Fisco & Cittadini

La Giustizia tributaria in confusione: è “resuscitato” un atto annullato nel 2014

L’ufficio di Messina si dimentica della decisione adottata in autotutela e i giudici rigettano l’appello del contribuente, nel frattempo defunto, condannandolo a pagare quattromila euro a favore dell’Agenzia delle entrate


02/03/2020

di Salvina Morina e Tonino Morina


Con la confusione fiscale di questi tempi, ormai arrivata a livelli insostenibili e intollerabili, alcuni uffici, per raggiungere gli obiettivi in tema di accertamento, controlli, verifiche e altro, approfittano di qualsiasi errore del contribuente o dei giudici tributari, anche se in contrasto con le promesse più volte fatte dai vertici dell’Agenzia delle entrate che parlano di un Fisco amico e leale. Belle parole, ma nei fatti non è così. 
Ne è un esempio quello di un contribuente siciliano che, dopo avere ottenuto l’annullamento in autotutela, dopo 6 anni si è visto “resuscitare” l’atto sbagliato per colpa dell’ufficio che aveva “perso” le carte. Questa perdita ha “confuso” i Giudici tributari che, per colpa dell’ufficio che si è “dimenticato” di avere annullato l’accertamento in autotutela, hanno rigettato l’appello del contribuente condannando lo stesso a pagare 4mila euro a favore dell’agenzia delle Entrate. 
La paradossale vicenda riguarda un contribuente, nel frattempo deceduto, che, anche con l’intervento del Garante del contribuente, nel 2014, aveva ottenuto l’annullamento in autotutela di un accertamento sbagliato e, quindi, era certo di avere messo la parola “fine”. Ecco i fatti. 
Gli accertamenti e il contenzioso - L’Agenzia delle entrate, direzione provinciale di Messina, nel 2010, emette due accertamenti, uno per il 2006, con richiesta di imposte e sanzioni per complessivi 103.098,00 euro, e uno per il 2007, con richiesta di imposte e sanzioni per complessivi 109.103,00 euro. Il contribuente presenta i ricorsi contro i due accertamenti con esiti opposti: quello contro l’accertamento relativo al 2006 viene respinto dai giudici di primo grado, mentre il ricorso contro l’accertamento per il 2007 viene accolto. In pratica, per gli stessi motivi, per lo stesso contribuente, i giudici hanno emesso due sentenze opposte. 
L’annullamento in autotutela - Il contribuente, nel 2013, visti i palesi errori dell’ufficio, presenta un’istanza di annullamento in autotutela dei due accertamenti, che venne anche presentata al Garante del contribuente per la Sicilia. In poco tempo, l’agenzia delle Entrate, direzione provinciale di Messina, riconosce gli errori e annulla in autotutela i due atti di accertamento di importo complessivo pari a 212.201,00 euro (103.098,00 euro per il 2006, più 109.103,00 euro per il 2007). 
La sentenza a sorpresa dei giudici di secondo grado - A distanza di sette anni dalla sentenza di primo grado, relativa al 2006, viene posto in discussione il ricorso in appello. In udienza, l’ufficio si “dimentica” l’annullamento in autotutela già fatto il 25 marzo 2014, con il quale riconosce che l’accertamento “è privo di effetti e le somme richieste non sono dovute”. I giudici di secondo grado, a loro volta, senza considerare i documenti prodotti dal difensore, rigettano l’appello e condannano il contribuente a pagare le spese “dei due gradi di giudizio determinate e liquidate in complessivi 4mila euro a favore dell’agenzia delle Entrate direzione provinciale di Messina”. 
Il fatto curioso è che lo stesso ufficio, soccombente in primo grado, in relazione all’accertamento per il 2007, aveva prestato acquiescenza alla sentenza, senza nemmeno proporre ricorso, visto che, come si è detto, aveva già disposto l’annullamento integrale dei due accertamenti, sia quello per il 2006, sia l’altro per il 2007. A questo punto, agli eredi del contribuente non resta che ritornare all’ufficio e chiedere di non dare alcun seguito alla sentenza dei giudici di secondo grado per l’anno 2006, sperando di trovare qualche funzionario disponibile ad ascoltarli. 
È arrivato il momento di essere più leali, perché solo così si potrà sperare in un Fisco amico e contribuenti in buona fede, con l’obiettivo di eliminare la grande confusione fiscale che sta soffocando tutti, uffici dell’agenzia delle Entrate compresi. Come sempre, la confusione agevola i veri evasori. La gente è anche stanca delle tante complicazioni chiamate “semplificazioni”. I contribuenti, anzi, i “Cittadini” meritano più rispetto ed un sistema fiscale che generi certezze, non paure, ansie e panico, come quello degli ultimi anni. 
La complessità fiscale manda in tilt i giudici tributari - Considerata la complessità del sistema fiscale, negli ultimi anni si assiste sempre più frequentemente a sentenze a “sorpresa” dei giudici tributari. Una volta si vince, un’altra si perde. Anche se si tratta di casi perfettamente uguali, come quello sopra illustrato, che riguardano lo stesso contribuente, con il ricorso relativo all’accertamento per il 2006 respinto dai giudici di primo grado, e il ricorso contro l’accertamento per il 2007 che viene accolto. E’ questo il bello e il brutto del contenzioso. Il guaio è che in alcuni casi il contenzioso è veramente un terno al lotto, anche quando la materia è pacifica. Ma la cosa più grave, e nello stesso tempo più assurda, è quella capitata a due sorelle che hanno presentato ricorso alla commissione tributaria provinciale di Agrigento. I due ricorsi, aventi per oggetto la stessa materia, sono stati discussi lo stesso giorno, dalla stessa sezione. La stranezza sta nel fatto che a una sorella il ricorso è stato accolto, mentre all’altra è stato respinto. E per il difensore è difficile spiegare come possano esistere sentenze così diverse! 
La certezza del diritto non esiste più - La verità è che la certezza del diritto non esiste più. E ad alimentare le incertezze ci si mette pure la Cassazione, che sempre più spesso tradisce la sua funzione nomofilattica, cioè il compito di garantire “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale”. Si assiste così, con sempre maggiore frequenza, a pronunce dei Supremi Giudici tra di loro palesemente contrastanti. A subirne le conseguenze sono i cittadini. E’ certo che se diventano imprevedibili anche le sentenze della Cassazione, c’è da preoccuparsi. Così come fa preoccupare quanto affermato scherzosamente da un esperto di diritto tributario che “dopo la Cassazione, a giudicare resta solo Dio” (Il Sole 24 Ore del 3 ottobre 2010). 
In questo senso, sono importanti le parole del Presidente dalla Repubblica, Sergio Mattarella, nell’affermare che “Il rapporto tra Fisco, cittadini e soggetti economici richiede al giudice tributario competenze e professionalità sempre più accentuate”. Da più anni si parla spesso di riforma della giustizia tributaria, ormai indifferibile, ma non si riesce a fare nulla in questo senso, e le sentenze a sorpresa sono in aumento. I Governi degli ultimi anni continuano a fare solo degli sterili annunci, ma non fanno nulla di concreto.

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