Cultura

Fra le macerie psicologiche del presente e il buio del Medioevo

Due donne protagoniste, per i tipi di leggereditore, di altrettante storie ricche di tensioni, colpi di scena e vendette: quelle proposte dall’olandese Nova Lee Maier e dalla romana Giulia Abbate


29/04/2019

di Arne Lilliput


“Leggereditore”, marchio di proprietà della Sergio Fanucci Communications, è una casa editrice relativamente giovane (il suo debutto risale al 2010), nata con lo scopo di puntare sulla letteratura femminile, ovvero su libri scritti da sole donne anche per le donne. Non a caso tutti i titoli in catalogo risultano firmati dall’altra metà del cielo, all’insegna di un ventaglio di novità che spazia sui più variegati generi. Così si va dalla storia all’erotismo, strizzando peraltro l’occhio al paranormale, all’avventura, al romance, al new-adult, ma anche alla letteratura tout-court. 
Il tutto a fronte di autrici di un certo spessore, fra le quali citiamo Nora Roberts, Lara Adrian, Kresley Cole, Lisa Kleypas, Mary Balogh, Larissa Ione, Dawn French, Colleen Hoover e, proposta fresca di stampa, l’olandese Nova Lee Maier, pseudonimo (ma non è il solo) di Esther Verhoef, nata il 27 settembre 1968 a ‘s-Hertogenbosch (capoluogo della provincia del Brabante settentrionale). Una scrittrice che solo nel suo Paese ha venduto quasi due milioni e mezzo di copie: una enormità se si considerano gli appena sei milioni e rotti di abitanti dei Paesi Bassi. 
Nova Lee Meier, si diceva, della quale viene ora proposto ai lettori italiani La balia (pagg. 267, euro 17,00, traduzione di Chiara Bringhenti), un thriller psicologico sulla fragilità femminile datato 2014, “avvincente quanto tenebroso”, che si nutre di forza di volontà e sete di vendetta, colpi di scena e atmosfere ricche di tensione. Un lavoro peraltro raccontato all’insegna di una sottile perfidia, tipica del genere femminile. 
Ma chi è in realtà questa autrice? Una penna che, dopo aver dato alle stampe le sue prime cose sulla rivista Flair, avrebbe dilagato nella narrativa dedicata agli animali domestici con una lunga serie di libri informativi (spesso corredati da fotografie da lei stessa scattate) che sarebbero stati tradotti in una ottantina di Paesi. 
Salvo poi debuttare nel 2003, con altrettanto successo, nella narrativa gialla con il premiato romanzo Onrust, in men che non si dica tradotto in tedesco, seguito tre anni dopo dal thriller psicologico Rendez-vous, approdato agli onori del grande schermo per la regia di Antoinette Beumer, e quindi da Close-up ed Everything to Lose. E da allora in poi non si sarebbe più fermata, collezionando riconoscimenti e altre “riduzioni” cinematografiche. 
Detto questo, spazio alla sinossi di Close to the Cradle, questo il titolo originale del libro del quale stiamo parlando. Costretta a letto in seguito al difficile parto della sua prima figlia, Didi accoglie con gioia l’assistenza della bella e brillante Hennequin, l’infermiera di maternità che la aiuta nei giorni successivi alla nascita della piccola. In effetti, dopo la gioia del parto, a tenere banco, nella neo-madre, è il timore di non essere all’altezza di far fronte alle aspettative. Ecco quindi che un supporto come si conviene rappresenta la sua via d’uscita. Tanto più che la convalescenza si propone lunga e dolorosa. La qual cosa la rende sempre più dipendente dall’infermiera. Anche se, nella realtà, le intenzioni della donna non sono purtroppo quelle che sembrano: Hennequin (che pure regala sicurezza) nasconde infatti un terribile segreto che affonda le radici in un lontano passato. E adesso sembra decisa a chiudere il cerchio. 
Insomma, gatta ci cova. Fortunatamente c’è qualcuno che sembra rendersi conto di quanto sta succedendo: è Miriam, una giovane poliziotta di Rotterdam che, con l’aiuto di un detective americano, inizia a scavare sul passato di Hennequin portando alla luce dettagli inaspettati quanto inquietanti. Arrivando peraltro a sospettare che dietro quella sua patina di perfezione si nasconda una pericolosa psicopatica. Per questo comincia a pedinarla e, quando scopre che lavora a casa di Didi, si rende conto che la sua presenza risulta legata a un piano diabolico… Detto questo, una sola domanda: riuscirà la tenace e instancabile poliziotta a farsi carico e a ostacolare le sue inquietanti intenzioni? 
In sintesi: una storia spasmodica, imparentata con l’angoscia; un continuo turbinio di emozioni che investe chi legge come un treno in corsa, all’insegna di una paura inconscia per quello che potrebbe succedere alla neonata e a sua madre. E poi una lettura che, avendo a che fare con ben collaudati meccanismi, corre via veloce. Piacevolmente veloce. Ma facendo anche soffrire… 


