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L’Italia va a picco e la Uil vuol far lavorare meno a parità di stipendio


06/07/2020

di Artemisia


Il ritorno ai livelli pre-crisi potrebbe richiedere tempi piuttosto lunghi. Intanto il Pil sprofonda, le imprese stanno prosciugando la liquidità e i disoccupati aumentano. Al momento ci sono le previsioni, cominciano ad emergere alcuni segnali delle difficoltà del mondo produttivo ma la crisi esploderà in tutta la sua drammaticità quando termineranno gli ammortizzatori sociali. Il blocco dei licenziamenti si concluderà il 17 agosto e allora in molti potrebbero trovarsi ad affrontare l’autunno senza un lavoro. Già coloro che avevano un lavoro precario si sono visti negare il rinnovo del contratto. Un’impresa su otto pensa di tagliare il personale. 
Lo scenario è stato delineato dall’Istat nel Rapporto annuale presentato alla Camera che conferma quanto indicato da altri istituti di ricerca. "Il problema del reperimento della liquidità è molto diffuso, i contraccolpi sugli investimenti, segnalati da una impresa su otto, rischiano di costituire un ulteriore freno ed è anche preoccupante che il 12% delle imprese sia propensa a ridurre l'input di lavoro", dice l’Istat. Ad aprile, quasi un terzo degli occupati (7,9 milioni) non ha lavorato. Cresciuti anche i lavoratori in ferie. 
Sulla ripartenza dell’economia pesa il problema della mancanza di liquidità delle aziende. L’Istituto stima che a fine aprile quasi due terzi delle circa 800mila società di capitale italiane avevano liquidità sufficiente a operare almeno fino a fine 2020 mentre oltre un terzo era risultato illiquido o in condizioni di liquidità precarie. 
La crisi dovuta all’emergenza sanitaria ha inasprito un insieme di criticità e problemi preesistenti nel tessuto italiano. Preoccupa l’effetto della crisi sulle disuguaglianze in termini di povertà, ma anche nel mercato del lavoro (gli uomini, i giovani di 25-34 anni, il Mezzogiorno e i meno istruiti non hanno ancora recuperato i livelli e i tassi di occupazione del 2008). 
L’Istat si è occupato anche dello smart working che, secondo il report, ha una ampiezza potenziale di 8,2 milioni di occupati (il 35,7%) in professioni che lo consentirebbero; si scende a 7 milioni escludendo le professioni per le quali in condizioni di normalità è preferibile la presenza sul lavoro (ad esempio gli insegnanti). Data la diversa distribuzione nelle professioni, il lavoro da remoto potrebbe riguardare più le occupate (37,9% contro 33,4% degli occupati), gli ultracinquantenni (37,6% contro 29,5% dei giovani occupati), il centro-nord (37% contro 28,8% del mezzogiorno), i laureati (64,2%). 
Intanto dalla Uil arriva la proposta di un’altra misura assistenziale, quella del lavorare meno ma a parità di stipendio per creare nuovi posti, disconoscendo però che l’occupazione si rimette in moto se aumenta la produzione. 
Pierpaolo Bombardieri, nuovo segretario generale della Uil, intende farne la sua bandiera programmatica. "È ora di rinnovare i contratti, tutti privati e pubblici, di cominciare a discutere della riduzione dell'orario di lavoro a parità di trattamento economico", ha detto Bombardieri, rivolgendosi anche a Confindustria. "Discutiamo di una diversa concezione del tempo di lavoro e del tempo di vita, del tempo di utilizzo degli impianti, della produttività magari redistribuita su più persone con una maggiore autonomia del singolo”.

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