Di Giallo in Giallo

L’ultimo capitolo della saga di Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo ideato da Maurice Leblanc

Un lavoro scritto nell’estate del 1936 e oggetto per anni di dicerie e speculazioni. In scena anche la genialità di Tana French e le cupe atmosfere "firmate" da Riccardo Landini


10/05/2021

di MAURO CASTELLI


Come dimenticare Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo più ricercato d’Europa ideato dal giornalista e autore francese Maurice Leblanc ed entrato di diritto nel firmamento dei classici internazionali? Di fatto uno dei personaggi letterari più famosi al mondo, spesso considerato “la controparte di un’altra figura senza tempo, ovvero quella di Sherlock Holmes” (ruolo appartenente al giallo deduttivo), frutto della raffinata quanto inimitabile penna dell’inglese Arthur Conan Doyle. 
Stiamo parlando di un libro “ritrovato”, intitolato L’ultimo amore di Arsenio Lupin (Piemme, pagg. 190, euro 15,90, traduzione di Marisa Ferrarini), oggetto per anni di speculazioni e dicerie. Un lavoro scritto da Leblanc fra il 1935 e il 1936, ma nato sotto una cattiva stella: nel senso che l’autore, mentre si accingeva a tradurlo in puntate per una rivista, rimase vittima di un ictus cerebrale. Dal quale non si sarebbe più ripreso lasciando questo mondo a 77 anni in quel di Perpignan (era infatti nato a Rouen nel 1864). Fu così che questo suo ultimo lavoro rimase in stand-by, sin quando nel 2012 la famiglia decise di portarlo a conoscenza dei lettori. E due anni dopo arrivò sugli scaffali d’Oltralpe per i tipi de La Libraire Générale Française. 
Va sottolineato che questo romanzo si avvale dell’introduzione della nipote di Maurice, Florence Leblanc, nella quale annota di averlo ritrovato “in un ripiano alto di un armadio nella forma di un plico nascosto all’interno di una di quelle grosse cartelline che si usavano un tempo, in tela beige, avvolta da una cinghia da gancetti arrugginiti. Un testo che, complici i problemi di salute di mio nonno, non era stato corretto nella sua totalità, come invece faceva sempre”. 
Quest’opera, sono sempre parole di Florence, “ci mostra anche un lato inedito di Arsenio Lupin, antesignano dei pedagogisti di oggi, autore di una proposta innovativa che riguarda l’istruzione dei bambini nei quartieri difficili”. In altre parole “un modo di guardare alle banlieu parigine caratterizzato da grande modernità, in uno scenario di poco antecedente al Fronte popolare che preannunciava il periodo più buio della storia francese”. 
Di fatto un lavoro, come da note editoriali, “in cui si ritrova tutta la magia e l’eleganza di uno dei più grandi personaggi della letteratura poliziesca di tutti i tempi”. Un numero uno che ha fra l’altro ispirato, oltre che diversi film, anche una serie televisiva datata 2021 e firmata Netflix, che prevede la realizzazione, visto il successo ottenuto, anche di una seconda stagione. 
Ma di cosa si nutre quest’ultima, rocambolesca avventura, del nostro ladro in guanti bianchi che ha però deciso di ritirarsi a vita privata? Come da titolo di un amore. Siamo nel dicembre 1921 e ritroviamo Arsenio a vivere, felice e contento, nella “Zone”, un malfamato quartiere di Parigi dove lui si sente nel suo ambiente ideale. Ma l’illusione della quiete non dura molto. In quanto il passato ben presto rispunta a solleticarlo, sotto forma di Cora de Lerne, la donna che Lupin “continuava ad amare da lontano, il suo ultimo e unico amore”. 
Cora gli era stata affidata tempo prima dal padre, principe de Lerne, insieme a una dote di diversi sacchi di denaro, destinata al suo promesso sposo, il principe di Oxford... Ma qualcuno ha messo gli occhi su quelle monete sonanti, e mentre i sospetti della polizia cadono proprio su Lupin, unico in grado di mettere a segno un colpo tanto ardito, ben presto è chiaro che si tratta di un’esca. Perché c’è qualcosa di ancora più prezioso da rubare: un misterioso manoscritto di inestimabile valore, custodito da sempre da Lupin e appartenuto a uno dei suoi antenati, al quale era stato donato da Napoleone in persona. 
E quando Lupin scoprirà che al libro sono interessati persino i servizi segreti inglesi, risulterà chiaro che la posta in gioco è molto più alta di quanto sembrasse. Così come gli risulterà evidente che la vita di Cora è realmente in pericolo.  


