Cultura

In viaggio per il mondo senza radici

Federico Rampini ci racconta le suggestioni e gli stati d’animo dei luoghi dove ha vissuto e dei personaggi indimenticabili che ha incontrato


22/07/2019

di Tancredi Re


Da Erodoto a Strabone, da Beniamino di Tudela a Marco Polo e Cristoforo Colombo, da Amerigo Vespucci a Ferdinando Magellano, da William Janszoon a Abel Tasman, da Robert Edwin Peary a Roald Amundsen. È sterminata la teoria dei viaggiatori che, dall’antichità ai giorni nostri, sono passati alla storia in virtù delle scoperte, dei ritrovamenti, delle ricerche ottenute durante o al termine delle loro missioni spesso complicate, talora osteggiate, quasi sempre caratterizzate da rischi e pericoli. Animati da uno spirito non comune, spinti da ammirevole intraprendenza, questi viaggiatori provavano il piacere di misurarsi in imprese all’apparenza audaci se non impossibili secondo gli uomini della loro epoca. 
A fronte del desiderio di conoscere altre civiltà, di scoprirne lingue, tradizioni, usi e costumi, di esplorare nuove vie terrestri o rotte marittime per raggiungere terre lontane e misteriose allo scopo di alimentare il commercio e gli affari con le popolazioni locali. Ma anche per entrare nella dimensione della trascendenza attraverso i pellegrinaggi o l’eremitaggio in luoghi santi o in zone impervie, isolate, difficilmente raggiungibili. 
A modo suo anche il giornalista Federico Rampini (corrispondente della Republica da New York, nonché editorialista e saggista) può essere annoverato come un viaggiatore dei nostri tempi. È stato infatti inviato e corrispondente da Parigi, Bruxelles, San Francisco e Pechino. Ha praticamente trascorso gran parte della sua vita in viaggio per il mondo. Dall’altra parte dell’oceano (o, meglio, degli oceani), nei Paesi di quattro continenti, ha raccontato le metropoli dove ha vissuto, i Paesi che l’hanno ospitato, il tempo alle diverse latitudini. Ricordi, riflessioni, sentimenti e stati d’animo che sono raccolti nel volume L’oceano di mezzo. Un viaggio lungo 24.539 miglia (Laterza, pagg. 202, euro 19,00) da questo mese nelle librerie. 
Più che un libro, quello di Rampini è il diario di un intellettuale colto e profondo, che mette insieme - come in un mosaico - le tessere dei suoi viaggi, le testimonianze di ciò che ha visto, udito e sentito, il racconto delle suggestioni dei luoghi che ha visitato e dei personaggi indimenticabili che ha incontrato: le austere memorie di Genova, la muraglia di nebbia di Milano, le atmosfere nordiche di Bruxelles e le sorprese di Parigi, l’iniziazione all’oriente in Indonesia, poi verso Ovest a respirare l’aria decadente di New York, lo spaesamento di San Francisco, a riscoprire un’armonia celeste di Pechino, i bambini del Sichuan, le case a fior d’acqua di Kerala, il destino marittimo di Tokyo, le sorgenti del Nilo. 
Una vita, tante vite, in una sola persona. Niente di prevedibile, niente di scontato, solo frutto del caso. Come egli stesso afferma nel prologo. “Non c’era all’origine un progetto di vita, non avevo deciso che sarebbe andata così. Diventare un nomade globale. Un outsider assetato di familiarità. Un globalista in cerca di radici. Tante cose vengono stabilite dal caso”. Ma la cosa curiosa, la sensazione che coglieva Rampini, esattamente come i grandi viaggiatori del passato (successe la stessa cosa a Cristoforo Colombo quanto tornò a Genova dalla scoperta dell’America, o a Marco Polo a Venezia, dopo 17 anni di assenza) è che ogni qualvolta faceva ritorno a casa sua, nella città o nel Paese dal quale era partito, dopo anni di assenza, era di dover riconquistare il diritto a essere nuovamente accettato dalla comunità locale, che lo vedeva come uno straniero.  “Quando arrivavo in Italia da quasi-straniero erano sempre i provinciali a comandare, il mio cosmopolitismo mi rendeva diverso, sospetto, estraneo alle logiche dei clan locali. Dovevo faticosamente ricostruirmi delle radici, andare alla riscoperta della storia lombarda di mio padre, del passato ligure di mia madre”. 
Rampini riconosce di essere stato un privilegiato, come uomo e giornalista, ad aver potuto conoscere attraverso la sua professione luoghi meravigliosi, favolosi, così diversi: “Praticare un giornalismo globale, quando ancora alcuni giornali si potevano permettere tanti sedi estere”. Ma come ogni medaglia, anche il privilegio ha il suo rovescio, ha un prezzo. “Per lunghi periodi della mia vita - ricorda - ho avuto un oceano di mezzo, che mi separava dai miei affetti: mia moglie, i miei figli, i miei genitori. Nella mia vita da osservatore globale, in realtà non ho mai smesso la ricerca di radici. Immaginarie, costruite, conquistate”.
Già, le sue radici, che forse sono anche le nostre e quelle (perdute) di coloro (gli immigrati) che un tempo avevano una terra, una casa, dei beni e li hanno perduti e se ne sono dovuti separare. Hanno dovuto affrontare non un oceano, ma un mare, dove quando non vi trovano la morte, sopportano una vita di stenti, il dolore, le angherie, le privazioni. Sfidano la morte nella speranza di ricominciare da capo la vita. In un Paese che li considera “stranieri”, “diversi”: non li vuole, li respinge, manifesta ostilità, e, chissà, che con il tempo, la fatica, la pazienza, non riescano anche loro a ritrovare le radici e il filo per tornare a tessere l’ordito dell’esistenza.

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