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L’Europa ci tiene d’occhio ma il Recovery Plan è una chance per cambiare davvero le cose

Secondo l’economista Gianfranco Viesti questo Piano potrà svolgere un ruolo decisivo per il nostro Paese. Ma è illusorio pensare che le dinamiche dei mercati possano far crescere chi è più debole. E la rinascita del Mezzogiorno? Passa attraverso politiche incisive che mettano al primo posto istruzione e città


10/05/2021

di Giambattista Pepi


Gianfranco Viesti

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è quello di un Governo di unità nazionale realizzato in un momento di grande emergenza: contiene molte scelte condivise e condivisibili, ma gli manca una chiara direzione politica verso cui approdare. Su di esso saranno puntati gli occhi dell’Europa e svolgerà quindi un ruolo decisivo sul futuro del nostro Paese. Fermo restando che la rinascita e il rilancio del Mezzogiorno è possibile solo a patto che si attuino politiche pubbliche incisive investendo soprattutto sull’istruzione e sulle città, “motori” di crescita e di sviluppo.
Sul Recovery Plan e sulla prospettiva imminente di una stagione di investimenti e riforme senza precedenti, l’economista Gianfranco Viesti, intervistato dal nostro giornale, è prudente e misurato. Non si lascia andare a facili entusiasmi, consapevole probabilmente del fatto che non è facile governare l’Italia e che è ancora più difficile cambiare il corso delle cose specialmente se il cammino è costellato di remore e ostacoli di diversa natura ed entità.
Prendendo spunto dalla pubblicazione del suo ultimo libro intitolato Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo (Laterza, pagg. 496, euro 28,00) Viesti si sbilancia ulteriormente quando parla del “suo” Mezzogiorno (è infatti nato a Bari il 9 agosto del 1958, città dove riveste il ruolo di docente di Economia applicata presso il dipartimento di scienze politiche dell’Università). Sostenendo che “il futuro delle città e delle regioni, e quindi delle nazioni, non è mai scritto per sempre”, ma anche assicurando che “nulla condanna a essere periferie e che il futuro può essere progettato e cambiato”. Per poi concludere: “non è facile, ma ci si può provare”.

 Presentando nei giorni scorsi in Parlamento il Piano nazionale di ripresa e resilienza, Mario Draghi ha detto che questo Piano non è solo un insieme di progetti, numeri, scadenze, obiettivi, ma anche "la misura di quello che sarà il ruolo dell’Italia nella comunità internazionale, la sua credibilità e reputazione come fondatore Ue e protagonista del mondo occidentale”. Crede che sia sul serio lo snodo attraverso il quale passa la modernizzazione e il rilancio del Paese?
Sì, per molti versi; sì perché è un Piano molto grande, su cui saranno puntati gli occhi dell’Europa e quindi svolgerà un ruolo decisivo sul futuro del Paese. Per come lo conosciamo, siamo di fronte ad un piano di modernizzazione e quindi ha dentro molti interventi positivi su tantissimi aspetti. Non si vede bene il grande obiettivo cui tende: non c’è un’immagine messa a fuoco dell’Italia come sarà o potrebbe essere tra cinque anni, ovverossia a conclusione dell’orizzonte temporale di durata degli investimenti. Moltissimo dipenderà dalla sua attuazione anche perché ciò di cui disponiamo sono solo le linee generali. Ci manca tutta la definizione dei progetti e quindi ora non siamo in grado di poter ricostruire una visione d’insieme.

 Il Piano prevede sei missioni (digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per la mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute) e quattro riforme: Pubblica amministrazione, giustizia, riforma del fisco con la semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza". Un programma ambiziosissimo. È quello che serve per voltare pagina?
Serve certamente una stagione di investimenti. Sono mancati negli ultimi anni e adesso ci sono. Un punto centrale del mio ragionamento è che questo testo segna l’avvio di un processo più che l’immagine del punto dove vogliamo approdare. Nel senso che come e dove sarà attuato influenzerà moltissimo il risultato finale. Nel giudizio dobbiamo essere laici: è il Piano di un Governo di unità nazionale in un momento di grande emergenza. Contiene molte scelte condivise e condivisibili, ma gli manca una chiara direzione politica verso cui approdare. Però vediamo, intanto l’abbiamo portato a casa e attendiamo di conoscere come verrà attuato.