A seguire un’altra proposta datata, ma non per questo meno intrigante. Ovvero La somiglianza (Einaudi, pagg. 582, euro 15,50, traduzione di Katia Bagnoli), un thriller del 2008 - firmato dalla statunitense Tana (Elizabeth) French - incentrato sulla Squadra Omicidi di Dublino, serie della quale la casa torinese ha già dato alle stampe L’intruso, Il collegio, Il rifugio e Nel bosco. Collana peraltro composta da sei libri, tutti legati da un filo conduttore comune, sebbene ogni storia risulti indipendente a fronte dell’utilizzo di un narratore-protagonista diverso. 
Nata a Burlington, nel Vermont, da David French ed Elena Hvostoff-Lombardi il 10 maggio 1973, Tana si propone come un’autrice giramondo. Lei che - come abbiamo già avuto modo di ricordare - era sbarcata in prima battuta in Irlanda, dov’è cresciuta e ha studiato recitazione al Trinity College di Dublino per poi darsi da fare come attrice professionista e voce fuori campo sia per il teatro che per il cinema. 
Lei che in seguito si sarebbe anche accasata in Italia (con tanto di cittadinanza al seguito) nonché in Malawi, per poi tornare a Dublino, complice il matrimonio con Anthony Breatnach (a suo dire “l’uomo in grado di risolvere i peggiori problemi di intreccio prima che arrivino all’antipasto”), dal quale ha avuto un figlio. 
Ma veniamo alla trama de La somiglianza, un lavoro dai “meccanismi perfetti che lascia con il fiato sospeso e indaga la fragile costruzione delle nostre identità” e che, in abbinata al romanzo Nel bosco, ha dato la stura alla prima stagione della serie televisiva Dublin Murders
A tenere la scena è la detective Cassie Maddox (un personaggio che non manca di toccare le corde più sensibili del lettore), al momento non più in forza alla Squadra Omicidi di Dublino in quanto trasferita, che nel cuore della notte riceve una telefonata dal suo vecchio capo Frank Mackey. Cosa sta succedendo? Una giovane donna è stata trovata uccisa, pugnalata al petto, in un cottage diroccato della campagna irlandese. 
Un caso come tanti, non fosse che la vittima assomiglia in modo sorprendente proprio a Cassie e si chiama, stando ai documenti che le hanno trovato addosso, Lexie Madison: lo stesso nome che Cassie aveva usato come copertura nella sua prima missione, volta a infiltrarsi in un giro di trafficanti di droga. 
La detective non può tirarsi indietro e, oltre tutto, vuole vederci chiaro. Così decide di accettare la proposta di Frank tornando a indossare i panni di Lexie, prendendo il posto della ragazza senza che venga divulgata la notizia della sua morte, in modo da indagarne le frequentazioni. Scoprirà in questo modo di avere in comune con lei molto di più dei tratti somatici e del nome falso… 
Che dire: una storia ben raccontata, di robusta leggibilità grazie all’intrigante capacità dell’autrice nel miscelare fatti e contesti che in men che non si dica finiscono per catturare il lettore. Oltre che per una abilità per certi versi unica nel dare voce a dialoghi realistici in abbinata a un sapiente utilizzo dei particolari e dei personaggi. Il tutto supportato da una scrittura perturbante e geniale, a volte drammatica, cruda e, al tempo stesso, accattivante. Doti che le sono valse il titolo di First Lady of Irish Crime. 
Che altro? Tana French ha tenuto banco nelle classifiche del New York Times e del Sunday Times, è stata tradotta in trentuno Paesi, ha venduto oltre sette milioni di copie e si è guadagnata numerosi premi (fra i quali l’Edgar Award, il più prestigioso della letteratura poliziesca, oltre al Macavity, al Barry e all’Anthony come miglior esordiente). Non a caso a benedire il suo modo di raccontare sono stati maestri del calibro di Stephen King (“Una prosa incandescente”) e di Ian Rankin (“Un’autrice che non delude mai”). 


