Cultura

Il sole rallegra, la pioggia regala malinconia, la neve tranquillizza. E il vento? Un respiro senza volto, sfuggente e inafferrabile

Eppure quanti magici pennelli ne sono stati affascinati, traducendo in colori un mare in tempesta, acque soltanto increspate, fiori sedotti da una leggera brezza, bandiere che brontolano irrequiete su un pennone, scampoli di tessuto che si librano fluttuando nell’aria…


23/06/2021

di DONATELLA GALLIONE MOLINARI

Può essere davvero sgarbato il vento quando, senza alcun riguardo, ti scompiglia i capelli, ti solleva le gonne, ti soffia la polvere nel naso e negli occhi e ti strattona alla stessa stregua di un ramo secco o di un barattolo vuoto.  Ma, per fortuna, ha una figlia delicata e soave: la brezza marina che, tenera come una carezza, rende il cielo terso, l’aria splendente e profumata, il nostro respiro più leggero e lo sguardo più limpido. 
Ma c’è anche il vento peggiore, pericoloso e violento che, ruggendo come una belva infuriata, sconvolge terra, cielo e mare, travolgendo e devastando tutto ciò che incontra sul suo cammino, lasciandosi dietro desolazione e morte. 
Gli antichi Greci, intimiditi dalla sua forza e dalla sua energia, avevano personificato il vento in un dio potente: Eolo che, secondo il mito, abitava in un sontuoso palazzo a Lipari, una delle isole Eolie. 
Mentre il sole rallegra, la pioggia immalinconisce e la neve tranquillizza, il vento agita e stordisce. Sotto le sue dita tutto diventa irrequieto: i prati sembrano piccoli mari in tempesta, le nubi galoppano nel cielo come cavalli imbizzarriti, l’acqua s’ increspa e si rimescola, le fronde degli alberi ondeggiano, mentre rami e tronchi si piegano gemendo; la luce pulsa e l’aria si riempie di suoni, di schiocchi, di colpi secchi, di tonfi. 
Non è facile dipingere il vento, questa entità dal respiro possente, eppure senza volto, così sfuggente e immateriale, così forte e tuttavia invisibile, così piena di energia, ma inafferrabile e senza consistenza. Eppure chi osserva le opere con atmosfere ventose, realizzate dai grandi pittori, ha la curiosa sensazione di vedere tutto che si muove, che ondeggia, che freme su una tela piatta, immobile, saldamente inchiodata al suo telaio. 
È comprensibile che i pittori romantici abbiano trovato nell’inquietudine del vento la perfetta rappresentazione del tumulto delle passioni che abitano l’animo umano; ma anche quelli di altre epoche e correnti artistiche diverse sono stati sedotti dalla sua forza e dalla sua energia. Così ora mi soffermerò ad analizzare cinque quadri in cui gli artisti ne hanno dato differenti, ma altrettanto affascinanti, interpretazioni.  
Temperamento solitario ed eccentrico, brusco di modi e trascurato nel vestire Joseph Mallord William Turner (Londra 1775 – Chelsea 1851) è un pittore inglese, grandissimo paesaggista romantico che, rivoluziona la pittura del suo tempo con l’audacia della sua sperimentazione luministica e atmosferica.   Nelle sue opere luce e colore diventano protagonisti mentre le forme si disfano, quando ancora le più importanti Accademie ritenevano fondamentale, nel giudicare la validità di un dipinto, la precisione e la saldezza disegnativa. La Natura di Turner, tranne rare eccezioni, è soprattutto violenza che l’uomo è costretto a subire, una Natura terrificante che lo sovrasta e lo opprime sotto cieli tempestosi di inaudito furore e ne mette in evidenza tutta la fragilità. 


Joseph Mallord William Turner: Onde che si frangono contro il vento (Waves breaking against the wind) – 1835, olio su tela, 60,4x95,0 cm. – Tate gallery Londra.

