Cultura

In viaggio fra scandali, verità, false verità, vagheggiamenti e tante “figure di m…”. Partendo da un funerale

Quello che si inventa Emilio Fede - assurto alla viralità grazie al tormentone di Striscia la Notizia - per vedere l’effetto che fa. Mettendosi a nudo e facendosi quasi un vanto delle sue scomode debolezze. Riguadagnando in tal modo parte di quella simpatia persa per strada per via del suo brutto carattere…


04/05/2020

di Mauro Castelli


Di tutto e di più, nel bene e nel male. Sì, perché nella sua lunga vita Emilio Fede da Barcellona Pozzo di Gotto - cittadina in provincia di Messina dove è nato il 24 giugno 1931, figlio di un brigadiere dei carabinieri (Giuseppe, “medaglia di bronzo al valor militare”) di stanza per diversi anni in Etiopia e originario di San Pietro Patti, dove lo stesso Emilio avrebbe trascorso la prima giovinezza” - di grandi successi e di mortificanti buriane ne ha attraversate parecchie. Complice quel suo carattere ribelle, fazioso, irriverente, irrequieto e fuori dalle righe. In effetti, tiene onestamente a precisare, “mi lascio andare a scatti di nervi dei quali poi mi pento, chiedendo ovviamente scusa, così come mi ritengo, oltre che geloso, particolarmente generoso”. 
Ma anche, aggiungiamo noi per rincarare la dose, un personaggio a volte politicamente scorretto (era stato addirittura sanzionato dall’Agcom per violazione della legge sulla par condicio nel 2004). Insomma, vizi privati e pubbliche virtù che hanno rappresentato il filo conduttore della sua avventura professionale, per certi versi unica, ricca di premi e riconoscimenti fra i quali un Saint-Vincent. 
Un percorso peraltro caratterizzato da un fuori onda che ancora oggi - riteniamo con sua grande soddisfazione visto che lo riporta bene e spesso alla ribalta - lo vede efficace cecchino di alcuni siparietti di Striscia la Notizia, la storica trasmissione di Antonio Ricci che lui stesso, per non farsi mancare nulla, per una settimana aveva condotto rimpiazzando l’influenzato Enzo Iacchetti. 
Una specie di graffiante tormentone, quello che lo riguarda, utilizzato per stigmatizzare comportamenti sbagliati, eccessivi, platealmente bugiardi o comunque fuori dalle regole. Facendo riferimento a quel suo incazzoso fuori onda datato 2003 (Che figura di merda appunto, diventato virale) quando la regia del Tg4, il telegiornale che in quel periodo dirigeva, aveva proposto ai telespettatori, in luogo dell’annunciata immagine di Saddam Hussein, quella di Silvio Berlusconi. Il suo idolo, nonché suo generoso datore di lavoro. Colui che, “raccontandomi una sua storiella personale, era riuscito persino a farmi perdere il vizio del gioco”. E non è da tutti sconfiggere un simile demone, soprattutto nel ricordo di quando, “con un amico, sbancò il Casinò di Montecarlo, vincendo un miliardo di lire. Notizia peraltro riportata in prima pagina da la Repubblica, nonché suffragata dai graditi complimenti di Massimo D’Alema”. 
E proprio Che figura di merda (Giraldi, pagg. 174, euro 16,00) è lo slogan - che lo ha reso indimenticabile - utilizzato come titolo del suo ultimo libro, una specie di stream of consciousness, quel flusso di coscienza considerato da alcuni un vero e proprio genere letterario. Con un pensiero magari rivolto alla fine dei suoi arresti domiciliari in quel di Milano 2 - dove attualmente vive in un appartamento che fa parte del “benefit berlusconiano” - per il caso Ruby bis che lo aveva visto accusato di favoreggiamento alla prostituzione. 
Un soggiorno obbligato che, evidentemente, lo ha indotto a ripercorrere, attraverso una lunga cavalcata nei ricordi, i momenti di vita che lo hanno maggiormente segnato, senza sottrarsi al… compiaciuto regalo di “una estrosa incursione nel futuro”. Quella legata al suo funerale per vedere l’effetto che fa. Perché gli anni sono tanti, questo è vero, ma l’irriverenza, l’ironia e l’ottimismo - per lui - sono sempre quelli dei tempi andati. 
Lui che - sposato dal 1965 con la giornalista ed ex senatrice del Pdl Diana De Feo, “donna di grande cultura, esperta d’arte e che odia il gioco”, dalla quale ha avuto due figlie, Sveva e Simona - per lunghi anni ha lasciato il segno nel mondo dell’informazione. Muovendo i primi passi, ancora giovanissimo, sulle pagine del Giornale d’Italia. E quando l’allora direttore passò alla Gazzetta del Popolo se lo portò al seguito, facendolo diventare giornalista professionista il primo gennaio 1955. 
