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Il 30 per cento degli italiani lavora fra le sei e le dieci ore gratis a settimana

Sono i dati, magari non del tutto condivisibili, contenuti in due ricerche incentrate sul mondo del lavoro. Fra le cause il calo delle retribuzioni


29/07/2019

di Artemisia


Stipendi in calo e ore non pagate. E’ questa la fotografia del mondo del lavoro in Italia quale emerge da una ricerca di ADP “Workforce View in Europe” e da uno studio dell’istituto di ricerca European trade union Institute, Il 30% degli italiani lavora tra le 6 e le 10 ore a settimana senza retribuzione. ADP “Workforce View in Europe” ha intervistato oltre 10.000 lavoratori europei (in Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Regno Unito) e 1.400 in Italia, e ha rilevato che gli impiegati europei lavorano in media quasi cinque ore (4 ore e 47 minuti) a settimana senza essere pagati. 
La tematica dell’equilibrio tra lavoro e vita privata è al centro dell’attenzione da molti anni, eppure i risultati suggeriscono che i datori di lavoro ripongono ancora aspettative irrealistiche sui lavoratori, facendoli lavorare più a lungo del tempo previsto dal contratto e senza essere retribuiti. 
Il 30% degli italiani ha dichiarato di lavorare “gratis” almeno 6-10 a settimana, un numero che su base mensile diventa di 24-40 ore, praticamente 3/5 giorni di lavoro in più al mese regalati. Il 20% dei lavoratori è più fortunato: solo 5 o meno ore in più a settimana. Vi è però anche un 7,3% che ha dichiarato di arrivare alle 11-15 ore in più a settimana, un numero davvero importante. Non vi sono particolari differenze tra i sessi, sia il 60% degli uomini che delle donne ha dichiarato di “regalare” ore di lavoro alla propria azienda. È la fascia 25-34 anni quella che fa più straordinari (66%), quella degli over 55 quella che ne fa di meno (55%). 
Le ore lavorate gratis si innestano in una situazione di generale calo delle retribuzioni. Secondo uno studio dell’istituto di ricerca European trade union Institute, i salari reali (le retribuzioni aggiustate al costo della vita) sono calati in sette anni, dal 2010 al 2017 del 4,3%, dopo essere cresciuti del 7,3% fra 2000 e 2009. L’Italia è tra i fanalini di coda dell’Eurozona, con una flessione appena inferiore a quella della Spagna (-4,4%) e sulla scia dei record negativi di Croazia (-7,9%), Portogallo (-8,3%), Cipro (-10,2%) e Grecia (19,1%). 
Quali sono le cause di questa flessione? Innanzitutto il calo delle retribuzioni è un fenomeno globale, esploso con la crisi del 2008 e che si è perpetuato negli anni successivi della recessione. All’origine c’è un mix di fattori come la stagnazione della produttività, la diffusione del precariato con l’esplosione di contratti estremamente flessibili e senza continuità. Nel caso dell’Italia il mondo imprenditoriale non è riuscito a fare il salto dell’innovazione tecnologica. Gli investimenti in ricerca e sviluppo si sono ridotti al minimo e mancano le competenze. L’accelerazione tecnologica ha richiesto sempre più figure ad alta specializzazione che il mercato non riesce a soddisfare. Quindi chi non ha le qualifiche adatte finisce per accettare lavori che richiedono un grado inferiore di competenze, anche a costo di incassare retribuzioni modeste. Chi invece ha tali competenze è indotto da stipendi bassi e prospettive di carriera incerte, ad andare via dall’Italia. Questo spiega la fuga di “cervelli” cioè di persone con qualità professionali elevate che preferiscono lasciare il nostro Paese proprio perché non trovano qui condizioni retributive soddisfacenti.

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