Le risorse messe in campo sono notevoli: 248 miliardi di euro. Nel Piano si indica una crescita media del Pil tra il 2022 e il 2026 di 1,4 punti più alta rispetto al periodo 2015-19. Obiettivi realistici o da libro dei sogni visto che la crescita media del Paese negli ultimi venti anni è stata di un punto abbondante sotto quella dell’Eurozona, mentre il rapporto deficit-Pil e debito-Pil è sui massimi storici?
Sì. Vediamo. Essendoci molti investimenti, il contributo che questi possono fornire alla crescita può essere decisivo sia quando si realizzano perché spendiamo queste risorse e attiviamo economia, ma, soprattutto, perché possono rendere il nostro Paese più efficiente e dunque favorire gli investimenti delle imprese. Nessuno può dire con certezza quale sarà il risultato finale, ma è la strada giusta da seguire.
Per quanto riguarda le finanze pubbliche sappiamo che la situazione debitoria è difficile da tempo, tuttavia il primo punto è che negli ultimi dieci anni abbiamo seguito una strada diversa e cioè quella di contenere le spese e soprattutto gli investimenti e non ci ha portato lontano perché, a causa della recessione, il rapporto debito-Pil è rimasto quello che era. Secondo punto: siamo in un periodo storico fondamentale di bassissimi tassi di interesse. E, quindi, il problema del debito va visto non nella sua dimensione ma della sua sostenibilità nel tempo. La domanda che dobbiamo porci in proposito è: ci possiamo permettere di pagare gli interessi su questo debito? Se si riattiva la crescita e i tassi di interesse rimangono bassi la risposta è positiva. 

La crescita del Mezzogiorno rappresenta l’altro aspetto prioritario trasversale al Piano. Il potenziale del Sud in termini di sviluppo, competitività e occupazione è tanto ampio quanto è grande il suo divario dal resto del Paese. Non è una questione di campanili: se cresce il Sud, cresce anche l’Italia. Una gran mole di investimenti in infrastrutture è diretta al Mezzogiorno. Può essere un nuovo inizio?
Mi spiace, ma la risposta a questa domanda è: vediamo. Perché? Perché il Governo ha indicato che il 40% delle risorse complessive andranno al Sud, cioè 80 miliardi. Rispetto a quanto abbiamo speso negli ultimi anni, è una cifra molto cospicua. Non abbiamo ancora chiaro, però, come si arriva a questa cifra. Sappiamo che queste risorse andranno spese prevalentemente per la realizzazione di infrastrutture, ma non abbiamo ancora indicazioni precise sulle imprese che saranno coinvolte, sulla politica industriale o sull’istruzione, scuole e università, che saranno finanziate.
Abbiamo dei programmi di insieme ma non territorializzati. Quindi, anche da questo punto sarà cruciale l’attuazione e il rispetto di questa quota: verrà il tempo della concretezza, dell’apertura dei cantieri, della realizzazione delle opere.  Bisogna guardare progetto per progetto, come avanza e come cambia le cose, più che guardare il quadro di insieme. Adesso bisognerà dedicarsi a verificare, una volta avviata la “macchina” degli investimenti, gli avanzamenti precisi e, quindi, non fare caso agli annunci ma attendere le realizzazioni ambito per ambito, settore per settore.

Dopo che la Cassa per gli interventi nel Mezzogiorno, tra la metà degli anni 50 e la metà dei 70 aveva avviato un sia pur parziale recupero del divario con il Centro-Nord, lo Stato decise di sopprimerla. Da allora il Sud si è inabissato. La Grande Crisi finanziaria del 2008-09 e quella da Covid-19 gli hanno inferto colpi durissimi. Ribaltarne le sorti non sarà facile.
No, ma è possibile. Perché le dinamiche dei territori non seguono mai degli automatismi: sono le politiche pubbliche decisive, perché possono creare condizioni per svolte molto sorprendenti. Nell’intera Europa abbiamo molte storie positive e negative che ci raccontano come il futuro sia “aperto”. Quello che conta non è raggiungere a brevissimo un risultato di convergenza con il Nord, perché questo è chiaramente impossibile, ma quello che conta è la svolta. Cioè innescare un processo di andamenti economici differenti perché se le tendenze cambiano a quel punto diventa più facile accelerare.