In seguito “sarei sbarcato a viale Mazzini come conduttore a contratto de Il circolo dei Castori con Enza Sampò”, con la quale ebbe peraltro una “affettuosa amicizia” (non a caso è risaputa la sua passione per il gentil sesso). Affettuosa amicizia che si sarebbe persa per strada, ricorda, “quando, di ritorno da una breve vacanza, l’andai a prendere con la mia bella macchina sulla quale avevo però dimenticato un paio di occhiali da donna. Fu così che mi piantò per poi legarsi a Umberto Eco…”. 
Era il 1954 e, dopo diverse altre collaborazioni con viale Mazzini, Fede venne assunto in pianta stabile nel 1961. E nell’ambito della Rai sarebbe decollata una carriera da primo della classe, che lo avrebbe visto muoversi per otto anni come inviato speciale in Africa, realizzando servizi in una quarantina di Paesi nel periodo della decolonizzazione e dell’inizio delle guerre civili. Quindi sarebbe diventato conduttore del Tg1, prima di assumerne la direzione per due anni. 
Un connubio ben riuscito che si sarebbe interrotto nel 1987 a seguito di un processo per gioco d’azzardo (forse il suo vizietto preferito, quello per i tavoli verdi, che non manca di tirare in ballo nel suo libro), finito però con l’assoluzione, ma soprattutto - come lui stesso ebbe a dichiarare - per il cambiamento degli accordi politici sulle poltrone della televisione di Stato. Ovvero il passaggio della direzione del Tg1 dal Psi, allora punto di riferimento politico di Fede (che ha anche tentato, senza successo, per due volte di entrare in Parlamento con un’altra parrocchia), alla Dc nell’ambito dei riequilibri politici e di potere relativi al nascente sesto Governo Fanfani. 
Quindi - dopo qualche divagazione in tono minore (leggi il trasloco a ReteA di Alberto Peruzzo) - il passaggio a Mediaset, che allora si chiamava Fininvest, come ideatore, conduttore e direttore di Studio Aperto, il telegiornale di Italia Uno che nel 1991 lo vide mandare in onda per primo le immagini della Guerra del Golfo, per poi assumere nel 1992 la direzione del Tg4 che avrebbe lasciato dieci anni dopo. Regalando ad esempio in esclusiva le immagini degli aerei che si schiantavano sulle torri del World Trade Center l’11 settembre del 2001… 
Ma veniamo al suo libro, Che figura di merda appunto, una specie di memoir che a suo dire potrebbe essere l’ultimo (“Il giorno si spegne per lasciare il posto alla notte” tiene poeticamente a precisare), ricco di ricordi ma anche venato di una buona dose di malinconia. Oltre che segnato da pagine che “si muovono fra polemiche, accuse, difese, amori”. E raccontano dei tanti anni trascorsi con lui, “il suo caro Silvio (Berlusconi), fra cene e feste, Natali e Capodanni trascorsi fra Villa Certosa e Arcore”; così come si rincorrono i suoi anni ruggenti, i suoi incontri ad alto livello, ma anche le sue traversie giudiziarie. 
Insomma, “un contesto dove figurano un po’ tutti, eccezion fatta per quelli che, mortificati nella loro onestà, si sono tolti la vita”. Ovviamente non manca lo scandalo del “Bunga Bunga che “ancora non trova fine, con decine di avvocati, esperti di intercettazioni, arresti e collegamenti veri e presunti con il mondo politico. E poi giornalisti impegnati a cercare la verità. Quella verità che ancora in questi giorni entra ed esce dalla politica, dalla corruzione, dal sospetto che…”. 
E c’è ovviamente Ruby-Rubacuori, “la marocchina più famosa - in Italia e non solo - per settimane, mesi, anni”. Così come c’è Berlusconi, che ha vinto “clamorose elezioni” con Forza Italia. E ci sono “gli agguati, le morti misteriose e i pedinamenti di 007 imprecisi”. Fermi restando i sospetti che “spesso seguivano piani non ancora giunti all’arrivo. Gare fra realtà e fantasia, fra intercettazioni e ore di interrogatori...”. 
E ancora: “Poi ci sono io. Amico senza riserve del Cavaliere, con il quale ho trascorso vent’anni di vera amicizia e politica. E ci sono i voltagabbana che scodinzolavano al suo passaggio, pronti alla prima crisi a ribadire: Gliel’avevamo detto che di quello non si doveva fidare”. Così come il virus dell’invidia che, a suo dire, viaggiava a gonfie vele. 
In altre parole una rimpatriata di ricordi dolci e amari, qualcuno al veleno, scritti da una mano calda del giornalismo che ha strizzato l’occhio anche alle librerie con una quindicina di lavori nonché, per via di una certa dose di vanità, al grande schermo (“Sono apparso in cinque film con immagini di repertorio e ho partecipato in prima persona al film Paparazzi, diretto da Neri Parenti, con Diego Abatantuono e Massimo Boldi”). 
