Cultura

In viaggio nelle terre che non perdonano, fra poveri e reietti, scavando nel cuore del grande sogno americano

La genialità di Jesmyn Ward ha dato voce a un premiatissimo romanzo (Canta, spirito, canta) ambientato nel Mississippi, uno Stato povero ma ricco di umanità, dove il legame con le origini a volte si fa, appunto, spirito e canto


08/07/2019

di Valentina Zirpoli


Raramente un romanzo abbraccia tematiche così profonde, scartabellando fra presente e passato, intrecciando naturale, sovrannaturale e poesia, facendosi carico di una terra, quella del Mississippi, ricca di povertà ma anche di umanità. Una terra che non perdona, dove il legame con le origini si fa… spirito e canto; dove il racconto diventa un passaggio obbligato sulla strada del ricordo; dove può accadere che una tempesta dal nome di donna, Katrina, sconvolga tutto e tutti per poi lasciare spazio a un mondo nuovo, ricco di speranze. 
Fermo restando che non è questo uragano a tenere la scena, ma uomini, donne e bambini che si trovano privati di tutto dalla ferocia della natura, che come si sa non prova pietà per nessuno. E in questo sconquasso “sapere di poter contare su qualcuno, o avere una persona da proteggere, può rappresentare la forza per riuscire a sopravvivere”. 
Stiamo parlando di Canta, spirito, canta (Enne Enne Editore, pagg. 266, euro 18,00, traduzione di Monica Pareschi), un titolo che già di per sé rappresenta una invocazione. A fronte di una scrittura, quella magica di Jesmyn Ward, che incanta e avvolge in maniera struggente, che si fa carico dei drammi “intimi e viscerali” della terra dove vive con il compagno Brandon (“Che - tiene a precisare - la fa ridere quando ne ha bisogno”) e i figli Noemi e Brando, terra che la vede peraltro insegnare scrittura creativa alla Tulane University. E lo fa affondando lo sguardo fra le pieghe dell’intimità umana, “come quando dal ciglio di uno strapiombo si guarda l’infinita distesa del mare, rimanendo sgomenti, inebriati e commossi”. 
Yesmin Ward, si diceva, che con il suo memoir “Men We Reaped” era stata finalista al National Book Critics Award; che con Salvare le ossa e Canta, spirito, canta ha vinto due volte, rispettivamente nel 2011 e nel 2017, il National Book Award, prima donna dopo scrittori del calibro di William Faulkner, Saul Bellow, John Cheever, Bernard Malamud, Philip Roth e John Updike. 
Per la cronaca Canta, spirito, canta, secondo capitolo della “Trilogia di Bois Sauvage”, selezionato fra i migliori libri del 2017 da Time, New York Times, Publischers Weekly e Financial Times, si rapporta ancora una volta con i legami familiari, seguendo il tredicenne Jojo, che cerca di capire cosa vuol dire diventare uomo. Lui che vive con la madre Leonie (una presenza incostante nel suo quotidiano, in perenne dissidio con gli altri e anche con se stessa; lei che vorrebbe essere una madre migliore anche se non ci riesce) e la sorellina Kayla, mentre la figura maschile a lui più vicina è quella del nonno materno, Pop, nero di pelle, che si prende cura di Jojo con amore e dolcezza, così come accudisce quel che resta di nonna Man, in fin di vita. 
Con la famiglia di suo padre Michael, finito in galera, Jojo non ha infatti contatti: sono bianchi del sud e si rifiutano di riconoscerlo (una angolatura, quest’ultima, che porta l’autrice ad affondare il bisturi sulla storia dei neri americani, quella che ancora si respira negli Stati del Sud, un misto di razzismo e minacce, ma anche di umanità e riscatto). 
Succede che quando Michael sta per uscire di prigione, Leonie partirà con i due figli, lasciando Bois Sauvage e i suoi paludosi acquitrini, per raggiungerlo. E Jojo - che ha ricevuto le memorie dello zio Given, morto adolescente, il cui spirito compare anche nelle notti buie di sua madre - dovrà staccarsi dalla presenza rassicurante dei nonni che nei loro racconti gli hanno a lungo parlato di una natura animata da spiriti e da un passato di sangue, per affrontare un nuovo modo di vivere, ma anche per capire il senso dell’amore, dell’eredità e della fiducia. “E mentre Mam si spegne, gli spiriti attendono, aggrappati alla promessa di una pace che solo la famiglia riunita può dare”. 
Che dire: una storia che è stata tradotta in più di quindici Paesi, che è stata raccomandata dall’ex presidente americano Barack Obama e che si dipana fra un passato e un presente ricco di violenze e di colpe, ma anche di speranze, a fronte di un racconto animato da una scrittura aspra e al tempo stesso poetica, che per certi versi evoca “l’amore e la disperazione di una tragedia greca”.  Insomma, un libro da non perdere, perché la voce di Jesmyn Ward a volte “si propone tanto potente da superare persino i limiti dell’esistenza terrena…”.

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