Cultura

Il nuovo mondo che verrĂ  dopo lo spartiacque della pandemia

Secondo Antonio Calabrò l’economia post-globalizzazione dovrà essere sostenibile, equa e inclusiva. E per quanto riguarda l’Italia e l’Europa…


13/07/2020

di Giambattista Pepi


La pandemia Covid-19 è uno spartiacque. Le certezze di ieri sono divenute le incognite di oggi. Il modello di economia globalizzata, l’impresa multinazionale integrata, il welfare state universale presentano crepe che l’emergenza sanitaria ha ulteriormente divaricato. Oltre ad avere ucciso centinaia di migliaia di persone, straziato intere comunità e causato una recessione inaudita, il virus SARS-Cov-2 ha evidenziato le fragilità umane e reso evidente l’insostenibilità di un sistema economico giunto al parossismo, imponendo alla comunità umana di progettare un percorso che lo conduca a una nuova “normalità”. 
In Oltre la fragilità. Le scelte per costruire la nuova trama delle relazioni economiche e sociali (Egea, pagg. 197, euro 17,00) Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, ci affida le sue riflessioni critiche sul futuro che verrà. E guardando in prospettiva, l’autore prova a individuare le coordinate per una ripartenza che nella centralità dell’industria trovi un nuovo equilibrio tra competitività imprenditoriale e sviluppo sostenibile, che punta all’eccellenza, all’etica del lavoro, alla riduzione delle diseguaglianze. 
Per anni abbiamo vissuto nella convinzione che il progresso, la globalizzazione, lo sviluppo tecnologico, avessero tutti un segno positivo. Ma abbiamo sbagliato: è stato trascurato il fatto “che in tutti i processi sociali vi sono vincitori e vinti, gruppi sociali più agiati e gruppi più deboli, che ne escono ancora più indeboliti, elementi di scarto ed elementi di successo. Le società complesse, tecnologiche, interconnesse sono fragili. 
“Sono fragili le nostre vite, di fronte alle malattie che dilagano, favorite proprio dalle interconnessioni geografiche e sociali(…), le relazioni sociali che riguardano anche i nuclei familiari (…), i sistemi di gestione di tutti i processi di produzione e dei servizi, sotto attacco da parte di organizzazioni del cyber crime (…) le nostre città, le aree metropolitane soprattutto, con i contrasti, le diseguaglianze stridenti e i conflitti tra le “mille luci” dei grattacieli e le zone più periferiche in cui si concentrano vecchie e nuove povertà e drammatici divari sociali, generazionali, digitali. 
E ancora: sono fragili i meccanismi della comunicazione e dell’informazione, per effetto del dilagare delle fake news sui social media e dell’improvvisazione di pareri e giudizi inconsapevoli e incompetenti. Sono fragili i sistemi di democrazia liberale parlamentare, che dobbiamo imparare a tutelare, difendere, rafforzare e quelli economici, per l’integrazione internazionale delle nuove catene del valore e dunque la loro grande esposizione agli shock di ogni tipo (geopolitici, sanitari, tecnologici, sociali)”. 
Eppure l’assunzione della fragilità come elemento fondante è un grande punto di forza nella politica, nella democrazia, nell’impresa, nelle tecnologie, nelle relazioni personali e sociali” spiega nel suo libro (arricchito da due interventi dell’economista Francesco Giavazzi e di monsignor Gianni Zappa, Decano del Centro storico di Milano e responsabile della Comunità pastorale San Paolo VI) il giornalista, già direttore della Fondazione Pirelli e vicepresidente di Assolombarda. 
Il fenomeno della globalizzazione (“Il mondo aperto, senza confini, le interconnessioni veloci, la diffusione di Internet, le conquiste della scienza, il boom di produzioni, scambi e consumi che hanno fatto emergere decine di milioni di persone dalla povertà storica, soprattutto nei Paesi sino ad allora a minor intensità di sviluppo”) ha subìto un ulteriore contraccolpo e il suo racconto, mitizzato o enfatizzato, per alcuni decenni, mettendone in evidenza i clamoroso successi, cominciava a riconoscere “conflitti, limiti, costi sociali e ambientali” che erano stati per molti anni ignorati, sottaciuti, nascosti, nonostante ci fosse chi gettava l’allarme sull’insostenibilità nel tempo di un modello di crescita senza confini, né limiti. 
Finita l’euforia, nel corso degli ultimi anni abbiamo cominciato a fare i conti con fenomeni di segno contrario alla globalizzazione dell’inizio del millennio. 
Il ritorno alla passione per lo Stato-nazione e il suo degrado in un sovranismo ostile, rissoso, razzista e in un protezionismo miope, tutto il contrario di quel “patriottismo dolce” che all’inizio degli anni Duemila l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi aveva indicato come l’insieme di valori e passioni che tengono unita una comunità, guardando all’Italia nella cornice europea. 
