Cultura

In viaggio alla scoperta di se stessi ascoltando le ragioni del cuore e ragionando con la mente

Il monaco buddista Thich Nhat Hanh, attraverso episodi autobiografici, racconti e insegnamenti, ci aiuta a ritrovare la via per raggiungere la nostra vera casa 


08/06/2020

di Giambattista Pepi


Da sempre l’uomo cerca la felicità nella ricchezza, nel sesso, nel potere. Per raggiungere questo obiettivo sovente è disposto a tutto: a uccidere, a corrompere, a tramare, ingannare, mentire. Per poi scoprire che è tutto effimero, è un’illusione, che ciò che ha ottenuto o che sta cercando di ottenere se per un breve tempo lo appaga, gli lascia con il passare del tempo un vuoto dentro, un senso di non appagamento, di reale soddisfazione, di vera pace. 
Perché avviene questo? Forse perché nella ricerca talora spasmodica del possesso di cose materiali, di un appagamento dei sensi, abbiamo dimenticato ciò che più conta nell’uomo come essere fatto sì di materia, ma anche di spirito. Una volta che abbiamo conquistato il mondo interiore, una volta che abbiamo toccato il cielo con un dito, perché siamo ancora insoddisfatti? Perché ci manca il nutrimento dell’anima, perché non abbiamo raggiunto l’equilibrio interiore che ci fa essere migliori e proattivi anche nei rapporti con gli altri. 
E allora perché cercare altrove le risposte che ciascuno di noi può ricevere scrutando dentro di sé, ascoltando le ragioni del cuore, facendo vibrare le corde dell’anima, ragionando con la mente. 
Una “lezione” per riappropriarci del “sentire” interiore ci viene da Thich Nhat Hanh che, nel suo libro La mia casa è il mondo (Garzanti, pagg. 208 euro 15,00, traduzione di Sara Caraffini), ci indica la via per superare l’ansia di non essere accettati e la sensazione di non avere un posto nel mondo. Per scoprire finalmente che non è necessario viaggiare per far ritorno a casa: la nostra casa è da sempre dentro di noi. 
Fedele alla millenaria tradizione, che risale al tempo del Buddha, di insegnare attraverso le storie, questo libro ricco di episodi autobiografici, di racconti edificanti e di insegnamenti profondi, ci può aiutare, se ne avessimo bisogno, a farci ritrovare noi stessi nel mondo interiore. 
Già perché a volte cerchiamo altrove ciò che abbiamo dentro di noi per poter essere a casa e, quindi, sentirci soddisfatti, appagati, in pace con il mondo, lontano dai suoi affanni, dalle sue trappole, dai suoi inganni, dalle sue violenze, che molte volte ci mortificano, ci umiliano, ci stravolgono. 
Lo ha sperimentato in prima persona lo stesso autore (vietnamita, monaco buddista, poeta e attivista per la pace) attraverso il suo “pellegrinaggio” alla ricerca della pace interiore. 
Innumerevoli gli episodi del suo viaggio. Come quando nel 1968, mentre imperversava la sanguinosa guerra in Vietnam si recò in Francia per rappresentare la delegazione buddhista vietnamita per la pace ai Colloqui di pace di Parigi. Mentre stava tornando in Giappone, dove aveva tenuto una conferenza, fece tappa a New York, ma una volta atterrato all’aeroporto di Seattle, venne fermato, condotto in una stanza e gli fu ritirato il passaporto. E solo molte ore più tardi, quando il suo volo stava per decollare, glielo restituirono. 
Due anni prima, nel 1966, allorquando si trovava a Washington per una conferenza un reporter del “Baltimore Sun “lo avvisò di un dispaccio proveniente da Saigon con il quale il governo vietnamita (filo-americano) sollecitava quelli di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Giappone a non riconoscere più il suo passaporto, nella convinzione che avesse fatto affermazioni contrarie ai suoi sforzi nel combattere il comunismo. I governi stranieri lo accontentarono e il passaporto fu invalidato. 
A quel punto, Nhat Hanh si trovò a un bivio: “Sarei potuto diventare clandestino, ma preferii chiedere invece asilo politico alla Francia. Il governo me lo concesse e riuscii ad ottenere un documento di viaggio da apolide. Essere un apolide significa non appartenere ad alcun paese, essere privo di uno stato. Con quel documento potevo recarmi in qualsiasi paese europeo firmatario della Convenzione di Ginevra, ma per entrare in nazioni come il Canada o gli Stati Uniti avrei dovuto chiedere un visto, il che è molto difficile quando si è un apolide. Ogniqualvolta richiedevo un visto per recarmi negli Stati Uniti, mi veniva automaticamente negato”. 
Disordine, sofferenza, dolore: da qualunque parte del mondo egli si trova non trova pace, serenità. Ed è proprio allora che sta per avvenire qualcosa di veramente importante nella sua vita, una svolta significativa. “Durante quel periodo – racconta - facevo un sogno ricorrente: ero a casa nel mio tempio radice, nel Vietnam centrale; mi arrampicavo su una verde collina coperta di splendidi alberi quando, a circa metà altezza, mi svegliavo di colpo e mi rendevo conto di essere in esilio. Il sogno si ripresentò innumerevoli volte. Nel frattempo mi davo parecchio da fare, imparando a giocare con bambini di molti paesi: tedeschi, francesi, americani e inglesi. Stavo stringendo amicizia con preti anglicani, sacerdoti cattolici, ministri protestanti, rabbini, imam e così via. La mia pratica era la pratica della consapevolezza mentale. Tentavo di vivere nel qui e ora e di apprezzare ogni giorno le meraviglie della vita. Era grazie a questa pratica che sopravvivevo. Alla fine smisi di soffrire e non feci più quel sogno”. 
Ma cosa ci vuole trasmettere questo libro? Qual è l’insegnamento che noi potremmo trarre dalle riflessioni di quest’uomo? “L’espressione «Sono arrivato, sono a casa» è l’incarnazione della mia pratica. È uno dei principali sigilli del Dharma di Plum Village (comunità di monaci e laici uomini e donne nei pressi di Bordeaux in Francia, città dove tuttora vive e insegna l’arte di vivere in “consapevolezza” - ndr). 
“Non devo comprare alcun biglietto, non devo superare alcun controllo di sicurezza. Quando siamo profondamente in contatto con il momento presente possiamo toccare sia il passato sia il futuro, e se riusciamo a gestire adeguatamente il momento attuale possiamo sanare il passato” conclude l’autore. “La sensazione di non essere accettati, di non appartenere ad alcun luogo e non avere un’identità nazionale può provocare la svolta necessaria a farci trovare la nostra vera casa”.

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