Cultura

L’uomo e le macchine intelligenti: un aiuto o una minaccia?

Jerry Kaplan propone alcune soluzioni per beneficiare delle opportunità dell’intelligenza artificiale contenendo i rischi; Eric Sadin ci parla dello statuto antropologico e ontologico dell’uomo sottomesso ai robot; Sadie Plant analizza invece il rapporto tra tecnocultura e donne digitali


07/06/2021

di Giambattista Pepi


L’intelligenza artificiale, fino a poco tempo fa confinata nei laboratori di ricerca, ha fatto negli ultimi anni il suo ingresso dirompente nella vita di tutti i giorni. Politici, businessmen e semplici cittadini sembrano esserne quasi ossessionati: le promesse di crescita e sviluppo che essa porta con sé sembrano infinite, e così le possibilità che ognuno degli innumerevoli ambiti di applicazione, sfruttando una tecnologia sempre più efficiente e pervasiva, diventi più affidabile, fluido e ottimizzato. 
Non mancano, però, gli osservatori che segnalano come il fare affidamento su macchine capaci di performance molto migliori di quelle umane metta a rischio posti di lavoro e renda problematica la sopravvivenza di interi settori industriali: ma persino di fronte a una minaccia così concreta, spesso ci si limita a formali richiami all’etica, come se brandire questo vessillo potesse fare da scudo supremo contro le deviazioni delle tecnologie digitali. 
Con Critica della ragione artificiale (Luiss University Press, pagg. 208, euro 21,00, traduzione di Francesca Bononi) il filosofo Éric Sadin mette a punto l’opera più compiuta e lucida del suo percorso di acuto critico delle nuove tecnologie, evidenziando come esse, presentate come semplici strumenti al nostro servizio, stiano invece erodendo le facoltà di giudizio e azione, ossia le capacità che più di tutte ci rendono umani. 
Recuperando in senso letterale il ruolo politico della filosofia, non sterile riflessione fine a sé stessa ma strumento in grado di decrittare la realtà allo scopo di servire la comunità, Sadin (scrittore e filosofo, considerato tra i maggiori e più sensibili critici della rivoluzione digitale nonché autore di numerosi libri sugli effetti nascosti dello sviluppo tecnologico, tra cui La siliconizzazione del mondo edito da Einaudi nel 2018), svela il retro-pensiero antiumanistico dei discorsi a sostegno dell’indiscriminato sviluppo tecnologico, e presenta un’appassionata difesa dell’umanità. Ossia di tutto ciò che dobbiamo tenere a mente e trasmettere ai più giovani se vogliamo evitare che lo stesso strumento che può garantirci prosperità e sviluppo si tramuti in terribile macchinario di oppressione. 
Jerry Kaplan, tra i maggiori esperti mondiali sull’argomento, nel libro Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale (Luiss University Press, pagg. 202, euro 18,00, traduzione di Veronica Laura Tomasello) ci guida alla scoperta di un campo di studi che oggi, dopo cinquant’anni di sforzi e miliardi di dollari spesi, sembra arrivato a esprimere definitivamente tutte le sue potenzialità. Automobili senza pilota, aiutanti robot e consulenti finanziari automatizzati possono darci ricchezza e tempo libero, ma anche rappresentare per noi una minaccia concreta. 
Non sappiamo se il prezzo di algoritmi sempre più evoluti sia l’obsolescenza umana. Il passaggio all’automazione del lavoro in più campi potrebbe essere brutale e protratto nel tempo, soprattutto se non affronteremo tempestivamente i grandi problemi rappresentati da un mercato del lavoro sempre più incerto e da crescenti disuguaglianze di reddito. Kaplan (informatico americano, noto soprattutto per essere stato pioniere nel campo dell’informatica e dei tablet. È il fondatore di numerose aziende, tra cui Go Corporation, la cui tecnologia è stata utilizzata per sviluppare il primo smartphone e tablet Pc) propone soluzioni politiche e di libero mercato che possono aiutarci a evitare un lungo periodo di tumulti sociali, mostrando in modo a un tempo accessibile e completo le opportunità e i rischi dell’intelligenza artificiale. 
Infine segnaliamo il libro Zero, uno. Donne digitali e tecnocultura (Luiss University Press, pagg. 256, euro 20,00 con due saggi di Simon Reynolds e del Gruppo di ricerca Ippolita e la traduzione di Assunta Martinese) di SadiePlant
“La prima volta che ho visto Sadie stava parlando all’Università di Manchester davanti a uno schieramento di maschi idioti che facevano la guardia all’accademia (Questa non è filosofia! Non puoi invadere casa nostra!)” ha scritto Mark Fisher (filosofo, sociologo e critico musicale inglese, morto suicida nel gennaio 2017, poco dopo la pubblicazione del suo ultimo libro, The Weird and the Eerie). “Ho sentito le sinapsi del mio cervello che si riconfiguravano mentre mi inebriavo dell’estasi tipica di quando i tuoi preconcetti esplodono: Gibson e Luce Irigaray? Cyberpunk e French theory?! Come era possibile metterli insieme? Eppure era necessario...”. 
L’autrice (una delle più importanti teoriche del cyberfemminismo, fondatrice nell’Università di Warwick negli anni Novanta della leggendaria Ccru, la Cybernetic Culture Reserarch Unit unitamente a Mark Fisher, KodwoEshun e RayBrassier), in Zero, Uno (il suo primo libro tradotto in italiano) la tecnologia selvaggia e inaddomesticabile è sovrapposta al soggetto eccentrico del femminismo, alle amazzoni di MoniqueWittig e a tutte le donne irregolari e anonime, contabili, centraliniste e segretarie, scienziate e matematiche, che hanno fatto il “dietro le quinte” della storia dell’informatica. 
Dalla prima “tessitrice” di un androide, che è sempre per definizione una ginoide, in quanto soggetto subalterno e perturbante che ha da perdere solo le proprie catene, la storia delle macchine desideranti di Plant è una fabula speculativa di schiavi in rivolta.

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