Cultura

In una Bologna sotto i bombardamenti il commissario De Luca indaga su un triplice omicidio. “Facendo la cosa giusta”

Di fatto un personaggio fuori dalle righe, uscito dalla brillante penna di Carlo Lucarelli, che non si è mai sentito a proprio agio sotto il regime fascista, ma che si è dimostrato insofferente anche alle “prime ipocrisie repubblicane”


30/03/2020

di Mauro Castelli


“Credevo di aver saldato tutti i conti con il mio commissario. Ma era un’illusione. Dovevo saperlo che uno come lui riserva sempre qualche sorpresa”. Così Carlo Lucarelli - scrittore, saggista, sceneggiatore, regista, autore teatrale e presentatore televisivo nel ruolo di portabandiera del giornalismo investigativo - a proposito di Achille De Luca, considerato ai tempi del fascismo il miglior poliziotto d’Italia. 
“Un personaggio nato dalle mie esperienze di ragazzo, quando, dopo aver studiato storia fascista, mi ero messo in testa di dar voce a un poliziotto passato ad altro incarico per aver combinato qualcosa di irregolare. Un realistico protagonista nato in parti uguali dall’inventiva letteraria e dai documenti storici. In azione sullo sfondo delle vicende politico-sociali e, se vogliamo, anche del carattere nazionale”. 
De Luca, si diceva, che Lucarelli aveva messo in scena la prima volta nel 1990, per i tipi della Sellerio, in Carta bianca (romanzo ambientato durante gli ultimi giorni della Repubblica di Salò), seguito l’anno dopo da L’estate torrida (una indagine imbastita nei caotici mesi successivi alla Liberazione) e, tempo altri cinque anni, da Via delle Oche (un’inchiesta che  inizia durante le elezioni del 1948, con la vittoria della Democrazia Cristiana). Un lavoro, quest’ultimo, premiato con il Scerbanenco. 
Tre inchieste in cui si incrociano storia e cronaca nera, a cavallo tra l’ultimo mese di Salò e le elezioni del 1948, anni tremendi che lo cambiano, come dovettero cambiare i suoi modelli reali: da fidato poliziotto, a epurato e poi reintegrato nei ranghi: ma il suo “temperamento antiretorico, come non lo ha fatto stare a suo agio sotto il regime, lo impaccia anche alle prime ipocrisie repubblicane”. 
Di fatto un fedele servitore dello Stato che l’autore avrebbe messo in panchina sino al 2017, quando venne “riesumato” in Intrigo italiano (una storia che si svolge tra la fine del ’53 e l’inizio del ’54), poi rimesso in pista in Peccato Mortale (una vicenda che assume risvolti politici e, quindi, pericolosi) e che ora torna sugli scaffali ne L’inverno più nero (Einaudi, pagg. 304, euro 18,00). 
Come da titolo, l’indagine è ambientata nella Bologna nell’inverno del 1944. Una città occupata, alle prese con la morsa del freddo e ferita dai bombardamenti (mi porto ancora dietro - annotazione personale - vaghi ricordi di quel periodo, quando una scheggia aveva bruciacchiato le coperte sotto le quali era sdraiato papà, un uomo fatalista che quando suonava la sirena si rifiutava di cercare sicurezza nei rifugi antiaerei. Ma questo episodio lo portò a più miti consigli, costringendolo a trasferirsi, con la famiglia al seguito, nella nostra casa di collina in quel di Zocca. Giusto in tempo: pochi giorni dopo il palazzo di via Andrea Costa dove abitavamo venne raso al suolo e stessa sorte sarebbe toccata meno di un anno dopo anche alla nostra abitazione di campagna…). 
Ma entriamo nel merito: in quel periodo, al calar del sole, a Bologna scattava il coprifuoco. E in quella città fantasma, senza luce e silenziosa, si sentiva soltanto il rumore delle pattuglie dei soldati e quelle più accorte dei partigiani. E dire che durante il giorno era tutto un brulicare di povera gente, alla ricerca di un pezzo di pane, una fetta di formaggio, un po’ di burro o magari soltanto una sigaretta da dividere con gli amici. 
In tale drammatico contesto, “ai continui episodi di guerriglia partigiana le Brigate Nere rispondono con tale ferocia da mettere in difficoltà lo stesso comando germanico. E anche per De Luca, ormai inquadrato nella polizia politica di Salò, quei mesi maledetti rappresentano un progressivo sprofondare all’inferno. Poi succede una cosa. Nella Sperrzone, il centro di Bologna sorvegliato dai soldati della Feldgendarmerie e pieno di sfollati, con i portici che risuonano dei versi degli animali ammassati dalle campagne, vengono ritrovati tre cadaveri. Tre omicidi su cui il commissario è costretto a indagare per conto di tre committenti diversi e con interessi contrastanti. Convinti che solo lui possa aiutarli”. 
Per De Luca è una occasione ghiotta per dimostrare quanto vale. E per risolvere il caso è disposto a tutto: persino a vendere l’anima al diavolo. Fermo restando che questa volta ha l’occasione di fare la cosa giusta nel modo giusto. 
In sintesi: una storia talmente ben raccontata da far invidia, ricca di personaggi che graffiano, peraltro ambientata in un contesto che lascia il segno. E che non può non indurre alla riflessione - giocando come si conviene con le parole, con i fatti e con le situazioni - su quanto sia folle il crudele gioco della guerra. 
Per la cronaca Carlo Lucarelli - collezionista di premi e riconoscimenti - è nato a Parma il 26 ottobre 1960 e ora abita nel Bolognese con la moglie e le due figlie gemelle, Angelica e Giuliana. Lui che dopo aver frequentato il liceo classico, aveva abbandonato gli studi a ridosso della laurea in Lettere moderne (“Stavo per dedicarmi alla tesi quando venni investito dal pallino della scrittura”); lui che strada facendo, oltre a dare voce a una marea di lavori, ha trovato anche il tempo di insegnare scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino e, tanto di cappello, nel carcere Due Palazzi di Padova. 
E ancora: lui che si porta al seguito - repetita iuvant - un debole dichiarato per Giorgio Scerbanenco (“Per me un maestro, anche se scrivo cose diverse”); lui che ha un legame stretto con gli amici della sua generazione come Eraldo Baldini e Simone Vinci; lui che non manca di apprezzare numeri uno del calibro di Georges Simenon e James Ellroy; lui che assieme a Loriano Macchiavelli e Marcello Fois aveva fondato a Bologna il Gruppo 13, al quale si deve il rilancio del romanzo noir italiano grazie a “un gruppo di scrittori che ancora oggi sono fra i più letti”. 
Lui portatore di un debole dichiarato per la lettura e per il cinema, ma soprattutto per la scrittura; lui che è stato tradotto in una quarantina di Paesi, Giappone compreso; lui - un uomo tranquillo, pragmatico e tollerante, che cerca di arrabbiarsi il meno possibile - che vanta un bisavolo per parte di nonna dal nome famoso: Antonio Meucci, l’inventore del telefono. 
“In famiglia - tiene a ricordare - ne avevo sentito parlare sin da piccolo, tanto che strada facendo avrei ricostruito la sua storia per radio Deejay, scoprendo un suo ricco vissuto, che l’aveva portato a inventarsi anche macchine teatrali, bevande frizzanti, vernici, condimenti per pasta e una tecnica per ottenere un composto cellulosico di buona qualità. Così come aveva gestito una fabbrica di candele in quel di Chicago dove, prima che l’azienda andasse in fiamme, aveva lavorato per un certo periodo anche Giuseppe Garibaldi”.

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