In “Onde che si frangono contro il vento” siamo di fronte ad una fortissima mareggiata che si abbatte su un piccolo lembo di spiaggia ingombra di sterpaglie e di alghe. La violenza del vento sconvolge terra, acqua e cielo che perdono i loro confini confondendosi l’uno nell’altro. Le ombre nere del cielo che si rispecchiano sull’acqua, scurendola, contrastano col bianco delle onde ribollenti. La linea dell’orizzonte si è perduta divorata dalla furia del mare e dallo sconvolgimento del cielo e tutto sembra disfarsi sotto la violenza degli elementi, unici protagonisti del dipinto. 
Non c’è infatti nessuna presenza umana e ciò accentua il senso di desolazione e di solitudine.  I colori, sono giocati sui toni dei neri, dei grigi, dei bianchi e dei bruni; alcune pennellate di giallo, colore molto amato da Turner, danno luce alla scena e rendono ancora più minacciose le nubi scure. L’unico intento del pittore sembra quello di creare un’atmosfera sconvolta e flagellata. Ciò che vediamo, evidentemente, non è un paesaggio reale, ma un’immagine uscita dalla mente tormentata dell’artista, partorita dalle sue ossessioni e dalle sue inquietudini, più simile ad un’allucinazione che alla realtà. Turner ha già intuito che le sensazioni più forti non si ottengono col disegno, ma con la luce e con il colore che, nei suoi dipinti, dilaga libero, svincolato da qualsiasi costrizione disegnativa.  Uno stile così innovativo da precorrere addirittura la futura pittura Informale. 
 Mi piace ricordare che il pittore, durante i suoi numerosi viaggi, è stranamente affascinato dai quieti paesaggi lagunari, che forse riescono a rasserenare la sua anima tormentata, e ci regala immagini di Venezia di incredibile delicatezza e poesia, impalpabili e morbide come miraggi, straordinariamente luminose ed evanescenti di cui Claude Monet, molti anni più tardi, farà tesoro nel realizzare le sue opere impressioniste.

Un’elegante terrazza sul mare, vista da una posizione sopraelevata, a Sainte Adresse sul canale della Manica in Normandia è il tema di questo dipinto di Claude Monet (Parigi 1840 - Giverny 1926) che in quella località trascorreva sovente le vacanze e di cui conserverà sempre un piacevole ricordo.


Claude Monet: la Terrazza a Sainte Adresse – 1867, olio su tela, 98x130 cm. – Metropolitan museum a New York.

L’ampia balconata è rallegrata da innumerevoli fiori colorati, l’atmosfera è tersa, un piacevole venticello agita le bandiere, increspa l’acqua della Manica e piega il fumo che esce dai comignoli delle numerose imbarcazioni che attraversano il canale. È un tardo pomeriggio di Primavera perché il sole, ormai basso, proietta ombre lunghe e la luce pomeridiana accende di calde tonalità la terrazza, mentre il mare, è reso con toni di colore più freddi. 
A differenza del vento violento e implacabile di Turner quello di Monet è festoso, mette allegria e dona spensieratezza e, nonostante la presenza di diverse persone, tutte parenti del pittore, si può affermare che la vera protagonista della tela sia la brezza marina che rende i colori brillanti, la luce abbagliante, l’aria trasparente e increspa l’acqua del mare che si arricchisce di delicati riverberi.  Tutto sembra lavato sotto una cascata di luce. 
Osservando questo straordinario dipinto, dove è ancora utilizzato il colore nero, in seguito abbandonato dagli Impressionisti, e dove le forme, solide e ben costruite, ricordano quelle dei nostri pittori Macchiaioli, si capisce che l’artista è ancora all’inizio del percorso che lo porterà all’Impressionismo; ma già si percepiscono quelle novità che giungeranno a piena maturazione alcuni anni dopo. Ad esempio l’utilizzo dei colori puri e dei complementari che, accostati, esaltano vicendevolmente la propria luminosità, come il rosso e il verde o il blu e il giallo. Ed ancora l’uso di pennellate irregolari, segmentate o a piccoli punti, che già si vedono in alcune zone del dipinto che, frantumando la materia pittorica, rendono l’atmosfera palpitante e piena di vibrazioni.

Giovanni Fattori (Livorno 1825-1908) è il personaggio più rappresentativo del movimento dei Macchiaioli che basano la loro pittura sulla raffigurazione della realtà tramite accostamenti di macchie di colore chiare e scure, di luci intense e ombre profonde, senza passaggi tonali intermedi. Ciò crea insoliti e forti contrasti, i contorni risultano meno nitidi e scompaiono i dettagli minuti, tuttavia le forme e la costruzione prospettico-disegnativa rimangono salde e di grande concretezza, mentre l’Impressionismo, che si sviluppa circa negli stessi anni, tende a sfaldare le forme nella luce. Il movimento dei Macchiaioli nasce a Firenze verso la metà dell’ottocento come reazione all’immobilità creativa delle Accademie ed in concomitanza con i fermenti del Risorgimento, tanto che molti artisti combatteranno per difendere i loro ideali patriottici. 
Fattori dipinge il vero, così come si presenta, con pennellate rapide, sintetiche e sicure, colori densi e luminosi; non ricerca soggetti spettacolari, ma predilige visioni semplici ed essenziali. 
L’artista ama i tagli orizzontali che troviamo nei suoi bellissimi paesaggi marini e maremmani, ma anche nelle sue famosissime scene di vita militare.


