziale per comprendere eventi che hanno avuto forti ripercussioni sulla storia del nostro Paese. 
Fu quello un periodo complesso, tormentato e difficile. Basti pensare che a quell’epoca pur di estirpare il brigantaggio si era propensi a ricorrere ad ogni mezzo, anche i più efferati e disgustosi: infatti era comune trovare sui cigli delle strade i corpi morti dei briganti o parti di essi, delle brutali scene che si credeva potessero essere di esempio per chi avesse notato i resti, almeno fino alla vigilia dell’unità d’Italia nel 1861. 
Ciò non fece cambiare idea ai briganti del Sud, che, riuniti in bande, si spacciarono talvolta per esercito di liberazione: ad esempio in Abruzzo i briganti combatterono al fianco dell’armata Sanfedista di Fabrizio Ruffo contro la Repubblica napoletana del 1799 (sostenuta, ma non riconosciuta dalla Francia) per restituire ai Borbone il Regno che avevano perso con i francesi. Un esempio di quanto alcuni non fossero proprio dei criminali, quanto dei giustizieri fu il caso del brigante Michele Pezza, soprannominato Fra Diavolo: durante il breve ritorno dei Borbone a Napoli mantenne il grado di colonnello, ottenne poi come ricompensa per avere servito la dinastia borbonica, una pensione e la nomina di Duca di Cassano. Ma, una volta tornati al potere i francesi, lo impiccarono. Murat notò che i Borbone e gli Inglesi si servivano dei briganti e per risolvere la situazione, concesse carta bianca al generale Charles-Antoine Manhès che decise di fare una guerra di sterminio. 
Dopo l’unificazione politica dell’Italia sotto lo scettro della famiglia reale dei Savoia, i boschi del meridione continentale divennero rifugio di briganti. Nacque e si radicò il brigantaggio postunitario. Nelle bande che terrorizzavano e depredavano confluirono per altro molti giovani per evitare il servizio militare dopo l’introduzione della leva obbligatoria (che privava molte famiglie meridionali della forza lavoro nei campi condannandole alla miseria e alla povertà). L’esercito regio inviato nel Meridione per sradicare la mala piante del brigantaggio fece fatica a debellare il fenomeno e si macchiò di delitti passando per le armi i banditi che venivano catturati senza che venissero sottoposti a regolare processo. 
Un capitolo della storia d’Italia - quello da noi proposto - a suo modo affascinante e nelle cui pieghe si ritrovano vicende, personaggi, e racconti suggestivi e appassionanti che la nebbia del tempo ha celato alla conoscenza, ma che può essere interessante scoprire.

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