Cos’ha fatto l’Unione Europea per i Sud dell’Europa e, in particolare, per il nostro Mezzogiorno? La nostra impressione è che, numeri alla mano, le politiche di coesione non abbiano cambiato le cose in maniera sostanziale. Senza l’intervento integrativo dello Stato. Nel suo libro lei afferma che “gli interventi finanziati dalle politiche di coesione nel Mezzogiorno non hanno avuto alcun carattere di aggiuntività e sono stati solo parzialmente sostitutivi di mancata spesa nazionale ordinaria”.
Sì. L’Europa del XXI secolo è molto importante perché come tutti gli italiani ne percepiscono luci e ombre. Un’ombra molto importante sono state le politiche di austerità che hanno colpito molto duramente tutto il Sud dell’Europa e quindi anche quello italiano. Un’altra ombra è stata non essersi resa conto che l’allargamento ai Paesi dell’Est ha cambiato la faccia dell’Europa e che questo poteva penalizzare il Sud dell’Europa. Questo non significa che abbiamo fatto male ma che dovevamo fare di più per evitare ciò che è sotto gli occhi di tutti e cioè che molte imprese spostano le loro produzioni dal Sud dell’Europa all’Est dell’Europa.
Nello stesso tempo, le politiche comunitarie hanno fatto cose molto buone, le politiche di coesione restano molto buone. Il problema vero è che se le politiche europee sono sostitutive la colpa è delle mancate politiche nazionali integrative. In realtà, ed è paradossale, sono stati i fondi di coesione ad avere parzialmente compensato una fortissima carenza di investimenti nel Mezzogiorno da parte dello Stato.
Il cambiamento che si è avuto nel luglio 2020 con i Piani nazionali di rilancio delle economie nazionali colpite dalla crisi da Covid-19 potrebbero servire a far migliorare il giudizio sul ruolo dell’Europa. Tornando a un punto di fondo e cioè che l’Europa funziona se tutti i suoi cittadini ne traggono beneficio e ne sono contenti. Altrimenti le pressioni politiche diventeranno sempre più forti. Così è stato fino alla fine del secolo scorso. In Italia il sostegno dell’Unione Europea è stato sempre largamente superiore al 90%.
Questo non è avvenuto nel XXI secolo: le posizioni scettiche verso l’Ue sono state molto ampie e quindi torniamo al punto di partenza e cioè che la realizzazione del Piano di ripresa e resilienza è la nuova versione delle politiche di bilancio dell’Unione Europea.

Lei sostiene che è “difficile capire il Mezzogiorno o l’Italia guardando solo quel che accade nel presente e nei loro confini”. Che cosa scaturisce dallo studio comparato che lei ha condotto?
Che il XXI secolo è un secolo di polarizzazione: ci sono tanti motivi per cui è un secolo favorevole per chi è già forte e un secolo meno favorevole per chi è più debole. Questo lo vediamo nella Francia rurale che protesta con i “gilet gialli”, lo ritroviamo nell’Inghilterra del Nord che protesta contro la deindustrializzazione, lo ritroviamo perfino nella Germania Est che pure ha fatto grandi progressi dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e l’unificazione politica tra Germania Ovest e Germania Est. Quindi dobbiamo cogliere lo spirito dei tempi: è del tutto illusorio pensare che le dinamiche dei mercati possano far crescere significativamente chi è più debole. Per fare crescere significativamente chi è più debole sono necessarie incisive politiche pubbliche. 

C’è un’immagine suggestiva riassunta in una sua frase: “Il Mezzogiorno è prigioniero della trappola dello sviluppo intermedio”. In altre parole? Significa che il Sud perde una parte delle sue produzioni perché è troppo costoso rispetto ai Paesi dell’Est che sono diventati la nuova base produttiva europea per tutta una serie di produzioni. Ma, nello stesso tempo, non è sufficientemente avanzato come la Baviera per essere forte nella manifattura e nei servizi a più alta intensità tecnologica. Quindi è meno competitivo dell’Est per i costi e meno competitivo delle aree più avanzate dal punto di vista tecnologico e rischia di trovarsi spiazzato. L’aspetto interessante è che questo non vale più solo per il Mezzogiorno ma vale anche per parte delle regioni del Centro e del Nord Ovest dell’Italia. Cioè è l’intero Paese che non può competere più come negli anni Settanta fino agli anni Novanta con i prezzi bassi, ma non è sufficientemente attrezzato per competere su innovazione e qualità dei prodotti.

