Cultura

Il cavallo di Troia della democrazia

I politologi americani Steven Levitsky e Daniel Ziblatt ci invitano a riflettere sulla deriva illiberale e le forme di autoritarismo strisciante


13/05/2019

di Tancredi Re


La democrazia come sistema di governo è quella in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, attraverso la sua partecipazione al voto. Tra tutti i possibili modelli di governo realizzati dall’antichità ai giorni nostri, la democrazia, pur con tutti i suoi innumerevoli difetti, è la forma preferibile sotto cui poter vivere, perché è la più confacente alla natura dell’uomo, come essere raziocinante e libero. Al contrario, tutte le altre forme di governo sperimentate nel corso dei secoli (oligarchia, aristocrazia, tirannia) e tuttora presenti in non pochi paesi del mondo si sono rivelate, come la storia conferma, autoritarie e illiberali perché contrarie alla dignità, all’uguaglianza e alla libertà dell’uomo. 
Pur essendo preferibile, la democrazia, però, è una forma di governo fragile: essa, infatti, può morire anche lentamente e in maniera inaspettata, non necessariamente a causa di golpe o mediante l’uso della forza, ma per mano dei governi eletti e a causa del disinteresse dei cittadini, che danno per scontato che la democrazia sia immutabile, invincibile, insostituibile. Ma non è così. 
Può essere interessante allora leggere il saggio Come muoiono le democrazie (Laterza, pagg. 292, euro 20,00, traduzione di Fabio Galimberti) scritto da Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, due politologi americani che insegnano ad Harvard, conosciuti e apprezzati dalla comunità scientifica internazionale. 
Dalla fine della Guerra fredda (che aveva diviso il mondo in due grandi sfere di influenza: da una parte gli Stati Uniti d’America e gli Stati alleati con essa e facenti parte della Nato come fronte dei Paesi liberaldemocratici e, dall’altro, l’Unione Sovietica ed i Paesi ad essa assoggettati, che rappresentavano i regimi illiberali e totalitari) a oggi, a determinare la morte di una democrazia non sono quasi mai generali e soldati, ma gli stessi governi eletti. 
Leader eletti dal popolo hanno sovvertito o stanno sovvertendo le istituzioni democratiche in Venezuela, Georgia, Filippine, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Sri Lanka, Turchia, Ucraina ed Ungheria. Strano a dirsi ma oggi il tracollo di una democrazia comincia nelle urne.  
Oggi una minaccia seria alla democrazia è rappresentata dal populismo e dal nazionalismo, ovvero dalla combinazione di queste ideologie illiberali e antidemocratiche che, come un vento gelido, imperversa in tutto il mondo, compresi gli Stati di più antica tradizione democratica e liberale. Come, ad esempio, gli Stati Uniti. 
“È stato l’arrivo di Donald Trump alla presidenza americana ad avere legittimato e rafforzato l’avversario politico del liberalismo” scrive nella prefazione Sergio Fabbrini. “Nel bene o nel male, la politica americana condiziona gli sviluppi politici in altre parti del mondo, dall’Europa all’America Latina”. Una cosa che non ci saremmo obiettivamente mai aspettato che proprio quel Paese che aveva promosso e difeso l’ordine liberale delle relazioni internazionale e gli Stati liberaldemocratici, cioè gli Stati Uniti, finissero per contestarlo, dando sostegno proprio a quei leader populisti “emersi negli ultimi anni” che “sono consapevolmente antiliberali o illiberali”. 
Esattamente come ha fatto Trump durante la campagna elettorale che lo ha portato alla Casa Bianca, quando suggestionava e arringava i suoi elettorali con slogan come “America First” o “Made America Great Again”, portando avanti una politica nazionalistica, anche gli altri leader populisti si sono mobilitati in tutto il mondo per indebolire all’interno dei singoli paesi, il pluralismo istituzionale, oltre a quello sociale e culturale. 
Senza dover indulgere nella disamina delle cause della genesi del populismo (globalismo, crisi finanziaria, nuove forme di comunicazione, collasso della rappresentanza degli interessi di massa), i due autori sostengono che sono elevate le probabilità che i leader populisti diventino autoritari. Ma quando questo rischio si tramuta in una realtà? 
Levitsky e Ziblatt formulano quattro indicatori- spia: il primo è il rapporto tra il leader populista e le regole del gioco politico. Il secondo riguarda il rapporto tra il leader populista e i suoi avversari politici. Il terzo riguarda il rapporto tra il leader e la violenza politica, il quarto, infine, il rapporto tra il capo del partito e la libertà d’informazione. “Le democrazie cominciano a perire quando i principali leader politici, in particolare quelli con responsabilità di governo, non sono disposti a difendere con determinazione le regole democratiche, la legittimità dei loro oppositori, la civiltà dello scontro politico, la libertà d’informazione” ricordano gli autori. 
Nella scala usata dai politologi di Harvard, oltre al premier Erdogan, vi sono innumerevoli leader politici contemporanei che svuotano la democrazia liberale ogni giorno, senza cambiarne la forma costituzionale: oltre a Donald Trump, si pensi a Victor Orbàn, Jaroslaw Kaczynski, Matteo Salvini, Heinz-Christian Strache o Luigi Di Maio. Costoro simpatizzano per leader di regimi autoritari veri e propri (come il russo Vladimir Putin o il venezuelano Nicolàs Maduro), ma pur non essendo assimilabili con questi dittatori, vogliono o aspirano a superare la democrazia liberale. 
Come impedire allora il collasso dall’interno delle democrazie liberali? In proposito gli autori mostrano di avere le idee chiare. Le forse populiste e antidemocratiche vanno contrastate dai partiti e dai gruppi di interesse con determinazione e ragionevolezza (senza trascendere nella rissa e nella volgarità), rinnovando leadership e programmi sociali, stili comunicativi, ma evitando di sottomettersi alla loro carica iconoclastica; bisogna poi riformare la democrazia rappresentativa per renderla più efficiente e legittima, ma senza concedere un millimetro al populismo più oltranzista e, infine, il populismo va contrastato da un sistema informativo e da una società organizzata che rifiutano di adattarsi alle false notizie o alle illusioni dell’incompetenza, ma sono in grado di preservare il senso della verità e della dignità senza il quale la democrazia liberale non può esistere.

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