Di tutt’altra farina risulta impastato La cospirazione dell’inquisitore (pagg. 348, euro 16,00), un romanzo firmato da Giulia Abbate che si rifà a una storia ambientata fra le insidie e i venti di guerra del burrascoso Medioevo italiano. Un canovaccio peraltro incentrato sulla figura di una donna per certi versi unica, ovviamente in rapporto ai tempi, in quanto “non si piega al suo destino e lotta per un futuro migliore”. Il tutto supportato da adeguati colpi di scena e, perché no, anche da rapporti sentimentali “illeciti”. Sì, perché in scena incontreremo anche una storia d’amore legata a due protagonisti indimenticabili. 
Per la cronaca Giulia Abate è nata a Roma nel 1983, anche se dal 2004 vive a Milano con il marito, i loro due figli e una gatta. Lei che - da sempre lettrice seriale e scrittrice precoce (“Avevo iniziato a inventarmi fiction quando avevo undici anni”) - si sarebbe portata a casa una laurea in materie editoriali; lei che si propone come “editor e coach di scrittura”, oltre che come cofondatrice nel 2007 - assieme all’amica Elena Di Fazio - di Studio 83, un’agenzia di servizi letterari che “aiuta autori e autrici indipendenti a scrivere felicemente e a pubblicare bene”; lei che aveva debuttato sugli scaffali nel 2011 con l’antologia di racconti fantascientifici Lezioni sul domani per poi arrivare, cinque anni dopo, al suo primo romanzo intitolato Nelson. Ferma restando una sua considerazione: “Tratto il filone fantastico alla stregua di una denuncia sociale, volta peraltro a scoprire come diventare migliori superando contraddizioni, difficoltà e difetti”. 
Ma veniamo alla trama de La cospirazione dell’inquisitore, un lavoro che, sempre a detta dell’autrice, si basa su “un’indagine per lo più storica, non nella costruzione di altri mondi ma nella ricostruzione di un mondo specifico, che appartiene comunque alla nostra storia. E che può comunque rivelarci qualcosa di noi”. 
Cosa succede è presto detto: all’alba del XIV secolo, “in un feudo isolato tra i boschi della marca papale, la vita della giovane vedova Elisa è sull’orlo del baratro. La sua più cara amica Gisella è stata arrestata con l’accusa di stregoneria, e l’infamia rischia di coinvolgere anche lei. Sopravvissuta a un’infanzia luttuosa, vedova dell’antico signore del feudo e madre di una figlia nata già orfana, secondo il buonsenso Elisa avrebbe dovuto lasciare tutto per entrare in convento”. 
Lei invece resiste, con la speranza di un futuro migliore. “E quando nel feudo arriva un potente inquisitore papale, la sua speranza si fa più concreta. Riccardo appartiene infatti a un nobile casato milanese e prima di diventare frate domenicano era stato un uomo d’armi oltre che di mondo. L’attrazione tra i due scoppia inesorabile, ma per l’inquisitore i dubbi sono all’ordine del giorno: da lui dipendono infatti la vita o la morte di Elisa, e niente e nessuno potrà condizionare le sue decisioni. Riuscirà allora Elisa a scalfire il suo cuore indurito e a trovare in lui un alleato contro il destino che sembra tramarle contro?”.

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