Cultura

Il razzismo di ieri e quello di oggi

Il sociologo Valeri traccia un excursus storico del pregiudizio verso gli uomini dalla pelle scura presente sia nelle società antiche sia in quelle contemporanee


15/04/2019

di Tancredi Re


Il termine razzismo nella definizione più semplice si riferisce a un’idea, spesso preconcetta e comunque scientificamente sbagliata, che la specie umana possa essere suddivisa in razze distinte dal punto di vista biologico caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali, etiche o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia tra di esse. 
E’ una generale e piuttosto antica tendenza a discriminare i “diversi” (per nazionalità, cultura, censo, fede religiosa) e la principale funzione del razzismo, in tutte le varianti, è stata sempre quella di giustificare forme di discriminazione o oppressione, ora palesi, ora occulte. 
La storia del genere umano fin dall’antichità è percorsa in filigrana dal razzismo. Gli esempi? Moltissimi. Possiamo ricordare qui quello sospeso tra il mito e la storia: la conquista della Palestina da parte dell’Egitto dei faraoni, la deportazione degli ebrei, sulla base del pregiudizio che fosse un popolo inferiore, e la loro riduzione in schiavitù. E la successiva liberazione – di cui parla la Bibbia - del popolo prediletto dal Signore attraverso Mosè. La tratta degli schiavi operata dalle Grandi potenze europee del Cinquecento (Spagna e Portogallo in primis) lungo le coste dell’Africa occidentale per fornire manodopera conveniente da destinare alle piantagioni dell’America latina meno di tre secoli dopo la conquista del Nuovo mondo da parte dell’italiano Cristoforo Colombo. E, per venire a tempi più vicini a noi, la persecuzione e la soppressione fisica degli ebrei (olocausto) e di altre minoranze come Rom, Sinti ed altre categorie da parte del governo nazionalsocialista tedesco nei lager durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente precedenti il suo scoppio. Anche in Italia durante il regime fascista con la promulgazione delle leggi razziali e l’istituzione del campo di concentramento nella risiera di San Saba. In Giappone i casi di discriminazione e razzismo delle minoranze etniche: Yamato, Ainu, Burakumin, Ryukyuani, i discendenti degli immigrati dai paesi vicini (Corea e Cina) e i nuovi immigrati giunti da altri paesi (brasiliani, filippini e vietnamiti). L’apartheid o segregazione razziale istituita dal governo di etnie bianche (Afrikaner e di origine inglese) del Sudafrica nel secondo dopoguerra rimasta in vigore fino al 1994. Ed ancora in Australia la decimazione della popolazione aborigena con la sua colonizzazione europea iniziata nel 1788. Potremmo proseguire ancora nella citazione di esempi di discriminazione razziale che ritroviamo in tutte le latitudini e in tutti i tempi, ma preferiamo fermarci qui. 
Vogliamo solo dire che il razzismo è insito nell’uomo che nel suo simile non riconosce un altro uomo che merita la stessa considerazione e lo stesso rispetto, ma, al contrario, un “diverso” da discriminare, sfruttare e, nei casi peggiori, annientare fisicamente perché di ostacolo ai progetti e alle aspirazioni di egemonia di una élite, una classe sociale, un partito, un’etnia, una fede. 
Le forme in cui si è manifestato il razzismo nel corso della storia sono assai differenti le une dalle altre. Una particolare declinazione del razzismo è l’afrofobia. Cioè a dire la paura, l’idiosincrasia, il rigetto nei confronti degli uomini africani o di ascendenza africana. Un razzismo non meno odioso e ributtante degli altri, ma più sottile, più perverso, poiché è basato non su un pregiudizio generico che accompagna normalmente il razzismo “tout court”, bensì specifico, perché dà vita a comportamenti ostili nei confronti di persone con il colore nero della pelle.  
