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Il referendum passerà, ma sarebbe stato più opportuno superare il bicameralismo

Secondo il politologo Roberto D’Alimonte, con il Brescellum sarà un ritorno al passato. Un escamotage nato per impedire la vittoria alle prossime elezioni del Centrodestra, mentre all’Italia servirebbe un sistema maggioritario a doppio turno volto a coniugare al meglio la rappresentatività con la stabilità dei Governi


31/08/2020

di Giambattista Pepi


Roberto D’Alimonte

Pur dichiarandosi favorevole al referendum costituzionale che si svolgerà il 20 e 21 settembre, Roberto D’Alimonte, politologo e uno tra i più apprezzati esperti di sistemi elettorali, ritiene i suoi effetti decisivi nell’ammodernamento della nostra forma di governo parlamentare. “Il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari passerà, ma non con il consenso più vasto che le previsioni di qualche tempo fa facevano prevedere”. Ma le riforme di cui il Paese avrebbe bisogno sono altre: ovvero il superamento del bicameralismo perfetto e una legge elettorale maggioritaria. Il Brescellum, la riforma attualmente in discussione in Parlamento, non va bene perché proporzionalista e perché introduce il principio delle “mani libere”: nessun partito dichiarerà prima delle elezioni cosa vuole fare e con chi allearsi in caso di vittoria. 
Laureato in Scienze politiche all’Università di Firenze con Giovanni Sartori e specializzato negli atenei di Harvard e Berkeley, D’Alimonte è stato visiting professor nelle Università di Yale e in quella di Stanford. Dopo aver diretto il dipartimento di Scienze politiche della Luiss, dal 2005 coordina il Centro italiano di studi elettorali (Cise). È inoltre considerato il padre della riforma elettorale denominata Italicum. Parliamo della legge 6 maggio 2015, n. 52, in seguito dichiarata - in alcune sue parti - costituzionalmente illegittima dalla sentenza della Corte costituzionale del 16 febbraio 2017, che peraltro non fu mai applicata essendo stata abrogata dall’entrata in vigore del Rosatellum, dal nome del suo relatore, il deputato Ettore Rosato del Pd.


Il 20 e 21 settembre si svolgerà il referendum popolare sulla legge costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari. Quali sono le sue previsioni? Sarà approvato o bocciato? 
In questi giorni sto conducendo una serie di sondaggi demoscopici per il quotidiano Il Sole 24 Ore al quale collaboro nelle sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto) in cui si voterà anche per eleggere i nuovi consigli e i presidenti regionali. Sulla base dei dati raccolti, in Veneto il 67% ha dichiarato di voler votare sì al quesito referendario, mentre in Campania la percentuale sale al 70%. I sondaggi proseguiranno nelle altre cinque regioni nei prossimi giorni, ma intanto sono rimasto sorpreso dal fatto che i no, attestati sul 30-35%, siano molti di più di quanto mi aspettassi. Va anche detto che manca un mese alle elezioni, e quindi gli elettori ancora indecisi potranno essere influenzati dal dibattito in corso nel Paese, e gli altri dubbiosi o non convinti abbastanza potrebbero decidere di cambiare orientamento una volta entrati nelle urne. Una cosa è certa: i sì prevarranno ma non con quel distacco amplissimo come si poteva prevedere fino a poco tempo fa.

L’esito della consultazione referendaria potrà avere ripercussioni sulla tenuta della maggioranza del Governo Conte? 
Penso di no. Se il sì prevarrà anche con uno scarto minore rispetto al no, non dovrebbero esserci ripercussioni. Se, al contrario, fossero i no a prevalere, cosa al momento che mi sento di escludere, questa sarebbe una sorpresa. In quel caso l’esito potrebbe determinare qualche ripercussione sugli equilibri all’interno della maggioranza.

Per i sostenitori del sì all’approvazione della legge costituzionale che riduce da 630 a 400 i deputati della Camera e da 315 a 200 i senatori, il minor numero di membri, costerà meno all’erario e renderà più snello e efficiente il lavoro del Parlamento. Per quelli del no: il risparmio derivante dalla riduzione di 345 parlamentari sarà l’equivalente di un caffè meno all’anno, non garantirebbe affatto un miglior funzionamento delle Camere, ma inciderebbe sulla rappresentanza. Come stanno le cose? Chi ha ragione e chi ha torto? 
I vantaggi che si conseguirebbero da questa riforma costituzionale, se sarà approvata, sono di gran lunga superiori agli svantaggi ipotizzati. Sono tra i fautori del sì, ma allo stesso tempo dico che questa riforma costituzionale non mi piace. La vera riforma di cui il Paese ha davvero bisogno è il superamento del bicameralismo paritario. Questa è la priorità, non il “taglio” dei parlamentari. Io addirittura sono monocameralista, in altre parole penso che il Parlamento dovrebbe essere costituito da una sola Camera. Ma se si volesse mantenere il bicameralismo, mi accontenterei di una riforma delle funzioni del Senato in modo che non coincidano con quelle della Camera dei deputati. Detto questo, però, ritengo che sia comunque un cambiamento. Un cambiamento che si muove nella direzione preferibile dal mio punto di vista. Non vedo, invece, problemi di rappresentanza dalla riduzione del numero dei parlamentari; le regioni, anche le più piccole, saranno rappresentate. Non esiste poi un problema di funzionalità. C’è, però, un’altra riforma da fare, anche più importante di quella del “taglio”dei parlamentari.

