Cultura

Il misterioso omicidio di due bianchi e un giovane nero finisce sulla graticola. Ma per fortuna a indagare c’è Easy Rawlins

Per i tipi della Bompiani è sbarcato sui nostri scaffali uno dei migliori scrittori di crime afro-americani: ovvero il premiatissimo Walter Mosley, di madre ebrea e padre di colore, capace di usare la penna alla stregua di una macete


12/10/2020

di Valentina Zirpoli


Se ancora non avete avuto occasione di conoscerlo, narrativamente parlando s’intende, è ora di metterci una pezza. In quanto Walter Mosley, considerato uno dei maggiori scrittori afro-americani degli ultimi tempi, si offre al lettore in tutta la sua raffinata abilità. Lui che strada facendo ha, tanto per citare, dato voce ai quattordici graffianti noir interpretati dal detective Ezekiel “Easy” Rawlins, un veterano del Secondo conflitto mondiale. Un personaggio, tanto per impararlo a conoscere, nativo della Lousiana, rimasto orfano di madre a soli otto anni mentre il padre, che se l’era data a gambe per non rischiare di essere linciato, quasi nello stesso periodo non l’avrebbe più rivisto. 
Lui - duro quanto basta - che al ritorno dalla guerra, dopo aver combattuto in Nord Africa, in Italia e aver partecipato alla battaglia delle Ardenne, si era trasferito a Los Angeles mettendosi a lavorare in una ditta che assemblava aerei. Ma dopo essere stato licenziato per certi dissapori con il suo supervisore, spinto dalla necessità si era inventato il mestiere di investigatore. Guadagnandosi subito le simpatie sia del pubblico che della critica, tanto è vero che la sua prima indagine, intitolata Il diavolo in blu e pubblicata in Italia nel 2011 da Einaudi, sarebbe approdata sul grande schermo per l’interpretazione di Denzel Washington e Clarke Peters. 
Easy Rawlins che tiene banco anche in Charcoal Joe (pagg. 414, euro 18,00, traduzione di Fabrizio Coppola), un romanzo edito da Bompiani e ambientato nel maggio 1968, quando il nostro protagonista - dopo anni di gavetta - era riuscito ad aprire una sua agenzia investigativa con due dei migliori detective su piazza: Saul Lynx, un ebreo sposato con una nera che gli aveva regalato due figli, e Tinsford “Whisper” Natly, un negro di St. Louis in grado di scovare chiunque e in qualunque luogo. 
Tutto sembra andare per il meglio per i tre soci alla pari quando un caso più difficile degli altri finisce per rendere precario l’equilibrio ottenuto con tanta fatica. Mouse, un vecchio amico (di quelli dei tempi andati, che stringono la mano ma non abbracciano), chiede infatti a Easy di incontrare un detenuto, da tutti chiamato Charcoal Joe, come favore personale. Cosa è successo è presto detto: Seymour, giovane e brillante laureato in fisica figlio di un amico di Joe, è stato accusato di un duplice omicidio, ma lui è convinto che il ragazzo sia innocente e vuole che il detective lo dimostri. 
Easy si rende subito conto che non si tratta di un’impresa da poco: Seymour è stato infatti trovato sul luogo del delitto, proprio accanto ai due cadaveri. Per di più lui è nero e le vittime sono bianche. In buona sostanza un caso spinoso per Rawlins, che porterà avanti le sue indagini - la qual cosa non deve stupire - al limite della legalità. Fra piste mafiose, pozioni vudù, cuori infranti e differenziazioni sociali, in un’atmosfera mozzafiato più nera che mai, degna della migliore tradizione hard boiled
Che dire: una storia che colpisce e che non fa sconti di sorta, supportata da un linguaggio di piacevole lettura capace di catturare e intrigare per la sua spudorata franchezza. Un paio di esempi? Riprendiamo dall’incontro iniziale fra i due amici: Maledizione, negro, hai bruciato una croce nel prato di un bianco e gli è anche piaciuto. Oppure: Non c’è un solo negro che abbia l’ufficio in una trentina di isolati qui intorno, amico. È come infilarsi nella tana del leone e dirgli: ‘Ehi, fighetta, abbassa la cresta o porta il culo fuori da qui’
Come si sarà notato Mosley usa la penna in maniera a volte brutale, politicamente scorretta. Tanto da essere stato licenziato, nel suo ruolo di sceneggiatore, da Star Trek Discovery per aver utilizzato in un dialogo appunto il termine “negro”. E quando gli venne fatta notare questa sua indelicatezza rispose: “Mi spiace, ma io questa parola la posso usare quando voglio. E spero non pensiate che detta da me - che sono di colore - sia dispregiativa”. 
Per la cronaca - e ci scusiamo con i lettori per aver parlato prima del personaggio che non dell’autore - Walter Ellis Mosley è nato nella Città degli Angeli il 12 gennaio 1952, figlio di Ella, una impiegata ebrea di origini russe che lo aveva avviato alla lettura di Dickens, Zola e Camus (passione poi allargata anche Langston Hughes e Gabriel García Márquez), mentre il padre Leroy (che l’autore ha avuto modo di definire come un “profondo pensatore, una specie di Socrate nero”) era originario della Louisiana e si dava da fare come custode in una scuola pubblica di Los Angeles. 
Di fatto un autore dalla giovinezza irrequieta, laureato in Scienze politiche, che aveva iniziato a darsi da fare come programmatore di computer, per poi trasferirsi nel 1981 a New York (città che lo vede ancora vivere nel quartiere di Brooklyn), dove aveva incontrato e sposato la ballerina e coreografa Joy Kellman, dalla quale avrebbe divorziato nel 2001. 
Ricordiamo che Mosley, mentre lavorava nella Grande Mela per la Mobil Oil, aveva seguito un corso di scrittura creativa presso il City College di Harlem, peraltro invogliato a imbracciare la penna dall’irlandese Edna O’Brien, la quale lo aveva incoraggiato con queste parole: “Sei nero, sei ebreo, sei di origini modeste: uno status che rappresenta una vera ricchezza…”. 
E lui l’avrebbe presa in parola, sfornando, a partire dai 34 anni, oltre cinquanta libri tradotti in 23 lingue (lo scorso anno gli è stato ad esempio conferito l’ennesimo riconoscimento, ovvero l’Edgar Haward per il miglior romanzo) su tematiche quanto mai diversificate, ispirandosi ad autori come Dashiell Hammett, Graham Greene e Raymond Chandler. Lui che strada facendo ha peraltro beneficiato di lettori eccellenti, come l’ex presidente americano Bill Clinton.

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