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Imprese strette tra crollo del fatturato e obblighi col fisco

E per trovare una via di uscita non basterà il nuovo decreto ristori da 32 miliardi


11/01/2021

di Artemisia


Crollo dei consumi, ristori che non arrivano, la pandemia che non accenna a regredire e le cartelle esattoriali che si abbattono su imprese stremate dal lockdown. 
Il prossimo Dpcm non lascia presagire nulla di buono. La curva dei contagi del Covid non dà segni di flessione, undici regioni sono in emergenza per le terapie intensive e la vaccinazione, anche se prosegue ad un ritmo superiore a quello del resto d’Europa, è solo agli inizi. E anche il nuovo decreto ristori, che prevede un ulteriore scostamento da 32 miliardi, più misure per affrontare la famigerata questione delle cartelle esattoriali, si traduce alla stregua di una goccia d’acqua nel deserto. In quanto il Governo ha intenzione di continuare con le chiusure più o meno totali, in base ai dati della pandemia, il che non aiuta le imprese a tornare a marciare a pieno ritmo. 
Non è pensabile di mantenere in vita un tessuto produttivo con piccole compensazioni economiche che peraltro arrivano in ritardo, e continuare a tener chiuse le attività bloccando i consumi. Intanto i dati Eurostat già certificano una situazione disastrosa per il commercio al dettaglio: a novembre il volume è calato del 6,1% nell’Eurozona rispetto a ottobre 2020. Sempre nell’Eurozona, a novembre, a confronto con ottobre, il commercio al dettaglio è crollato del 10,6% per i carburanti per autoveicoli, dell’8,9% per i prodotti non alimentari e dell’1,7% per alimenti e bevande. 
Secondo Confcommercio, l'effetto combinato del coronavirus e del crollo dei consumi del 10,8% (pari a una perdita di circa 120 miliardi di euro rispetto al 2019) porta a stimare per il 2020 la chiusura definitiva di oltre 390mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato, fenomeno ampiamente non compensato dalle 85mila nuove aperture. La riduzione del tessuto produttivo in questi settori ammonterebbe così a quasi 305mila imprese (-11,3%). Di queste, 240mila sarebbero legate esclusivamente alla pandemia. L'emergenza sanitaria ha acuito drasticamente il tasso di mortalità delle imprese che, rispetto al 2019, risulta quasi raddoppiato per quelle del commercio (dal 6,6% all'11,1%) e addirittura più che triplicato per i servizi di mercato (dal 5,7% al 17,3%). 
Tra i settori più colpiti nel commercio vi sono quelli dell’abbigliamento e calzature (-17,1%), degli ambulanti (-11,8%) e distributori di carburante (-10,1%), mentre nei servizi di mercato le maggiori perdite si registrano per agenzie di viaggio (-21,7%), bar e ristoranti (-14,4%) e trasporti (-14,2%). Infine, tutta la filiera del tempo libero, tra attività artistiche, sportive e di intrattenimento, fa registrare complessivamente un vero e proprio crollo, con la sparizione di un'impresa su tre. 
In questa situazione comatosa piombano quasi 50 milioni di cartelle dell’Agenzia delle entrate che non sono state più bloccate (l’ultimo stop, deciso a metà ottobre, è terminato il 31 dicembre). Solo chi viene da un altro pianeta può ritenere che, dopo un simile anno di crisi, e a maggior ragione nella situazione di lockdown strisciante in cui ci troviamo, gli italiani abbiano la liquidità per far fronte a questa botta. Che sarebbe per molte famiglie e imprese il colpo di grazia. A ricevere le cartelle potrebbero essere, in larga misura, le stesse categorie teoricamente destinatarie dei ristori: dunque, lo Stato con una mano dà qualcosa e con l’altra si riprende molto di più. 
Intanto, chi ha usufruito della sospensione dall’8 marzo scorso al 31 dicembre, riceve una doccia gelata; dovrà versare tutto entro il 31 gennaio prossimo come se avesse nel frattempo avuto la possibilità di rimpinguare la cassa e non avesse subito altre chiusure da pandemia. 
Al momento nulla sarebbe previsto per le scadenze saltate nel 2020 come le rate dell’Iva. Si parla invece di un ipotetico saldo e stralcio per gli anni precedenti. Troppo poco per chi è esangue.

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