Cultura

L'impresa riformista e i suoi valori

Il giornalista Antonio Calabrò ci propone di guardare all’azienda con occhi nuovi: non più solo come generatrice di profitti, ma come soggetto “politico” che può contribuire con il suo sapere e le sue visioni a trasformare la società e l’economia contemporanee


01/07/2019

di Giambattista Pepi


Affrontare il tema dell’impresa produttiva del XXI secolo significa anzitutto analizzare l’evoluzione dello scenario generale, nel quale l’impresa opera e dal quale viene condizionata. Oggi si avverte un legame sempre più stretto fra l’ambiente esterno all’impresa e le sue configurazioni interne, tanto che si parla sempre più diffusamente e correttamente di “impresa che apprende” in tempo reale, ovvero di learning organisation. Questo concetto esprime il costante cambiamento delle strategie e della struttura organizzativa dell’azienda in un processo costante e continuo di adeguamento alle mutevoli condizioni ambientali, sempre più turbolente e quindi difficili da prevedere e da programmare sul medio e lungo periodo.  
Fra le caratteristiche ambientali più significative da considerare c’è quella della globalizzazione dei mercati e della digitalizzazione (robotica, intelligenza artificiale, Internet of Things). 
Queste rivoluzioni epocali hanno avuto un impatto senza precedenti sulle economie e sulle imprese (ed anche s’intende nella vita delle persone) imponendo loro mutamenti incisivi, profondi e rapidi, pena la perdita della competitività e, dunque, del confronto con altri sistemi- paese e/o aziende, che comporta la crisi e l’uscita dal mercato oppure la recessione o il rallentamento dell’economia se ci riferiamo al sistema produttivo od economico di un paese. 
In questo scenario in costante evoluzione, l’impresa rigida dell’era tayloristico-fordista si trasforma, diventando impresa snella, flessibile, corta, e si trasforma da “impresa castello” completamente chiusa in sé stessa, in “impresa-rete” aperta all’ambiente nel quale opera. 
La rivoluzione socioeconomica di cui s’è detto ha inciso non poco sull’organizzazione dell’impresa e sullo stesso modo di proporsi sui mercati, al punto da modificarne profondamente i comportamenti. 
La natura dell’impresa e lo spirito imprenditoriale si sono evoluti in diversi modelli. 
Il discorso – valido in un mondo produttivo da considerarsi ormai globale – si presenta tanto più attuale nella realtà del nostro Paese, dove sono entrate in crisi situazioni classiche come quelle del made in Italy legate ai distretti industriali che avevano determinato il successo dell’impresa nazionale nel mondo. 
In che modo è cambiato il paradigma delle imprese? In quale direzione si stanno muovendo? Che cosa rappresentano in un mondo in costante divenire? Ce lo spiega il giornalista Antonio Calabrò nel libro L’impresa riformista. Lavoro, innovazione, benessere, inclusione (Bocconi Editore, pagg. 288, euro 28,00). 
In una stagione contrassegnata dalla crisi delle liberaldemocrazie e delle relazioni tra democrazia e cultura di mercato sarebbe anacronistico continuare a pensare all’impresa solo come organizzazione privata generatrice di ricchezza e di lavoro. Essa infatti interagisce con l’ambiente in cui opera con strumenti, forme, comportamenti, linguaggi e, quindi, sarebbe opportuno – secondo l’autore - parlare di “impresa riformista”. Un soggetto attivo che vive e opera nella società ed è in grado di determinarne e favorirne le trasformazioni. 
Questo è tanto più vero in Italia, un Paese con un’economia sociale di mercato largamente sussidiata dallo Stato, nel quale fare impresa non è mai stato facile: la cultura imprenditoriale e la libera iniziativa economica sono state fortemente osteggiate, prima dalla cultura cattolico-comunista e, dopo, dal rancore e dal risentimento verso gli imprenditori nutrito da vasti strati della popolazione impoveriti dalla Grande Crisi. 
Nonostante tutto e forse proprio per questo, sarebbe non solo necessario, ma addirittura indispensabile, accompagnare ed assecondare da parte delle istituzioni e dei corpi intermedi il “nuovo corso” dell’impresa “riformista” con i valori, le idealità, le competenze, le sensibilità, la cultura, che può portare come patrimonio e dono alla società, all’economia ed allo Stato.   
L’impresa “riformista”, se messa in condizione di farlo, potrebbe aprire una stagione nuova per “liberare” il Paese dalla morsa stagnazione-alto debito, contribuendo ad ammodernarlo e a rilanciarne l’economia facendo leva sul merito, l’etica, la responsabilità e l’equità di cui si sente fortemente il bisogno.

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