Giovanni Fattori: Libecciata – 1880/85, olio su tavola, 28,5x68 cm. – Firenze galleria d’Arte Moderna

In questo quadro, Fattori rappresenta gli effetti del Libeccio, forte vento africano di sud ovest portatore di pioggia. La scena, che raffigura il paesaggio marino di Antignano vicino a Livorno, è semplice e concepita tramite tre fasce orizzontali ottenute unicamente col colore, senza il supporto del disegno: la terra bruna, il mare cobalto e biancastro di spuma e il cielo, appena rosato, che inizia a perdere luminosità. La pennellata è pastosa, senza pentimenti, stesa direttamente sulla tavola priva di preparazione, quindi l’insieme risulta di grande immediatezza e di notevole forza espressiva. 
Il vento impetuoso piega con violenza le tamerici sulla sinistra ed ha spezzato l’alberello che vediamo sulla destra; agita il mare che biancheggia di onde spumeggianti che si frangono sulla riva e inizia ad offuscare il cielo ancora chiaro. In primo piano c’è una distesa brulla ingombra di sterpaglie e rami secchi strappati dal vento.  Sono i paesaggi che Fattori ama tanto: le marine di fronte alle quali è nato, che ha realmente visto, immagini che riproduce nelle sue opere con affettuosità appena velata di malinconia.

Carlo Fornara (Prestinone (VB) 1871-1968) nasce in Valle Vigezzo, una delle tante che si aprono sulla Val d’Ossola. Conosciuto soprattutto come erede del divisionismo segantiniano, è in realtà una personalità molto più complessa, aperta ai numerosi stimoli che, a fine ottocento, giungono dalla Francia ricca di correnti artistiche innovative ed antiaccademiche che Fornara rielabora sempre con grande autonomia e libertà interpretativa.


Carlo Fornara: L’Aquilone – 1902, olio su tela, 135x154 cm. – collezione privata.

Questo quadro intitolato L’Aquilone è particolarmente interessante ed originale, pur partendo da tecniche pittoriche tipiche di Segantini, ed è piuttosto inconsueto rispetto alle altre opere dell’artista. Il simbolismo segantiniano in questo quadro di Fornara si arricchisce di un’atmosfera antinaturalistica e visionaria e la composizione asciutta ed essenziale raggiunge una sintesi davvero mirabile. 
I colori sono improbabili e stridenti come il rosa-violetto della neve ed i diversi toni rosati che bordano le nubi nere che solcano un cielo azzurro acido e senza profondità. I tronchi scuri degli alberi, testimoni silenziosi, dai rami sconvolti dal vento, sferzanti come fruste e scheletrici come artigli, cadenzano questo spazio irreale. 
Sullo sfondo la catena delle montagne è trasformata, dalla mancanza di profondità prospettica, in una desolata pietraia che balza in avanti in uno spazio non suo. La vecchia, al centro della scena, avanza faticosamente, recando sulle spalle una fascina di legna; il suo procedere è avversato dall’Aquilone vento di tramontana che spira da nord/ovest, impetuoso e freddo che la costringe a incurvarsi per contrastarne la forza. Secondo alcune tradizioni l’Aquilone è associato al dominio di Lucifero sulla terra che proprio in quel vento avrebbe la sua dimora. 
La vecchia è la personificazione del nostro travaglio esistenziale, del procedere quotidiano osteggiato dalle difficoltà della vita. Lei è sola contro una natura avversa e indifferente di fronte alle sofferenze umane, è una donna condannata ad un’esistenza amara e senza speranze. 
La tecnica del dipinto è particolarmente raffinata: la superficie pittorica è graffita con piccoli tratti che modellano il terreno ed i colori sono mescolati a foglia d’oro e polvere d’argento che rendono l’atmosfera ancora più rarefatta ed irreale.

David Ligare (Oak Park Illinois 1945) è un artista americano, realista contemporaneo; rappresenta preferibilmente soggetti che richiamano la tradizione classica e tendono quindi all’armonia, all’equilibrio, alla perfezione tecnica e al rigore formale. Le linee sono pulite, i colori tersi e levigati, per cui le sue opere appaiono limpide e precise, come la geometria delle sue forme, ma le atmosfere risultano sospese ed irreali.


David Ligare: Thrown Drapery – 2016 – olio su tela

Mi hanno incuriosito particolarmente i suoi dipinti su cui spiccano scampoli di tessuto bianco che, nel candore e nel panneggiare, ricordano le sculture marmoree dell’antichità. Si librano su cieli limpidissimi e senza nuvole, sopra mari azzurri dalle acque tranquille e, in questo caso, dall’orizzonte inclinato. Tessuti misteriosamente gonfi d’aria poiché l’atmosfera circostante è calma, serena e senza vento. Da quale mondo sconosciuto arriva questo soffio vigoroso che li solleva così in alto? Dove andranno a posarsi questi drappi volanti? Il dipinto trasmette un grande senso di pace e di libertà; a chi osserva sembra di entrare in un mondo ideale rischiarato da una luce ultraterrena, un luogo beato e perduto che solo un artista può regalarci.  I suoi candidi lenzuoli ricordano personaggi arcani ed incantati; eccentrici fantasmi, amanti non del buio, ma della luce. 

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