Di Giallo in Giallo

In un viaggio a ritroso nel tempo una indagine pericolosa per Sara Morozzi

Torna in scena la donna invisibile uscita dalla fantasiosa penna di Maurizio de Giovanni. A sua volta Andrea Monticone rimette in pista, in una chicca bonsai, il collaudato colonnello Sodano


08/06/2020

di MAURO CASTELLI


Dopo una prima apparizione in Sbirre nel 2018 (un lavoro a sei mani firmato con Massimo Carlotto e Giancarlo De Cataldo dove a tenere banco erano creature di confine, paladine mancate, guerriere comunque sconfitte, sedotte dal delitto, soggiogate dalla vendetta, in bilico tra bene e male), un approccio da solista in Sara al tramonto e Le parole di Sara, la sbrigliata fantasia del prolifico Maurizio de Giovanni ridà voce al suo ultimo personaggio di successo nel romanzo Una lettera per Sara (Rizzoli, pagg. 334, euro 19,00). 
Già, Sara Morozzi, una specie di giustiziera che non si è mai pentita di aver abbandonato il marito e il figlio in età scolare per seguire il sogno del grande amore (che oltre tutto era il suo capo e che sarebbe morto dopo una lunga malattia, così come avrebbe perso il figlio in un tragico incidente). 
Una donna alle prese con il suo scomodo passato - perché il passato non si può dimenticare - che ha il dono dell’invisibilità. Prerogativa legata al fatto - ne abbiano già parlato - di aver perso tutto, persino l’interesse per la vita: per questo non si trucca, non porta vestiti alla moda, indossa scarpe basse e non si tinge i capelli. Ma con un atout al seguito: quello di saper leggere le labbra, per cui può a distanza ricostruire dialoghi tra sconosciuti e rubare segreti alle persone. Lei che nel tempo ha quindi sviluppato la capacità dell’ascolto, che ai più “sembra un superpotere, ma che in realtà - annota de Giovanni - è soltanto un guardare alla sostanza delle cose”. 
Che altro di Sara? È una poliziotta in pensione, che ha lavorato come agente nella “più segreta unità dei Servizi”, impegnata in intercettazioni non autorizzate. Un personaggio fuori dalle righe che non si è mai pentita di nulla e che si crogiola nei suoi capelli grigi nonché nell’anonimato in cui si è chiusa. Ma è anche una donna che si è fatta “scivolare il tempo fra le dita mentre ascoltava le storie degli altri”. E adesso che Viola, la compagna del figlio morto, l’ha da poco resa nonna, la vita sembra tornare a sorriderle. 
Ma come è nata questa accattivante figura? “Dalla fugace visione - ha avuto modo di ricordarci l’autore - di una misteriosa signora dai capelli grigi, e dal volto bellissimo anche senza trucco, in sosta sotto la pioggia nella via di Napoli dove abito”. E pur non sapendo nulla di lei, la fantasia del grande narratore non avrebbe mancato di rubarle, a suo uso e costume, non una ma diverse storie. In quanto, diciamolo pure, personaggio vincente non si cambia. 
A questo punto veniamo al dunque. In un viaggio a ritroso nel tempo Maurizio de Giovanni, in Una lettera per Sara, si addentra da par suo “nei territori più insidiosi della memoria collettiva e criminale di un intero Paese per sciogliere il mistero di chi crediamo d’essere, ma anche per scoprire chi siamo davvero”. E cosa succede è presto detto. 
“Mentre una timida primavera si affaccia sulla città, i fantasmi del passato tornano a regolare conti rimasti in sospeso, come colpi di coda di un inverno ostinato. Che aprile sia il più crudele dei mesi l’ispettore Davide Pardo, al quale non ne va bene una, lo scopre una mattina al bancone del solito bar, trovandosi davanti il vicecommissario Angelo Fusco. Afflitto e fiaccato nel fisico, il suo vecchio superiore assomiglia proprio a uno spettro. È riapparso dall'ombra di giorni lontani perché vuole un favore. Antonino Lombardo, un detenuto che sta morendo, ha chiesto di incontrarlo e lui deve ottenere un colloquio”. 
Ovviamente non si tratta di procedura ortodossa, e Pardo cerca di tergiversare, di prendere tempo. Così “esita. Esita, sbaglia e succede un mezzo disastro”. A questo punto il poliziotto si rivolgerà a Sara Morozzi, la donna invisibile che - come già detto - legge le labbra, interpreta il linguaggio del corpo e che ora sembra aver ritrovato un po’ di felicità. “Il nome del detenuto Lombardo, però, è il soffio di un vento gelido che la colpisce a tradimento nel tepore di aprile, lasciando affiorare ricordi che sarebbe stato meglio dimenticare... Ma non poteva certo lasciare che la memoria del suo compagno fosse incrinata da un segreto. Per questo doveva frugare nel passato. Anche se sarebbe stato difficile e molto pericoloso”. 
Detto del libro, come al solito di piacevole quanto intrigante leggibilità, riprendiamo dal profilo (già da noi scritto) dell’autore. Maurizio de Giovanni è nato a Napoli il 31 marzo 1958, dove aveva iniziato a lavorare in banca prima di arrivare alla scrittura a tempo pieno. Scrittura che l’avrebbe visto vincere una infinità di premi, fra cui il Viareggio, il Camaiore e il Scerbanenco, oltre a venire tradotto in una ventina di Paesi (come in Francia e negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Germania, in Spagna e in Russia, in Danimarca e via dicendo). 
Per la cronaca, come autore, aveva iniziato partecipando a un concorso, peraltro vinto, indetto da Porsche Italia e riservato a giallisti emergenti, con un racconto ambientato nella Napoli degli anni Trenta e intitolato I vivi e i morti. Un racconto che l’anno successivo sarebbe stato alla base del romanzo Le lacrime del pagliaccio, poi riproposto sotto il titolo Il senso del dolore. Il protagonista? L’azzeccato quanto malinconico commissario Ricciardi, che in seguito avrebbe tenuto banco in altre undici storie (oltre a tre racconti), tutte ambientate negli anni Trenta in una Napoli “cupa e corrotta, miserabile e di grande dignità, dolorosa e forte al tempo stesso”. 
Per contro, a tenere banco in un’altra significativa serie, sarebbe stato l’ispettore Lojacono, protagonista di dieci romanzi legati a I bastardi di Pizzofalcone. Serie peraltro approdata con successo sul piccolo schermo per la brillante interpretazione di Alessandro Gassmann. 
Tutto qui? Nemmeno per sogno. La sua inarrestabile penna (che ben si abbina al suo incredibile presenzialismo, e come ci riesca non si sa) si è infatti addentrata negli adattamenti teatrali e nel campo delle sceneggiature cinematografiche. Peraltro regalandosi, e regalando ai lettori, sette lavori dedicati alla sua sviscerata passione per il calcio (leggi pure Napoli), per lui “la più importante delle cose importanti, oltre che una specie di malattia necessaria”. 
Ferma restando, tanto di cappello, un’altra freccia vincente nella sua faretra: quella di far parte del gruppo di penne che conducono il laboratorio di scrittura dedicato ai giovani reclusi dell’Istituto penale minorile di Nisida.