Quale? 
Quella dei regolamenti parlamentari che, secondo me, è ancora più importante della riforma della legge elettorale.

Metodo proporzionale, abolizione dei collegi uninominali; soglia di sbarramento innalzata al 4 o al 5%; diritto di tribuna per i partiti più piccoli con soglie regionali; listini bloccati, al momento non vengono ripristinate le preferenze. Ecco i punti salienti del Brescellum, il progetto di riforma del sistema elettorale. Quali sono i punti di forza e di debolezza? 
Il Brescellum sarà un passo indietro e un ritorno al passato. Ho già espresso il mio punto di vista nel corso della mia audizione davanti alla I commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati: l’Italia non ha bisogno di un sistema proporzionale ma di un maggioritario a due turni, meglio su lista, cioè su base proporzionale piuttosto che uninominale perché garantirebbe non soltanto un adeguato livello di rappresentatività ma anche e soprattutto darebbe ciò di cui ha bisogno il Paese: la stabilità dell’esecutivo. Non possiamo affrontare i grandi problemi che attanagliano il Paese e il mondo intero con governi che durano mediamente un anno. Questo progetto di legge di riforma elettorale ci farebbe fare, se approvato, un notevole passo indietro.

Gli storici ci ricordano che la storia la scrivono i vincitori. Mutatis mutandis potremmo dire che in politica chi è al Governo si fa o cerca di farsi la riforma che gli può consentire di conservare il potere o quanto meno impedire che un’eventuale sconfitta elettorale si trasformi in una disfatta… Quindi la riforma ideale da lei auspicata non trova che è difficile realizzarla in maniera condivisa stante gli attuali rapporti di forza in Parlamento? 
Secondo me bisogna provarci. La prossima riforma sarà fatta a maggioranza, quindi legittimando il principio che le cosiddette “regole del gioco” possono essere decise da chi dispone della maggioranza in Parlamento in un determinato momento. Questo principio è deleterio perché distrugge il rapporto di fiducia tra eletti ed elettori. Oggi il Centro-sinistra si fa la sua legge elettorale, domani quando alle elezioni vincerà il Centro-destra si farà a sua volta la sua. E così via: ogni maggioranza si farà la legge elettorale che gli farà più comodo. Penso che la prossima legge elettorale dovrà essere il frutto di una convergenza, ma vedo benissimo qual è il problema perché oggi c’è un maggioritario a due turni ma su qualunque tipo di maggioritario non può esserci convenienza perché vien visto come dannoso per gli interessi di breve periodo della maggioranza attuale. 
Ripeto: il vero problema oggi non è la riforma elettorale, la maggioranza si propone due scopi: impedire la vittoria del Centro-destra perché con quella attuale la otterrebbe e sarebbe anche assai consistente; il secondo scopo è che con il proporzionale, al posto dell’attuale Rosatellum, ognuno è libero di correre da solo, senza dichiarare prima del voto e non dopo come accade ora, con chi si intende formare la maggioranza. Il Brescellum introduce il principio della “mani libere”: cioè ogni partito o formazione politica è svincolata da qualsiasi alleanza pre-elettorale: non dice cosa vuol fare e con chi prima del voto, ma si riserva di farlo sapere agli elettori dopo il voto. Così non va bene perché i partiti si sottraggono volutamente al controllo degli elettori.

Stante le divisioni tra i partiti e l’impossibilità di fare una riforma elettorale condivisa, non crede che ci vorrebbe una nuova Assemblea Costituente come quella eletta nel 1946 che ha redatto la nostra Costituzione? 
È un discorso più complesso perché presuppone che l’Assemblea Costituente non si occuperebbe solo della legge elettorale ma dovrebbe operare una revisione dell’intero sistema politico: dall’elezione del Presidente della Repubblica alla forma di Governo e così via. Non vedo al momento le condizioni perché questo si verifichi.

Anche perché va ricordato che le Commissioni di riforma costituzionale presiedute dal liberale Aldo Bozzi e dall’ex comunista Massimo D’Alema, che avevano suscitato molte speranze, sono fallite senza che avessero “partorito” uno straccio di riforma. 
Sì. Quello che lei ricorda sono precedenti “storici” che non depongono a favore di un tentativo ben più alto e impegnativo quale sarebbe l’elezione di un’Assemblea costituente come quella del 1946 che ha redatto la nostra Costituzione. Penso, invece, che se si volessero davvero fare alcune riforme condivise tra maggioranza e opposizione se ne avvantaggerebbero l’intero Paese e le forze politiche, ma, sinceramente, non credo che al momento questo si verificherà.

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