Cultura

Italia: alla ricerca delle felicità perduta. Anche se le cose vanno male

L’imprenditore Andrea Illy esorta gli italiani a riscoprire la gioia della bellezza della nostra cultura e dei nostri saperi che il mondo ci invidia 


19/11/2018

di Giambattista Pepi


Siate felici. Facile a dirsi, ma difficile a esserlo quando le cose vanno male. Eppure c’è chi crede fermamente che essere ottimisti e pensare positivo potrebbe rivelarsi non tanto la panacea dei problemi che come comunità nazionale, famiglia o persona giustamente ci preoccupano e ci angustiano, quanto piuttosto di una predisposizione interiore diversa meno incline al pessimismo della ragione, e più permeabile all’ottimismo della volontà. Un atteggiamento insomma più proattivo ci permetterebbe probabilmente di vedere in una luce diversa i nostri problemi, e potrebbe consentirci di ritrovare la felicità perduta. Ma come fare per riuscire a vedere la luce quando si è immersi nell’oscurità più profonda?  
La strada da imboccare ce la indica Andrea Illy, imprenditore noto ai più perché guida Illycaffè (una società di primo piano nell’ambito della torrefazione e della vendita di caffè) nel libro dal titolo invitante: Italia felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere (Piemme, pagg. 219, euro 18,50). 
Conversando con il giornalista Francesco Antonioli, l’autore ci invita a guardare all’Italia con fierezza e orgoglio. E lo fa muovendo da una provocazione. “Che cosa manca all’Italia per essere il Paese più felice del mondo?”. Già, cosa gli manca? Tutto e niente. E’ come la metafora del bicchiere riempito a metà di acqua. E’ mezzo pieno o mezzo vuoto? La risposta non può essere univoca. Perché dipende dal punto di vista dell’osservatore e dallo stato di benessere o di malessere di chi lo guarda. In che senso? Semplice. Se chi guarda il bicchiere è assetato dirà che è mezzo vuoto; se, al contrario, chi lo guarda ha già bevuto, dirà che è mezzo pieno. Insomma, la condizione personale (economica, sociale e psicologica) finisce per influenzare il giudizio sullo stato delle cose. Personale, familiare o della comunità in cui vive. 
Illy è chimico umanista, con un diploma conseguito all’Università di Harvard, ambasciatore del Made in Italy nel mondo e presidente di Altagamma, fondazione che riunisce le imprese più prestigiose dell’industria creativa italiana. Ma, soprattutto, è un imprenditore ricco e facoltoso. Servito e riverito. Senti chi parla! direte divertiti: invitare coloro che non ce la fanno (emarginati, derelitti, indigenti di cui è pieno il nostro Paese) ad avere fiducia in un’Italia che, ogni giorno che passa, appare sempre meno madre e sempre più matrigna. E in fondo se la pensate così avreste anche ragione. Ma il suo discorso è molto sottile, profondo e pervasivo: parla alla psiche, all’anima e al cuore degli italiani, non al portafoglio. 
Certo, Illy (quarto di quattro fratelli, manager carismatico, che ha fatto parte di LH Forum, il movimento per l’economia positiva fondato dall’intellettuale francese Jacques Attali) non è nato mica ieri: sa bene di quel che parla. La conosce l’Italia che non va.  
Una volta culla del diritto, il Paese si è trasformato nella patria del rovescio, dell’ingiustizia sociale, dell’iniquità immorale, della disuguaglianza stridente. Ma è anche un Paese capace di grandi slanci di generosità; è una fucina di talenti, talora incompresi o vilipesi, che espatriano in cerca di fortuna e di riconoscimenti; ma è anche quello di furbastri e di furbetti che vivono alle spalle degli altri: un Paese di evasori, elusori, finti invalidi. 
Un Paese dove non ci si risparmia a criticare aspramente o a deridere beffardamente i potenti di turno (politici, banchieri, manager, giornalisti), ma, dove la raccomandazione è la regola, e se appena gli viene offerta la possibilità, non disdegna affatto di farsi proteggere dal Don Rodrigo di turno o accostarsi alle loro mense a raccogliere le briciole dei lauti pasti (dalla bustarella, ai pacchi della spesa, ai buoni di benzina). Un Paese dove una moltitudine di imprenditori (soprattutto piccoli e piccolissimi) mandano avanti le loro aziende, affrontando di volta in volta gli assalti di uno Stato predatore, un’economia sussidiata e protetta, un Fisco rapace e ingordo, una Pubblica amministrazione pervasiva e invadente, le mafie e le delinquenze arroganti e violente, che ammorbano città e campagne. 
Nonostante tutte le criticità del Paese, l’invito dell’autore ad un cauto “ottimismo della ragione” non può essere lasciato cadere tanto facilmente.  “Ci sono mille ragioni per lamentarsi, ma ce ne sono altrettante per ringraziare il Paese dove siamo nati” dice l’imprenditore. Perché “l’Italia ha un vantaggio competitivo “endogeno” legato al concetto del bello, del buono, del ben fatto”. “Un’attitudine - spiega - che deriva sia dalla vena creativa, alimentata dall’incommensurabile patrimonio di bellezze del nostro Stivale, sia dalla cultura manifatturiera di mestieri tramandati da generazioni”. E’ quel “moto perpetuo della bellezza” (definizione di Semir Zeki, padre della neuro estetica, la scienza che studia l’area del cervello che elabora le emozioni provocate dalla bellezza) che in Italia si sublima.  Sarebbero queste per l’autore “le nostre armi del rilancio”. 
Dio solo sa se non abbiamo bisogno di un grande rilancio dopo le stagioni della decrescita infelice (a proposito lo sapevate che siamo solo al 45° posto su 156 nazioni nel World Happiness Report 2018, il rapporto sulla felicità promosso dal Sustainable Development Solutions Network in collaborazione con l’Onu?), del disordine morale, del decadimento del senso civico: un’Italia che non riesce più a ritrovare il bandolo per ricominciare daccapo a essere un faro della civiltà, del progresso e dello sviluppo come durante l’egemonia dell’antica Roma o nel Rinascimento. 
E allora quella di Andrea Illy andrebbe letta non come un sermone, o una filippica, contro questo e quello; non come un pio desiderio di rispolverare i fastigi di un tempo che non c’è più per ritrovare nei simboli del passato i segni della grandezza che fu, quanto piuttosto nel vedere con occhi diversi e cuore nuovo la parte buona e sana del nostro Paese. Per riprendere la leadership e riportare l’Italia fuori dalle secche della crisi e dell’ignominia. E questo non solo è doveroso, ma è possibile perché secondo Illy “noi italiani abbiamo l’orgoglio e gli anticoperti per un riscatto”. 
Per questo concordiamo con Francesco Antonioli che, nell’introduzione, definisce quella dell’imprenditore una “storia d’amore con il nostro Paese” dove “c’è il miglior capitalismo nostrano, intessuto di buoni rapporti, appartenenza, rispetto delle persone e del lavoro, obiettivi sfidanti, impatto sociale e conti in ordine”. Una storia esemplare che, se lo vogliamo, può farci sorridere. Almeno un po’. E ridarci la carica per ricominciare.

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