Cultura

Guido Carli, l'architetto del mercato dei capitali

Federico Pascucci ha raccolto 14 interventi dello statista (fu Governatore della Banca d’Italia e ministro del Tesoro), volti a illustrane il pensiero e l’opera in una fase storica del nostro Paese: dalla riforma del sistema bancario e finanziario alla stipula del Trattato di Maastricht 


07/01/2019

di Giambattista Pepi


Nella lunga e ricca galleria degli uomini più illustri d’Italia può essere certamente annoverata anche la figura dello statista Guido Carli. Già ministro del Commercio con l’Estero (1957-1958), governatore della Banca d’Italia (1960-1975), presidente della Confindustria (1976-1980), ministro del Tesoro (1989-1992) e senatore della Repubblica (IX e X legislatura), fu anche artefice dello sviluppo economico del nostro Paese, della sua stabilità messa a repentaglio negli anni complicati del Sessantotto, della realizzazione della riforma del settore bancario e finanziario culminata con l’approvazione del Testo Unico Bancario del 1993, nonché dell’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea con la stipula del Trattato di Maastricht. 
Il libro Mercato, Europa e libertà  (Laterza, pagg. 177, euro 18,70) a cura di Federico Pascucci - con il contributo dell’Associazione Bancaria Italiana e dell’Istituto Luigi Einaudi per gli studi bancari, finanziari e assicurativi (sarà presentato a Roma nella Sala della Clemenza il 18 gennaio alla presenza del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, e del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria) - raccoglie i 14 interventi pronunciati da Guido Carli alle assemblee dell’Abi negli anni 1963-73, in qualità di governatore della Banca d’Italia e negli anni 1990-92, quando ricopriva la carica di ministro del Tesoro. 
Il volume - il terzo dopo quelli dedicati da Laterza agli scritti di Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi - rende testimonianza al pensiero ed al magistero di Carli che, a venticinque anni dalla morte, resta ancora attuale essendo legato, da un lato, alla rinascita economica italiana, e, dall’altro, al processo di europeizzazione: due temi tuttora di fondamentale importanza per il futuro del nostro Paese. 
Nella prefazione al volume, il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, e il presidente dell’Istituto Luigi Einaudi, Maurizio Sella, ricordano i contributi di Carli da governatore della Banca d’Italia in tre ambiti.  Anzitutto in materia di credito e risparmio (le banche, scriveva, “devono conciliare in ogni circostanza l’esigenza di prestare assistenza creditizia in misura adeguata ad una economia in sviluppo con quella di tutelare la propria posizione patrimoniale nell’interesse dei depositanti”). Poi sul versante dell’economia di mercato, che deve essere aperta alla concorrenza, ma in un contesto di regole uniformi ed equilibrate (ciò può essere ottenuto non con l’isolamento, ma attraverso “l’adattamento della nostra legislazione a quelle dei Paesi industriali più progrediti”). Infine, l’ambito della riforma delle banche. Cosa quest’ultima che avverrà negli anni Novanta con la realizzazione e l’approvazione del Testo Unico Bancario. 
Fondamentale si sarebbe rivelata l’opera di Carli anche nel favorire ed accompagnare gli ulteriori passi avanti dell’Italia nel processo di integrazione politica ed economica nell’Europa attraverso la firma del Trattato di Maastricht sull’Unione Europea, di cui sarebbe stato un artefice. “Quell’atto - annotano Patuelli e Sella - fu, allo stesso tempo, coronamento e testamento spirituale di uno statista che seppe offrire al Paese, nell’arco di un cinquantennio di impegno pubblico, un contributo di elevatissimo valore morale, civile ed economico”. 
Nel tracciarne il profilo, Alfredo Gigliobianco ricorda il suo pensiero costantemente rivolto alla creazione di condizioni favorevoli allo sviluppo economico dell’Italia ed in particolare all’accumulazione del capitale da destinare ad investimenti infrastrutturali strategici in grado di accrescere la crescita del Paese e la capacità competitiva delle sue imprese. 
La pianificazione a cui pensava Carli (ma era prevalente in quegli anni tra gli economisti) non era, però, in contraddizione con l’impresa a cui doveva essere garantito uno spazio adeguato per poter competere.
La creazione di un mercato dei capitali efficienti fu l’obiettivo che Carli voleva perseguire. Ma non era facile considerata la storia economica dell’Italia dove, in base agli accordi stilati dallo Stato con le grandi banche nel 1934 e con la legge bancaria del 1936, vigeva il dogma secondo il quale gli istituti di credito potevano effettuare prestiti a breve termine allo scopo di salvaguardarne la liquidità, lasciando invece che fossero solo istituti speciali a poter erogare finanziamenti a medio e lungo termine. Un dogma, non una regola di mercato: perché la trasformazione delle scadenze è alla base della prassi di tutte le banche del mondo. Ma in Italia non era così: negli anni Venti e Trenta del Novecento il credito a lungo termine concesso da una banca faceva sorgere automaticamente nel pubblico la credenza che l’impresa debitrice facesse parte del “gruppo” guidato dalla banca creditrice. E quindi per non minare la fiducia dei propri depositanti, la banca era portata a sostenere le imprese del proprio gruppo oltre ogni ragionevole limite aggravando ulteriormente i propri immobilizzi. 
Questo rapporto perverso avrebbe portato ad amplificare la crisi innescata dal fallimento del Creditanstalt nel 1931. Il problema dell’accumulazione di capitali era irrisolto. Occorreva creare “un efficiente mercato dei capitali atto ad offre ai risparmiatori una varietà sufficientemente ampia di opportunità di investimento” diceva Carli e spiegava che perché esso funzioni occorre che “le emissioni siano “opportunamente dosate” e si mantenga una “distanza appropriata” fra i tassi della raccolta a breve (che devono restare bassi) e quelli della raccolta a lungo termine, che devono essere più alti, in modo da allettare i risparmiatori che così troverebbero convenienza ad investire a lungo termine. 
Dalla teoria alla pratica. Carli avrebbe difeso la stretta monetaria della fine del 1963. Pur riconoscendo a posteriori la ragione dei critici che la stretta sarebbe intervenuta troppo tardi, generando inflazione e creando un deficit nella bilancia dei pagamenti, l’ampliamento della base monetaria del biennio 1962-63 aveva consentito all’Italia di arricchirsi “di un complesso di attrezzature industriali altamente efficienti, l’ausilio delle quali ha contribuito a ristabilire l’equilibrio della bilancia dei pagamenti e ad acquisire avanzi con i quali ricostituire le riserve valutarie”. 
Gli sforzi di Carli per collocare i titoli emessi dagli istituti di credito speciale ebbero un certo successo, per quanto effimero: la quota delle emissioni annue di questi istituti sul prodotto lordo dell’Italia crebbe dal 2,5% del 1965, all’8% del 1973, per tornare poi a discendere sotto i colpi dell’inflazione, al 2,6% nel 1980. 
In un periodo difficile, travagliato e complesso, Carli fu protagonista della transizione da un mondo strettamente regolato fino al riconoscimento del mercato. 
Lasciato l’incarico di governatore della Banca d’Italia e nominato ministro del Tesoro, nel Governo guidato da Giuliano Amato, Carli con la cosiddetta legge Amato-Carli del 1990, spinse il sistema del credito verso un assetto di mercato: le banche pubbliche, fino a quel momento fortemente condizionate dalla politica, si trasformarono in società per azioni. E il mercato del credito avviò la prima grande stagione di cambiamenti. 

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