Cultura

Germania, tutti i (troppi) perché di un popolo in guerra

Attraverso la consultazione di una documentazione imponente, lo storico inglese Nicholas Stargardt espone le motivazioni che spinsero i tedeschi a combattere il più terribile conflitto armato della storia 


28/01/2019

di Tancredi Re


Sono trascorsi più di settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e - nonostante interi scaffali di libri siano stati dedicati alle origini, allo svolgersi e alle atrocità del conflitto - non è dato ancora sapere perché i tedeschi combatterono fino all’ultimo giorno per la difesa del Terzo Reich. 
Neppure i giapponesi battagliarono fino alle porte del palazzo imperiale di Tokyo come fecero invece i tedeschi per la Cancelleria del Reich a Berlino. Ma cosa li muoveva realmente? Come potevano far proprio il richiamo alla mobilitazione generale da parte di un regime che, nel 1945, mise in atto la propria “sconfitta totale”, investendo e consumando tutte le risorse morali e fisiche della nazione? 
Il carattere di guerra razziale di quel conflitto, con le atrocità e i genocidi conseguenti, non era, inoltre - come nel periodo della Guerra fredda si è a lungo sostenuto - un’ignobile macchia delle SS e di un manipolo di nazisti intransigenti. 
A partire dagli anni Novanta, documentazioni fotografiche e numerosi materiali - come una pagina di diario in cui il 22 novembre 1943, il capitano August Topperwien annotava: “Stiamo sterminando non solo ebrei che combattono contro di noi, vogliamo letteralmente sterminare questo popolo in quanto tale!” - hanno abbondantemente messo in discussione la comoda scusa di una Wehrmacht buona a fronte delle cattive Ss. 
La tesi perciò che vuole i tedeschi consapevoli a poco a poco di stare combattendo una guerra mirata al genocidio è difficilmente confutabile. Che impatto, tuttavia, ha avuto sulla gente comune una simile consapevolezza? In che maniera la guerra influì sul loro modo di vedere il genocidio? Il diffuso timore, nell’estate 1943, che la Germania non sarebbe riuscita a sottrarsi alle conseguenze di una spietata guerra razziale, di cui era stata essa stessa fautrice, ha avuto un peso rilevante nella mobilitazione generale dei tedeschi. 
Il libro di Nicholas Stargardt La guerra tedesca. Una nazione sotto le armi 1939-1945 (Neri Pozza, pagg. 814, euro 25,00) tradotto dal tedesco a cura di Filippo Verzotto, espone in maniera convincente e articolata le motivazioni che spinsero la gente comune in Germania a combattere la più terribile guerra della storia. 
“Questo libro rappresenta il coronamento di un periodo di poco più di vent’anni durante i quali ho tentato di comprendere l’esperienza di coloro che vissero in Germania e sotto l’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale” scrive l’autore, docente di storia contemporanea al Magdalen College di Oxford nella prefazione. 
Opera imponente, frutto di un decennale lavoro condotto su una sterminata massa di materiali - i rapporti delle spie del regime, quelli della censura militare, le raccolte di lettere fra amanti, amici stretti, genitori e figli e coppie sposate - questo volume intreccia magistralmente gli eventi bellici con le vicende personali del popolo tedesco in guerra ed offre al lettore uno dei più importanti libri sulla Germania nazista che siano mai stati scritti.

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