Il secondo suggerimento per gli acquisti è legato alla penna, asciutta, graffiante e al tempo stesso divertente, di Andrea Monticone (premio Vitaliano Brancati 2020 per il giornalismo), che per i tipi della Buendia Books - una casa editrice indipendente di Torino che si dedica a un “nuovo-vecchio modo” di fare libri, puntando sulla valorizzazione degli autori che risiedono in zona e prendendosi cura dei loro lavori con “passione e rispetto” - ha pubblicato una chicca bonsai dal titolo Carne mangia carne (pagg. 96, euro 5,00), i cui diritti d’autore saranno devoluti a sostegno della Croce rossa italiana in prima fila nell’ancora attuale emergenza pandemica. 
Si tratta di un intrigante thrillerino, “figlio del nostro tempo”, che spiritosamente, come peraltro gli altri della serie, si propone - a detta dell’editore - alla stregua di “una Fiaschetta, in altre parole in un formato snello pensato per storie da leggere in un sorso; di un Vermouth, ovvero una trama forte, gialla e noir, e di un Novello, vale a dire un testo inedito e contemporaneo”. 
A tenere la scena in Carne mangia carne è una storia ambientata in una Torino blindata dal Coronavirus, dove ritroviamo il tenente colonnello dei carabinieri Gabriele Sodano - che avevamo imparato a conoscere nel 2015 con i gradi di capitano ne La Gatta e i diamanti, poi promosso in occasione del suo passaggio alla Direzione investigativa antimafia - alle prese con un brutale omicidio (una ragazza fatta a pezzi) e un pensionato dal cuore strappato (“Un personaggio che ho peraltro rubato alla cronaca, sul quale avevo scritto un articolo, che per amore aveva riscattato una prostituta nigeriana). 
A conti fatti un mini-noir metropolitano che si fa carico, al tempo del “moderno proibizionismo” legato al Covid-19, degli affari d’oro e di sangue della nuova criminalità importata. Sulla quale Sodano, affiancato ancora una volta dal commissario Natuzzi, dovrà muoversi con i piedi di piombo perché la situazione si propone drammaticamente pericolosa. 
Per chi ancora non lo conoscesse, ricordiamo che Andrea Monticone, uomo tutto d’un pezzo ma dal carattere difficile (“Chiedete conferma ai miei colleghi di lavoro”), è nato il 31 maggio 1972 a Torino, città dove si è laureato in Lettere e dove lavora - dopo una fruttuosa esperienza milanese - come caporedattore a Cronaca Qui, un quotidiano attivo dal 2002, cinque giorni su sette dal lunedì al venerdì. 
Di fatto un autore collaudato (fra i suoi titoli ricordiamo anche Un assist per morire, Il Boia di Torino, il cult Ultimo mondo cannibale, il noir-rock maledetto Marsiglia Blues e Il falsario di Porta Palazzo) il cui privato si nutre di variegate letture, che spaziano da Michael Connelly a Brian Freeman, da Cesare Pavese a Milan Kundera, da Tim Weaver a J. G. Ballard (“Due autori, questi ultimi, che ho riscoperto in questi mesi di prigionia”). 
Lui che ama il rock vecchia maniera, il blues da ascoltare rigorosamente in vinile e la città di Londra; lui che, visti i tempi che corrono, si trastulla nei ricordi del calcio giocato (“Da parte mia peraltro in modo indegno”), con il pensiero rivolto a quando tornerà in campo il “suo” Arsenal (“Ho un debole per le partite di Champions League”) e, in subordine, la Juventus. 
Mancanze in parte colmate, c’è da ritenere, da un goccio di bourbon o da un bicchiere di buon vino, forse in quanto proprietario di un filare di vigna ancora in buona salute a Castagnole delle Lande, mentre quelli malaticci di San Damiano d’Asti sono purtroppo defunti. “Ovviamente - tiene a precisare - non mancherò di ripiantarli…”.

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