“L’Italia - come lei sostiene - valorizzando le risorse disponibili in tutti i suoi territori, può mirare a ricostruire le condizioni per adattarsi meglio alle mutate condizioni internazionali e per tornare così a svilupparsi in misura più soddisfacente”. Non è una “ricetta” nuova: la crescita dei territori continua a essere diseguale, a macchia di leopardo, eppure nessuno ignora che nelle regioni ci siano risorse e talenti che non si riescono a valorizzare appieno. Come dovrebbe avvenire ciò che lei auspica?
C’è anzitutto un grande conflitto politico, forse il più importante conflitto politico che c’è in Italia anche se è spesso sottotraccia: molti sono convinti che bisogna puntare tutte le nostre carte sui territori più forti, concentrare tutti gli investimenti nel “pezzo” più forte del Paese. Fatto questo poi si produrrà lo sviluppo anche degli altri. Io sono contrario a questa tesi: penso che non solo sia ingiusta ma anche che non funzioni.
Non bisogna fare come in Inghilterra in cui c’è una “testa” fortissima che è Londra su un corpo gracile, il resto dell’Inghilterra. Invece bisogna fare come in Germania in cui tutte le regioni e le città sono sufficientemente forti e rendono tutto il Paese assai competitivo. Insomma, l’idea che pochi facciano da “locomotiva” mi sembra molto sbagliata. E invece ha ispirato moltissime delle politiche pubbliche italiane degli ultimi dieci anni.
Se si deve fare un centro di ricerca è ovvio che lo si deve fare a Milano perché Milano è più forte. Ma se si fa sempre così, le distanze non possono che crescere enormemente e questo indebolisce tutto il Paese perché ne fa un Paese con una piccola parte più competitiva e una grande parte che rimane indietro.

È a questo che lei si riferisce quando parla di tendenza alla polarizzazione sociale e territoriale?
La polarizzazione territoriale si incrocia molto con la nostra società perché l’Italia di oggi è molto più ingiusta rispetto a quella di 40 anni fa. E’ un’Italia con più poveri, con giovani che fanno lavori molto precari e sottopagati, è un’Italia in cui la ricchezza si è molto concentrata nella parte socialmente più forte del Paese. I divari territoriali e sociali sono in parte due facce della stessa medaglia perché la maggior parte dei poveri vive nelle regioni più deboli e la maggior parte dei ricchi vive nelle regioni più forti. E dunque i due temi vanno letti contemporaneamente.

In questo senso c’è una svolta o un tentativo di cambiare le politiche sociali e territoriali nel Recovery Plan del Governo che mette al primo posto i giovani, le donne, gli anziani, il Mezzogiorno, cercando di favorire l’inclusione sociale, la parità di genere, la crescita dei territori meno sviluppati? Sì, le dichiarazioni di principio ci sono, ma sono abituato a guardare più i numeri che le affermazioni. Abbiamo ancora pochi elementi concreti per valutare se questo Piano nazionale funzionerà e potrà raggiungere gli obiettivi che si prefigge. Se le concrete azioni da realizzare entro i prossimi cinque anni saranno conseguenti e coerenti con questi principi la risposta sarà sì. Ma dobbiamo attendere. Ci vogliono fatti, non parole, opere, non cifre, per cambiare le cose serve una svolta e la svolta si fa con infrastrutture, servizi, istruzione, cultura, e così via.

Quali sono in definitiva i messaggi che lei lancia ai policy maker per ripensare alle politiche di rilancio del Mezzogiorno?Bisogna investire soprattutto sui due grandi “motori” che possono accelerare molto il Sud. Il primo è la diffusione molto maggiore dell’istruzione a partire dai giovani perché il Sud è quello che è perché è l’area dell’Europa con i livelli di istruzione più bassi. Il secondo “motore” sono le città del Sud: da Napoli a Palermo, da Bari a Catania che non riescono a svolgere quel ruolo di traino nei confronti del resto del territorio che invece caratterizza le città francesi, olandesi, tedesche. Puntare invece sull’istruzione e sulle città come “motori” di sviluppo è sicuramente la priorità più importante su cui puntare.

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