La Grande Crisi del 2008 ha mostrato l’estrema fragilità di questo modello. Disagi, rancori sociali, proteste. Quella globalizzazione squilibrata è stata vissuta come minaccia per le condizioni di vita, il lavoro e la sicurezza. Il populismo e il nazionalismo protezionista ne sono stati le conseguenze politiche. Il multilateralismo è entrato in crisi. E in molti paesi è prevalsa la tentazione dell’uso ostentato della forza nelle relazioni internazionali. Usa e Cina, Russia e Turchia, Iran e Stati arabi ne sono, ognuno a suo modo, esemplari testimonianze. Ancora oggi. 
Le emergenze (quella del riscaldamento globale, dell’emigrazione, della povertà, dello sfruttamento delle risorse naturali, dell’aumento delle diseguaglianze) ci inducono a rivedere il modello di sviluppo economico imperniato sull’impresa multinazionale, sulle supplì chain, sulla delocalizzazione per riorientarlo verso un modello sostenibile, equo, inclusivo. 
Per Calabrò bisogna passare dalla sharem holder theory di Milton Friedman e dei Chicago Boys (“La responsabilità sociale delle imprese consiste nell’aumentare i profitti”), che ha nutrito e distorto pensieri e azioni economiche dagli anni 80 fino a oggi, al liberalismo con forti componenti sociali dell’economista John M. Keynes, che va “finalmente riletto, reinterpretato, riportato alla ribalta dell’attualità politica, economica e culturale contemporanea”. 
Le imprese sono fondamentali perché “sono i luoghi dove si producono ricchezza e inclusione sociale, sono degli straordinari policy-maker, sono delle comunità attive”, ma “a causa della paura viviamo in una società in cui prevalgono i cinici, che rispondono con le chiusure dei porti o con i sussidi, il reddito di cittadinanza. L’impresa non vive di porti chiusi, di reddito di cittadinanza, ma di mercati aperti, di lavoro, di produzione, di innovazione, di investimenti”. 
Papa Francesco nell’Enciclica Laudato Sì ha individuato nell’accumulazione rapida il tallone d’Achille del sistema economico contemporaneo. “Questo è il punto su cui si è costruita la Teoria dello Shareholder Value che orienta le imprese all’obiettivo primario di remunerazione degli azionisti. Nel tempo si è invece affermata, per fortuna, la teoria dello Stakeholder Value: il valore per le comunità, i lavoratori, i creditori e i fornitori, i consumatori, i cittadini, tutti coloro che incontrano il percorso delle imprese”. 
All’Italia in particolare serve un’“impresa riformista” radicata nei territori di antica sapienza manifatturiera e capace di sguardo lungo verso il mondo, che sappia creare ricchezza e lavoro, trasformazione sociale, innovazione culturale, mentre non serve “uno Stato imprenditore” ma un buon costruttore di strategie politiche, nazionali ed europee, per far crescere le imprese e rendere efficienti i mercati. Ma servono anche nuove classi dirigenti. Capaci, competenti, responsabili. In grado di poter rispondere alle grandi sfide della contemporaneità. E Calabrò ci invita rileggere anche Max Weber e La politica come professione
 “Una professione (quella della politica) alta, ambiziosa, costruita sul “lavoro intellettuale”, con tutto il carico delle conoscenze, delle competenze e del senso di responsabilità, oltre che della passione civile” ricorda l’autore. Mentre sono molti (e non solo in Italia) a non avere le qualità per dedicarsi alla politica. La pandemia e la recessione rilanciano l’idea del “buon governo” (per la quale servono politici responsabili, appassionati, animati da spirito di servizio) e del primato della democrazia liberale, come l’unica in grado di tenere insieme diritti e doveri, giustizia sociale e libertà personali. 
Dei sistemi totalitari o nettamente autoritari in tanti avvertono il fascino, perché nell’immediato, nel bel mezzo d’una crisi inaspettata, appaiono più efficienti. Ma è un’efficienza fragile ed effimera. 
E l’Europa? “Ha una straordinaria opportunità di ripresa: è contemporaneamente crescita economica, innovazione, forza industriale, welfare, società coesa e democrazia liberale” sostiene Calabrò. 
Il Welfare infine. “È un sistema di accompagnamento alla qualità della vita dentro cui oggi è indispensabile la formazione da concepire come diritto” in modo che ciascuno abbia “l’opportunità di costruire il proprio percorso di realizzazione e di reddito diverso”. 

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