Di afrofobia parla Mauro Valeri nel libro dal titolo Afrofobia. Vecchi e nuovi razzismi (Fefè editore, pagg. 220, euro 13,00) che proprio in questi giorni debutta nelle librerie. Un volume che nemmeno a farlo apposta cade a fagiolo proprio in questi ultimi tempi in cui in Europa e in Italia stiamo assistendo alla virulenza di forme, talora occulte, sottili e striscianti, altre volte conclamate e violente, di razzismo specialmente indirizzato verso uomini e donne dalla pelle scura, oltre ai rigurgiti di antisemitismo. 
E’ lo stesso autore a riassumere l’insieme degli atteggiamenti e dei comportamenti tenuti proprio dagli occidentali nei confronti delle persone dalla pelle scura. “Sono pregiudizi e comportamenti messi in atto, in genere, da persone che hanno come tratto distintivo il colore più chiaro della pelle e soprattutto che hanno il potere di stabilire chi siano, o meglio cosa debbano essere coloro che hanno la pelle nera” spiega nell’introduzione del volume. “In questo modo, un dato assolutamente secondario e non unitario – com’è il colore della pelle umana – diviene uno stigma all’origine di forme storiche di razzismo, come la tratta negriera, la schiavitù razziale, il colonialismo, il fascismo, il nazismo, la segregazione negli Stati Uniti, l’apartheid, e che mantiene la sua forza ancora ai nostri giorni, sebbene abbia assunto aspetti multiformi e più difficili da interpretare. Anche quando – prosegue Valeri - la scienza ha dimostrato che avere la pelle bianca o nera non vuol dire altro che avere la pelle bianca o nera, l’afrofobia ha continuato ad essere una delle modalità con le quali si stabiliscono relazioni sociali, che sono sempre anche relazioni di potere”. 
Sia l’Organizzazione delle Nazioni Unite, sia l’Unione europea hanno preso a più riprese posizione negli ultimi anni con documenti ufficiale sul fenomeno del razzismo, e, in particolare, dell’afrofobia. 
Ricordiamo a questo proposito che il Parlamento europeo ha approvato a marzo la risoluzione proposta da Claude Moraes, commissario europeo per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni sui diritti fondamentali delle persone di origine africana in Europa. Con questa risoluzione il Parlamento europeo auspica che le istituzioni e gli Stati membri dell’Ue riconoscano  “questa forma specifica di razzismo esortandole a combattere in modo sistematico le discriminazioni etniche e i reati generati dall’odio nonché a mettere a punto risposte politiche e giuridiche a tali fenomeni che siano efficaci e basate su dati oggettivi” ed a “porre fine a qualsiasi forma di profilazione razziale o etnica nell’ambito dell’applicazione del diritto penale, delle misure antiterrorismo e dei controlli dell’immigrazione”. 
Valeri (dottore in sociologia, psicoterapeuta, responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio ed autore di diversi saggi) ci dice che il razzismo moderno nei confronti dei neri ha origine molto antica e mutazioni recentissime. Come dire che non c’è niente di nuovo sotto il sole: il razzismo c’era in passato quando i Conquistadores spagnoli depredavano, massacravano e riducevano in schiavitù gli antichi e civilissimi maya, toltechi e aztechi, e deportavano nel Nuovo mondo gli africani catturati con la violenza e l’inganno proprio negli Stati africani occidentali, e c’è oggi nelle società contemporanee dove giovani immigrati di colore sono discriminati, sfruttati, schiavizzati: come, ad esempio, gli africani impiegati nella raccolta delle clementine in Calabria o del pomodoro in Campania, oppure gli episodi di razzismo nei confronti dei calciatori dalla pelle scura. 
Oltre ad affrontare dal punto di vista sociologico il fenomeno, il libro di Valeri ricostruisce, attraverso un’analisi storica e sociologica, le metamorfosi del razzismo: da quello schiavista a quello coloniale, da quello di Stato a quello democratico, da quello ribaltato a quello di guerra. Con particolare attenzione al razzismo italiano dal 1860 ad oggi.

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