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Il Dragone compensa il nostro esagerato fisco

Miliardi di false fatture provenienti dalla Cina per difendersi dall’esagerata richiesta fiscale italiana che tra tasse dirette e indirette, ci preleva più dell’80% delle nostre fatiche


20/07/2026

di Alessandro Sarti


Prima arrivano le merci, poi le aziende e Infine il denaro.
Secondo questa ricostruzione, la Cina, per compensare la propria invasione imprenditoriale, avrebbe trovato un modo silenzioso, ma estremamente efficace per mantenere tranquille molte imprese italiane, soffocate da una pressione fiscale considerata eccessiva.
Un meccanismo che, anziché sfidare apertamente il sistema, si inserisce nelle sue crepe e prospera nell’ombra.
La strategia sarebbe semplice quanto redditizia: fornire migliaia di fatture false e trattenere una quota del vantaggio economico ottenuto grazie all’operazione.
Un sistema che, operando quasi alla luce del sole, avrebbe consentito al Dragone di incassare miliardi di euro.
Il flusso di denaro sarebbe enorme.
Una parte delle risorse che dovrebbero finire nelle casse dello Stato italiano prenderebbe infatti altre strade, alimentando interessi lontani dai nostri confini.
Secondo quanto emerge, il meccanismo si dividerebbe in questo modo: a fronte di un risparmio fiscale del 30%, circa un 10% finirebbe nelle banche cinesi.
Un giro d’affari che avrebbe raggiunto dimensioni miliardarie e che, al tempo stesso, mostra fino a che punto una tassazione percepita come eccessiva possa spingere molte imprese a cercare strumenti di difesa per sopravvivere.
Ed è proprio qui che si apre la riflessione più amara.
Mentre il Governo continua a evitare il taglio degli sprechi e la riduzione della pressione fiscale, il risultato sarebbe quello di arricchire le banche cinesi.
Una conseguenza che appare paradossale e che, per molti, grida vendetta.
Così il Dragone cresce, si nutre delle nostre debolezze, osserva le nostre contraddizioni e, metaforicamente, brinda alla nostra scarsa lungimiranza.
Più aumenta il malcontento delle imprese verso il fisco, più questo sistema riesce a consolidarsi, attenuando la ribellione degli imprenditori e consentendo all’influenza economica cinese di espandersi senza particolari ostacoli.
La presunta astuzia cinese sarebbe emersa ad Ancona, nelle Marche, dove due necessità differenti sembrano essersi incontrate.
Da una parte le imprese, costrette a ridurre il peso fiscale per non soccombere e dall’altra la Cina, interessata a mantenere buoni rapporti con il tessuto produttivo italiano fino al momento in cui, eventualmente, possa acquisirne quote sempre più rilevanti.
In questo schema, le aziende riuscirebbero a mettersi al riparo dal fisco attraverso un percorso apparentemente lineare.
Il denaro transiterebbe inizialmente in una banca europea per poi dirigersi verso Pechino, mentre le fatture emesse risulterebbero coerenti con le attività svolte dalle imprese coinvolte.
A squarciare il velo su questo sistema è stata un’operazione coordinata dalla Procura di Ancona, guidata dalla procuratrice Monica Garulli, e condotta dal generale Carlo Tommasini.
L’indagine avrebbe portato alla luce l’esistenza di una banca illegale che avrebbe convogliato oltre 5 miliardi di euro verso istituti bancari cinesi regolari.
Il percorso del denaro partirebbe dall’Italia, un Paese spesso descritto come tra i più tassati al mondo e, proprio per questo, tra i più abituati a cercare forme di difesa.
I flussi passerebbero inizialmente attraverso una società italiana, evitando così di attirare immediatamente l’attenzione dei sistemi antiriciclaggio.
Successivamente entrerebbero in gioco società europee con funzione di filtro, tra cui realtà situate in Romania, Bulgaria e, secondo quanto riportato, anche a Bruxelles, prima di raggiungere la destinazione finale: la Cina, dove le società emittenti delle fatture depositerebbero i proventi presso i propri istituti bancari.
Alla fine, il quadro che emerge è quello di una globalizzazione che produce effetti inattesi e di una pressione fiscale che, secondo questa lettura, continua a generare conseguenze opposte a quelle desiderate.
Perché ogni volta che lo Stato rinuncia a ridurre gli sprechi e ad alleggerire il carico fiscale in misura proporzionale ai risparmi ottenuti, c’è il rischio che il denaro trovi altre strade e che a beneficiare della situazione siano soggetti lontani dall’economia italiana...

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