Cultura

Fra le pieghe di vita di Gesualdo da Genosa, Caravaggio, Alessandro Stradella, Amedeo Modigliani e Antonio Ligabue

Cinque geni senza tempo raccontati alla sua maniera da Vito Molinari, un pezzo da novanta (anche negli anni, visto che è nato nel 1929) del nostro piccolo schermo. E non solo


07/06/2021

di CATONE ASSORI


Vito Molinari, un pezzo di storia della nostra televisione. Un giovane più di cervello che di anni - essendo nato a Sestri Levante, in provincia di Genova, il 6 novembre 1929 - che si propone all’insegna di una robusta piacevolezza narrativa, in abbinata a un garbo fuori dal comune nell’addentrarsi fra le pieghe del suo ricco passato. Divertendosi nel far divertire l’interlocutore raccontando aneddoti e curiosità su un lungo spaccato di vita che purtroppo, complice anche le restrizioni legate alla pandemia, si è andato perdendo per strada. 
Un pezzo da novanta del piccolo schermo che la televisione italiana l’aveva tenuta a battesimo il 3 gennaio 1954, per poi confermarsi protagonista di primo piano dirigendo, nell’arco di mezzo secolo, oltre 2.000 trasmissioni, alcune delle quali indimenticabili: come Un, due, tre con Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello; L’amico del giaguaro con Gino Bramieri, Marisa Del Frate, Raffaele Pisu e Corrado; La via del successo con Walter Chiari e Carlo Campanini; Quelli della domenica, che aveva visto spiccare il volo personaggi del calibro di Paolo Villaggio, Cochi e Renato, Enrico Montesano e via dicendo. 
E poi il Delia Scala Story, TuttoGoviMacario story, per non parlare della celeberrima Canzonissima del 1962 con Dario Fo e Franca Rame, sospesa dalla censura nel 1962. Stessa sorte che aveva peraltro subìto il citato programma con Tognazzi e Vianello per via di una battuta di troppo (che oggi non dispiacerebbe a nessuno). 
Lui che ora torna in libreria, cambiando nuovamente registro dopo aver dato alle stampe lo scorso anno a Paolo Fregoso, genovese (un personaggio - arcivescovo, cardinale, tre volte doge, cinque figli con due donne, diversi bastardi, uomo d’armi, pirata, ammiraglio della Santa Sede, due volte papabile - al quale Molinari ha regalato un sapido ritratto sullo sfondo di una Genova inquieta e rissosissima), con Vite maledette (Giammarò edizioni, pagg. 164, euro 18,00). Un saggio che si legge come un romanzo dedicato a cinque autobiografie apocrife di artisti maledetti, geni privi del dono di saper vivere. Uomini irregolari della vita, depressi, folli, assassini, assassinati. 
Ovvero Gesualdo da Venosa (1566-1613), principe dei musici, genio senza tempo, assassino della moglie fedifraga e del suo amante, perseguitato dal rimorso; Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (1573-1610), un uomo senza cultura ma pittore sommo. Un genio, certo, oltre che un rissoso assassino; Alessandro Stradella, “il Caravaggio della musica” (1643-1682), donnaiolo impenitente, “L’Orfeo assassinato” da sicari per vendetta; Amedeo Modigliani (1884-1920), l’“artista romantico e maledetto”, principe della vita bohèmienne, corteggiatissimo e morto drogato. Infine Antonio Ligabue (1899-1965), ovvero “Al matt”, il matto. Il folle genio la cui arte naif si sarebbe impregnata di espressionismo tragico. A fronte di una vita pazza tra pennelli e manicomi. 
Un lavoro, quello che proponiamo, nel quale la penna intrigante di Vito Molinari si fa carico di cinquecento anni di storia e di arte italiana. Giocando fra le pieghe di cinque geni che si raccontano in prima persona partendo dall’episodio chiave delle loro esistenze: assassinii, risse, fughe, amori, morti tragiche. Uomini, come scrive Andrea Tarabbia, premio Campiello 2019, nella prefazione, “vissuti male, morti peggio; che scrivono la propria vita oltre la vita. E non c’è quasi nulla di più straordinario, e di più letterario, di questo”. 
Come da note editoriali, Molinari “coglie i suoi irregolari in un momento liminare: vale a dire quando sono appena morti, ma hanno ancora voglia di dire la loro, di fare polemica. Togliendosi magari qualche sassolino dalla scarpa, ma con l’intento puro del narratore che può togliersi ogni velo e ogni sfizio”. 
Il tutto supportato da una ulteriore prelibatezza al seguito: le eloquenti immagini a colori dei capolavori legati ai pennelli geniali di Caravaggio, Modigliani e Ligabue. Una luce per gli occhi, una delizia per il cuore. 
Detto del libro, meritevole di attenzione, torniamo ai trascorsi del nostro geniale interprete dell’intrattenimento. Vito Molinari, appunto, ricordando che non è nuovo agli scaffali: ha infatti già dato alle stampe, fra l’altro, un testo sul cinema muto, Il teatro del silenzio; uno sulla vita di Totò, Centodieci e lode, in coppia con Angela Luce; la commedia Meneghino e Moncalvo contro i tiranni; La vita è una barzelletta per Enrico Beruschi, mentre con lo chansonnier Gian Gilberto Monti ha scritto e diretto spettacoli sulle canzoni satiriche e sui cantautori francesi. 
Un passo indietro. Vito Molinari aveva debuttato come prima guida, nel 1953 a Genova, del Teatro dei Burattini gestito dalla suocera. E sempre in teatro avrebbe diretto, negli anni seguenti, una sessantina di operette, spettacoli di prosa e di rivista, spesso proponendosi anche come coautore. Lui che, per non farsi mancare nulla, aveva prodotto, con la casa musicale F.lli Meazzi-Milano, quattro 45 giri di favole musicate e recitate con la partecipazione di Paolo Poli, Adriana Innocenti e Renzo Montagnani. Dischi che in breve andarono esauriti. 
Insomma, da un simile personaggio ci si sarebbe aspettato “una parola autorevole sulla storia della televisione dai suoi inizi ad oggi”. E Molinari lo avrebbe fatto per vie traverse, dando alle stampe Carosello… e poi tutti a nanna. 1957-1977: i vent’anni che hanno cambiato l’Italia, a sua volta edito da Gammarò edizioni. Un lavoro informatissimo e ricco di curiosità in quanto Molinari aveva diretto oltre 500 dei 35.000 “siparietti” andati in onda (ai quali vanno aggiunti 300 Cinebox). 
Un libro, ne abbiano già parlato, che si rapporta con uno spaccato di vita osservato da un punto di vista privilegiato: quello di una piccola trasmissione - ogni sera attesissima da grandi e piccini (E dopo Carosello tutti a nanna, una frase che inizialmente corrispondeva al vero, ma che nel tempo sarebbe diventata una citazione) - che ha influito come pochi altri spettacoli sul nostro costume. Attirando peraltro l’attenzione degli osservatori di mezzo mondo.

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