Cultura

Italia-Germania 4-3: la partita del secolo raccontata da Riccardo Cucchi

Nella semifinale dei mondiali del 1970 gli azzurri si imposero ai tedeschi dopo i tempi supplementari: una sfida epica tra grandi campioni


06/07/2020

di Tancredi Re


Il nono campionato del mondo di calcio giocato in Messico dal 31 maggio al 21 giugno 1970, il primo dell’era moderna, presentava alcune novità: innanzitutto erano presenti tutte le squadre che lo avevano vinto almeno una volta (Inghilterra e Germania Ovest) e altre che lo avevano vinto ben due volte (Uruguay, Brasile e Italia). Altre novità: l’introduzione dei cartellini colorati per segnalare le ammonizioni e le espulsioni, che non vennero però mai utilizzati nel torneo, la concessione di poter sostituire due calciatori a partita (la prima squadra ad avvalersene fu l’Unione Sovietica nel match inaugurale) e l’Adidas Telstar, il primo pallone ufficiale dei Mondiali: era la classica palla con 12 pentagoni neri e 20 esagoni bianchi. 
Ma per gli italiani (intere famiglie, la mia tra queste, incollate per la prima volta alla TV, dopo aver seguito i precedenti mondiali sempre alla radio, e con il Tricolore che sventolava da finestre e balconi in una torrida estate) quel campionato del mondo di calcio sarebbe passato alla storia per l’emozionante semifinale giocata dagli “azzurri” contro la Germania Ovest, la corazzata tedesca del “kaiser” Franz Beckembauer, maestro d’eleganza, del potente Gerd Müller, mitico centravanti di fondamento, del terzino Karl-Hainz Schnellinger, un destro che si adattò a giocare a sinistra, dotato di una buona tecnica ma, soprattutto, di ottime qualità fisiche ed atletiche, che militò nelle fila del Milan di capitan Rivera. 
Questa sfida e le emozioni che suscitò e tuttora suscita in coloro che la disputarono e in coloro che l’hanno vissuta vedendola nel piccolo schermo, sono raccontate nel libro La partita del secolo (Piemme, pagg. 139, euro 16,50) da Riccardo Cucchi, giornalista, ma soprattutto “voce” del fortunato programma radiofonico Rai Tutto il calcio minuto per minuto, nonché telecronista della Nazionale di calcio (racconto un’altra leggendaria partita: quella dei mondiali del 2006 in Germania, quando l’Italia guidata dal commissario tecnico Marcello Lippi prevalse sui padroni di casa 2-0 con i gol di Fabio Grosso e Alessandro del Piero per poi aggiudicarsi il titolo superando nella finale la Francia di Zinédine Zidane ai calci di rigore 5-3 ). 
Come avrebbe ricordato molti anni dopo il grande Gigi Riva (idolo del Cagliari vincitore dello scudetto nel 1970, allenato da Manlio Scopigno, soprannominato il mago) quel campionato del mondo non si distinse per particolari novità tattiche, ma solo come campo di confronto tra quattro scuole la cui tradizione si era cristallizzata nel tempo: quella sudamericana di carattere più difensivista, rappresentata dall’Uruguay; quella brasiliana, fatta di ritmo, fantasia e tecnica, che vedeva in Pelé il suo miglior interprete, infine quella europea. 
La quale, a sua volta, si articolava in diverse versioni: la versione più atletica, impersonata dagli inglesi, campioni uscenti, e dai tedeschi, che ancora non avevano digerito la sconfitta patita a Wembley nel 1966 in finale proprio con gli inglesi dopo i tempi supplementari 4-2 ma con un gol irregolare (l’inglese Hurst lasciò partire un tiro che sbatté contro la faccia inferiore della traversa e rimbalzò sulla linea prima di tornare in campo: le riprese televisive dimostrarono che la palla aveva battuto sulla linea e non aveva, come richiesto dal regolamento, superato completamente la linea di porta. Non sapendo cosa decidere, l’arbitro Dienst chiese il parere dell’assistente Tofik Bakhramov che convalidò la rete tra le proteste dei tedeschi) e c’era, infine, quella più tattica del gioco cosiddetto all’italiana, basata su una difesa attenta (il famoso “catenaccio”) e su veloci contropiedi. 