Ma torniamo al suo libro ancora fresco di stampa. Con l’autore a immaginare ironicamente come potrebbe essere il suo funerale in quel di Napoli, città “dove ha molti amici e che ama molto pur ritenendosi siculo al cento per cento”, complice la moglie Diana che è appunto napoletana. 
E attraverso le pagine di questo congedo immaginario Emilio Fede ripercorre la sua esistenza, i suoi successi e le sue sconfitte, la caduta e l’emarginazione. Come professionista e come uomo. Ma non si discolpa, non chiede pietà, semmai ammicca e accetta l’ingratitudine, che tuttavia lo ferisce. E poi parla di perdono implorato, concesso, auto-concesso, auspicato. Conosce e riconosce le sue debolezze, la sua imperfezione, che per un naturale istinto di provocazione diventa vanto. Forse perché il ruolo di personaggio scomodo e antipatico ai più non lo fa sentire a disagio. Semmai vuole solo essere creduto. 
Di fatto, in questo suo strano viaggio infarcito di nostalgia, Fede riesce a recuperare parte della simpatia persa per strada attraverso un accattivante tuffo in un vissuto ricchissimo, che lo ha visto, ad esempio, finire nel mirino delle Brigate rosse (“Me le trovai sotto casa a Roma e subito dopo mi trasferii a Milano grazie a Berlusconi”), ma anche salvarsi la vita per un presentimento: “Mi avevano invitato a Timisoara per una trasferta di gioco, ma all’ultimo momento rinunciai. E l’aereo sul quale mi dovevo imbarcare precipitò poco dopo il decollo e tutti i passeggeri persero la vita”. 
E ancora: eccolo raccontarci del rapporto con l’onorevole Aldo Moro, ma pure ricordare della drammatica morte in diretta del piccolo Alfredo in un pozzo di Vermicino. Un doloroso fatto di cronaca che per giorni sconvolse l’Italia intera. Oltre a vantarsi degli incontri con papa Wojtyla, con il grande leader sudafricano Nelson Mandela o del dono speciale, la “khata” o sciarpa della felicità di tradizione buddhista, ricevuta dal Dalai Lama. 
E per quanto riguarda le gonnelle? A quel che si dice in giro si potrebbe riempire un’enciclopedia (anche se lui smentisce). A partire da quando, giovane giornalista alle prime armi, aveva corteggiato - a suo dire “inutilmente” - l’affascinante Audrey Hepburn di Vacanze romane (rischiando di far saltare il bilancio della testata con la quale collaborava per via di una sfilza di spese pazze legate alla tentata conquista). Lui che strada facendo si sarebbe permesso anche di… prendersi gioco di una certa Gina Lollobrigida. E a raccontarci come andò è lo stesso Fede. 
“Nel periodo in cui mio padre era il comandante della stazione dei carabinieri di Ostia Lido, avevo convinto un amico edicolante a fondare Il settimanale del Lido, con presentazione della testata in un hotel della zona dove invitammo appunto Gina, complice la conoscenza per interposta persona del padre che lavorava come capo linotipista al quotidiano Il Momento. Alla fine della festa bisognava riaccompagnarla a Roma, ma io - erano le tre di notte - non me la sentivo. Così feci finta di star male. E quella bellissima attrice si dovette accontentare di un passaggio su un camioncino che andava ai Mercati generali della Capitale per consegnare frutta e verdura. Successe, in seguito, che reincontrassi la Bersagliera e lei, ricordandosi bene di quel che era successo, amabilmente mi apostrofò: Mi ricordo bene di te, tu sei quello che mi ha fatto viaggiare con i carciofi…”.   
Insomma, davvero un bel tipo Emilio Fede. Che, pagina dopo pagina, “vagheggia - da par suo - lasciando punti oscuri, blandendo il lettore, confondendolo con chiacchiere da… funerale, confrontandosi con le presenze e i probabili assenti dietro il carro funebre. Ad esempio giurando sulla partecipazione di Francesca Pascale, ma usando il condizionale per quella di Vittorio Feltri. Con altri interrogativi (più nostri che suoi) legati ai nomi di Barbara D’Urso e Mara Venier, Fabio Fazio e Flavio Briatore. 
Di certo della partita - ironizza - “avrei visto quelli che hanno contribuito a eliminarmi dal Tg4, toghe che vanno e vengono, parcelle non sempre alla luce della realtà”. Così come presente sarebbe stato l’avvocato Agnelli, che un giorno “disse a Marinella (la fidata collaboratrice del Presidente): Convinci Silvio a non far candidare Emilio… io col suo telegiornale mi appassiono e mi diverto”. 
Finendo in questo modo per incuriosire il lettore, giocando a rimpiattino con la ricostruzione dei ricordi, in quanto “il vissuto di chiunque, nel tempo, subisce divaganti alterazioni”. Ferma restando una nostra considerazione: alla sua età che ragione avrebbe di mentire?

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