Cultura

Giovanni Giolitti, un leader divisivo. Ma che leader…

Lo storico Massimo Salvadori dedica un libro al grande statista piemontese, l’uomo politico che ha contrassegnato un’epoca e la cui eredità continua a stimolare un intenso dibattito tra gli studiosi


14/06/2021

di Giambattista Pepi


Da Silla a Giulio Cesare, da Oliver Cromwell a Pietro il Grande e a Federico II di Prussia, da Maxmilian de Robespierre e Napoleone Bonaparte, da Abraham Lincoln a Franklin D. Roosevelt, da Otto von Bismarck a Vladimir Lenin, da Iosif Stalin a Mao Zedong e Adolf Hitler. E per quanto riguarda l’Italia, pensiamo a Camillo Benso Conte di Cavour, Francesco Crispi, Benito Mussolini, Alcide De Gasperi, Aldo Moro. Grandi leader condividono una caratteristica comune: sia pure appartenenti a epoche, Paesi molto diversi, hanno esercitato il potere in periodi di accelerato mutamento politico, economico e culturale, se non di sconvolgimento degli equilibri e dei rapporti esistenti tra classi e ceti sociali e tra questi e lo Stato. 
Ma la cifra che li contraddistingue da altri personaggi storici è che sono stati capaci, da un lato, di accogliere intorno a loro sostenitori devoti e appassionati, e, dall’altro, di vedere levarsi contro avversari dagli odi tenaci e persino feroci: insomma sono stati al tempo stesso osannati e violentemente denigrati. A questo destino non si è sottratto un altro leader storico: Giovanni Giolitti. 
Cinque volte presidente del Consiglio dei ministri, fu il secondo più longevo nella storia italiana dopo Benito Mussolini. Importante esponente della Sinistra storica prima e dell’Unione liberale poi, è considerato uno dei politici più potenti e importanti della storia d’Italia per la sua posizione lungamente dominante nella politica nazionale. Accusato dai suoi molti critici di essere un uomo di governo autoritario e un dittatore parlamentare, la sua eredità altamente complessa continua a stimolare un intenso dibattito tra scrittori e storici. 
E a scandagliare questa figura eminente, ancorché divisiva, della nostra storia è Massimo L. Salvadori nel libro Giolitti, un leader controverso (Donzelli, pagg. 224, euro 28,50). 
Giolitti, scrivono gli storici che si sono occupati dello statista di Mondovì (Cuneo) era un maestro nell’arte politica del trasformismo, il metodo (assunto a parametro della cattiva politica, ieri come oggi) per creare una coalizione di governo flessibile e centrista che isolasse l’estrema sinistra e l’estrema destra nella politica italiana dopo l’unificazione del Paese (1861). Sotto la sua influenza, i liberali italiani non si svilupparono come un partito strutturato: erano, invece, una serie di raggruppamenti personali informali senza legami formali con i collegi elettorali politici. Il periodo compreso tra l’inizio del XX secolo e lo scoppio della Prima guerra mondiale, quando fu presidente del Consiglio e/o ministro dell’Interno dal 1901 al 1914, salvo brevi interruzioni, viene definito “età giolittiana”. 
Un liberale centrista, con forti preoccupazioni etiche, i periodi in carica di Giolitti furono notevoli per l’approvazione di una vasta gamma di riforme sociali a favore delle classi popolari, che migliorarono il tenore di vita degli italiani comuni, insieme all’attuazione di diverse politiche di governo interventiste. Giolitti, oltre a mettere in atto diverse tariffe, sussidi e progetti governativi, nazionalizzò anch’egli operatori telefonici e ferroviari privati, che i sostenitori liberali del libero scambio criticavano, bollandolo sprezzantemente come “sistema giolittiano”. Fu anche un periodo di grande espansione dell’economia nazionale, quando nacque la grande industria, e avvenne il primo “miracolo economico italiano”. 
L’obiettivo principale della politica giolittiana fu governare con prudenza dal centro, con fluttuazioni leggere e ben controllate tra conservatorismo e progressismo, cercando di preservare le istituzioni e l’ordine sociale esistente e isolando le spinte estreme, sia reazionarie che rivoluzionarie. “Io non temo le forze organizzate. Temo assai più le forze inorganiche. Perché sulle prime l’azione del governo si può esercitare legittimamente, contro i moti inorganici non vi può essere che l’uso della forza” affermò in un famoso discorso pronunciato nel febbraio 1901. 
I critici di destra lo consideravano un socialista: Luigi Albertini sul Corriere della Sera lo definì “il bolscevico dell’Annunziata” per il corteggiamento dei voti socialisti in Parlamento in cambio di favori politici; mentre i critici di sinistra, come Gaetano Salvemini lo accusavano di essere un politico corrotto, anzi   “il ministro della malavita” per l’uso disinvolto con cui guidava le consultazioni elettorali, specie nei collegi del Mezzogiorno, dove per vincere le elezioni sfruttava il sostegno di gruppi criminali. 
“Nodo cruciale che chiunque si misuri con l’interpretazione del fenomeno che venne chiamato giolittismo si trova a cercare di sciogliere è quello che attiene alle ragioni per le quali, nonostante nel primo quindicennio del XX secolo il Paese abbia conosciuto un progresso economico senza precedenti (paragonabile per importanza e significato unicamente al «miracolo» economico avvenuto dopo la fine della Seconda guerra mondiale), Giolitti abbia visto schierate contemporaneamente contro di sé vaste forze in accordo le une con le altre unicamente per l’avversione nei suoi confronti” spiega l’autore (professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato Storia delle dottrine politiche. Gli argomenti prevalenti dei suoi libri sono stati il Novecento, l’evoluzione e i problemi della Sinistra e della democrazia. Con Donzelli ha pubblicato tra gli altri L’idea di progresso nel 2006, Liberalismo italiano nel 2011, Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà nel 2015 e Le ingannevoli sirene. La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi nel 2019. Da registrare che è stato deputato del Partito Democratico della Sinistra nella XI legislatura) nella premessa. 
“Qui sta dunque la chiave dell’interpretazione della personalità di Giolitti prima della guerra mondiale e nel dopoguerra quando, nel 1920-21, riprese le redini del potere, ottenendo alcuni notevoli successi. Ma da ultimo dovette assistere al fallimento del suo disegno politico di pacificazione nazionale di fronte al divampare, via via più forte, dell’azione sovversiva del fascismo. 
È un fatto che nessun uomo di governo nella storia dell’Italia unita (a parte naturalmente Mussolini) abbia diviso tanto profondamente le opinioni degli italiani come lo statista piemontese”. Scopo di questo saggio, afferma Salvadori, è penetrare nel vero e proprio caleidoscopio costituito dalle varie e controverse immagini di Giolitti fornite prima dai suoi contemporanei e successivamente dagli studiosi. Data la statura dell’uomo e l’importanza della sua opera, coloro che gli hanno rivolto in maniera significativa la loro attenzione - uomini politici, intellettuali e studiosi - sono stati assai numerosi. Si è resa quindi necessaria una selezione, che l’autore giudica sufficientemente ampia e rappresentativa per dare conto dei termini di quella che è stata una delle grandi polemiche del Novecento italiano.

(riproduzione riservata)