Outsider di lusso l’Unione Sovietica, che già si era ben comportata all’ultimo mondiale e che ben figurava da anni nelle manifestazioni continentali (aveva infatti già vinto il Campionato europeo del 1960). Pochi dubbi tuttavia sul fatto che a disputarsi il titolo sarebbero state, alla fine, le “solite note”. 
In particolare l’Italia guardava a questa edizione del Mondiale con rinnovata speranza: sebbene mai nel dopoguerra la Nazionale avesse passato il primo turno di qualificazione ai mondiali di calcio, le squadre di club italiane invece avevano conseguito alla metà degli anni Sessanta con Milan e Internazionale prestigiose vittorie nelle competizioni europee (Coppa delle Coppe e Coppa dei Campioni) e in quelle intercontinentali (Coppa Intercontinentale). 
Da un lato quattro anni prima in Inghilterra la Nazionale azzurra era stata sorprendentemente eliminata al primo turno dei mondiali dalla Corea del Nord, dall’altro due anni dopo aveva raggiunto con merito il primato continentale. Ma nel 1958 gli azzurri erano stati addirittura esclusi dal campionato disputato in Svezia perché nella fase di qualificazione persero a Belfast la partita decisiva contro l’Irlanda del Nord. 
A dar fiducia alle speranze azzurre, oltre al recente titolo europeo, vi era una generazione di giovani calciatori già assurti alle glorie in campo continentale e mondiale con i loro club: su tutti Gianni Rivera, campione d’Europa e del mondo con il Milan nell’ultimo anno, oltre che Pallone d’oro 1969 e Sandro Mazzola due volte campione d’Europa con l’Inter e altrettante volte vincitore della Coppa Intercontinentale. 
Proprio in Messico il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi inventò la celebre “staffetta” tra i due giocatori: primo tempo per Mazzola, poi sarebbe entrato Rivera. Questo almeno a partire dalla terza partita, quella pareggiata con Israele, mentre non venne utilizzata nella finale della manifestazione, che vide il milanista in campo solo negli istanti finali (i famosi “sei minuti di Rivera”). C’era infine Riva, cannoniere principe del campionato italiano. Mancino naturale per la sua potenza di tiro l’indimenticato giornalista sportivo Gianni Brera, coniò per lui il soprannome di Rombo di Tuono. 
Furono le semifinali, giocate il 17 giugno, a costituire il vero “clou” della manifestazione: l’incontro tra Italia e Germania Ovest, giocato nell’Estadio Azteca della capitale Città del Messico fu non a caso ribattezzato, proprio come il libro di cui stiamo parlando, la partita del secolo. 
La gara iniziò con il gol di Roberto Boninsegna, bomber dell’Inter, e il risultato si mantenne immutato fino al novantesimo, quando i tedeschi raggiunsero il pareggio con il difensore Schnellinger, mentre il “faro” dei tedeschi, Franz Beckembauer rimediò una lussazione alla spalla, e fu costretto a giocare con un braccio al collo. 
Ai tempi supplementari Gerd Müller portò in vantaggio i tedeschi, che vennero raggiunti grazie ad un’altra rete di un difensore, il nostro roccioso Tarcisio Burgnich. A questo punto azzurri in vantaggio per merito di Riva, poi nuovamente Müller, infine Rivera fissò il risultato sul definitivo 4-3, nonostante le numerose occasioni create dai tedeschi. 
In finale, l’Italia, stremata dalla partita con i tedeschi, tennero testa per un tempo ai carioca, ma poi vennero sopraffatti dal Brasile di Pelè, Santos, Jairzinho, Carlos Alberto Torres e Tostao (4-1), che si aggiudicò definitivamente la Coppa Julius Rimet, avendo vinta tre volte. 
Il sogno di vincere per la terza volta i mondiali di calcio dopo i successi conseguiti nel 1934 e nel 1938 dalla nazionale guidata dall’indimenticabile Vittorio Pozzo, si spezzò, ma la vittoria contro i tedeschi nel modo in cui maturò, è stata e sarà ricordata per sempre come un’impresa eroica. Che coinvolse tutti gli italiani che amavano il calcio e si immedesimavano nelle gesta dei loro beniamini. 
Al ritorno in patria, all’aeroporto di Fiumicino i giocatori azzurri furono accolti con un’ovazione, mentre all’allenatore Ferruccio Valcareggi e all’accompagnatore Walter Mandelli vennero riservati insulti e un nutrito lancio di pomodori!

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