Il terzo e ultimo suggerimento per gli acquisti risulta legato alla penna dell’emiliano-romagnolo Riccardo Landini. Nel senso che è nato a Reggio Emilia nel 1960, ma rivendica “con orgoglio” la sua origine romagnola per parte di madre. Lui che vive in un paesino di campagna nel Reggiano (“Ma fra non molto mi trasferirò sull’Appennino parmense”) dedicando la maggior parte del suo tempo alla scrittura e alla lettura (“Mi propongo infatti alla stregua di un lettore quasi compulsivo”). In altre parole, tiene a precisare, “leggo di tutto, dai classici alla narrativa contemporanea sino alla saggistica”, oltre che a essere portatore di un debole dichiarato per Piero Chiara. 
Fermo restando, non manca di aggiungere, “il mio interesse per la musica e soprattutto per il cinema italiano, in particolare quello degli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, passione che a volte sfrutto a fini narrativi”. Oltre ad averla travasata, aggiungiamo noi, nell’insegnamento della storia del cinema e nell’organizzazione di rassegne sul grande schermo. 
Ma è soprattutto la scrittura a riempiergli la vita, sin dai tempi del liceo, quando imperversava con argomenti di ogni genere sul giornalino della scuola. A seguire, fermi restando gli studi di Giurisprudenza in quel di Parma, ci sarebbe stata però una “svolta musicale”, salvo poi tornare all’ovile “pubblicando nel 2009 un romanzo noir con una piccola casa editrice, E verrà la morte seconda, cui sarebbe seguita la trilogia Il primo inganno, Non si ingannano i morti e Ingannando si impara
Dopo aver vinto nel 2013 il premio Giallo Stresa con Un concorso rosso shocking (“Di racconti ne ho scritti comunque diverse decine”), il passaggio alla Newton Compton, con la quale ha dato alle stampe Il giallo di via San Giorgio (dove per la prima volta è comparso il personaggio del restauratore Astore Rossi), Il giallo della villa abbandonata e ora Segreti che uccidono (pagg. 256, euro 9,90)
Un lavoro, quest’ultimo, che vede il ritorno in scena del suo azzeccato restauratore - un uomo schivo, solitario e amareggiato dai ricordi che coltiva soltanto i pochi legami indispensabili al suo lavoro - il quale riceve dall’amico Sergio Candurra una serie di mobili antichi, di dubbia origine aggiungiamo noi, da rimettere in sesto. In uno dei quali trova, ben nascosto all’interno, un piccolo tesoro composto da anelli e monete antiche, ma anche una strana lista di nomi, accanto ai quali sono vergate delle croci nere. 
Come sia non si sa, ma a un certo punto qualcuno si introdurrà in casa sua alla ricerca di questi oggetti misteriosi. Astore vorrebbe spiegazioni dall’amico, vedovo da un anno, che però sparisce dalla circolazione dopo avergli affidato “col cuore in mano” e solo “per qualche settimana”, la figlioletta Isabella di appena sette anni. 
Per farla breve: a un certo punto il nostro restauratore, assieme alla bambina, si trasferirà nello sperduto paesino appenninico di Garbano, dove si troverà invischiato - in un ambito di atmosfere cupe e misteriose - in una ragnatela di segreti che sembrano rifarsi alla misteriosa lista di nomi trovata. E che, come scoprirà, guarda caso appartengono proprio ad abitanti di Garbano, peraltro tutti deceduti. Abitanti sui quali, a quanto pare, sembra gravare una specie di maledizione. 
E in un rincorrersi di fatti e situazioni poco chiare, Astore Rossi continuerà a cercare l’amico Sergio, ma soprattutto dovrà proteggere se stesso e Isabella da qualcuno che sembra minacciarli da vicino. Rischiando quindi in prima persona a fronte di un pericoloso gioco di specchi deformanti in cui nulla è quello che sembra.

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