Cultura

Fra i ricordi, i dolori, i rimpianti e i silenzi di un Afghanistan, bello e meraviglioso, devastato dalle guerre

Dalla penna di Ortensia Visconti un romanzo che è un inno alla libertà. Raccontato attraverso gli occhi di una ragazzina che, per salvarsi dalla violenza, arriva su un barcone sulle nostre coste per poi approdare a Roma, dove incontrerà “il maestro”, un artista vecchio e stanco. Ma anche il suo ultimo legame con il passato…


14/04/2020

di Valentina Zirpoli


Ha un cognome importante, Ortensia Visconti. È infatti la nipote del celebre regista Luchino. “Ed è stata una fortuna - tiene a precisare - anche se avrei seguito percorsi diversi”. In effetti, nata nel mondo del cinema, avrebbe trascorso la sua vita da tutt’altra parte. Dapprima studiando Letteratura francese e comparata alla Sorbona di Parigi e poi fotogiornalismo sotto il Big-Bang - città dove vive da nove anni - alla London School of Photojournalism. Iniziando a collaborare, appunto come fotografa (le sue immagini sono state esposte sia a Roma che a Parigi), per il Washington Post, lavoro in seguito allargato a reportage scritti anche per Il Messaggero e la Repubblica
Una strada che l’avrebbe portata a “frequentare” per dieci anni le zone più calde del pianeta. Dapprima come reporter in Algeria per il Washington Post, quando il Paese era ancora alle prese con la guerra civile, quindi come inviata in Palestina e, a seguire, in Algeria e Iraq, Pakistan e Afghanistan (e qui avrebbe documentato sia la caduta di Kabul che la risposta americana all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre). Complice peraltro una grande madre che, pur avendo paura per lei, si era ben guardata dal dirglielo, lasciandola libera di andare. In altre parole “un bellissimo gesto d’amore”. 
E come scrittrice? Oltre a diversi racconti pubblicati su Nuovi Argomenti, su The Erotic Review e nell’antologia Desire: 100 of Literatur’s Sexiest Stories, aveva debuttato nel 2004 con il romanzo Stregonesco, seguito nel 2013 da L’idée fixe (raccolta di dodici racconti, pubblicata in Francia, legati ad altrettante città viste attraverso l’obiettivo del sesso, della globalizzazione, della libertà e della politica). Che altro? Un documentario (Fidelity, dedicato all’isola di Cuba dopo la morte di Fidel Castro), presentato al Festival del cinema di Londra, del quale è stata co-regista, co-sceneggiatrice e produttrice. 
E ora eccola di nuovo sugli scaffali con Malalai (Rizzoli, pagg. 348, euro 19,00), un romanzo che si rifà a un nome preso in prestito da un’eroina afghana che nel 1880 aveva combattuto contro gli inglesi “recitando versi ai soldati e tenendo loro alto il morale”. Un appiglio per parlare delle donne afghane che lottano per la libertà, ma anche per raccontare l’immagine inedita di un Paese devastato dalle guerre. Prendendo spunto dai Buddha di Bamiyan, distrutti dai talebani nel 2001. Una vergogna che l’autrice ha toccato con mano, “piangendo” fra i resti di quei pezzi di storia, a suo dire “il limite estremo dell’orrore”.     
Ma chi è Malalai? Intanto non è un personaggio reale, anche se si rifà a una ragazzina di nome Hanifa che, quando l’autrice era in Afghanistan, la seguiva ovunque. Di fatto una diciassettenne fuggita da Kabul, i cui genitori erano archeologi (e la loro storia era nata proprio a Bamiyan), arrivata in Italia da clandestina. E Malalai e sua madre, Bibi, sono i due personaggi forti della storia. Bibi, la femminista islamica che girava su una motocicletta vestita da uomo, con il volto scoperto e con la testa rasata. Inaccettabile per la gente del posto. E così Malalai (che sua madre non l’ha mai conosciuta, visto che era morta quando lei aveva solo tre mesi) dovrà fuggire, perché a volte il passato torna a farsi carico del presente. 
Ma veniamo alla trama. Siamo nel maggio 2006, nel Mar di Sicilia, fra “cavalloni che si inseguono”. Su uno dei barconi carichi di disperati, in cerca di una vita migliore, c’è Malalai: una ragazza coraggiosa, uno spirito libero. Il suo nome - come accennato - è quello di un’eroina leggendaria. E anche se è nata in un Paese dilaniato dalla guerra civile, si porta nel cuore il ricordo di un Afghanistan diverso, un posto magico in cui il silenzio degli umani lascia spazio all’ombra allungata dei melograni in fiore, al canto degli uccelli nel mercato di Ka Faroshi, alle distese di pistacchi e di asfodeli gialli, alle cime innevate che si intravedono in lontananza. 
Salto temporale e di immagine. Siamo nel luglio 1997 nella provincia di Zabul, in Afghanistan. E lì che è cresciuta sua madre Bibi, ed è a lei che pensa ogni volta che ha bisogno di farsi coraggio. Adesso che a Kabul le strade sono piene di cenere e di uomini armati vestiti come corvi, “cattivi come solo in Afghanistan e nelle favole”, di coraggio ne serve tanto. Bisogna quindi fuggire, sottrarsi a un destino segnato. Ed è suo padre a procurarle un nome e un indirizzo: a Roma abita infatti un amico, un vecchio libertino nonché artista fuori dalle righe che tutti chiamano “il maestro”. È l’ultimo legame con il passato, l’ultimo custode della memoria di Bibi. Un uomo anziano, stanco, se vogliamo anche graffiato dalla vita. E Malalai dovrà andare, per sopravvivere, proprio da lui. 
Per farla breve, sarà attraverso il rapporto che si instaurerà fra i due, distanti anni luce l’uno dall’altra, che la nostra Malalai riuscirà a maturare, a prendere coscienza del proprio passato, a far incontrare finalmente Oriente e Occidente, a rapportarsi - anche grazie al racconto del maestro, una volta lasciate alle spalle le nuvole nere della nostalgia - con il ruolo di donna libera. 
Che dire: una lettera d’amore all’Afghanistan e sull’Afghanistan, “un Paese meraviglioso” raccontato con una forza e una gentilezza non comune; una storia che si legge d’un fiato, a fronte di un’idea che l’autrice si portava dentro da un sacco di anni, ma che non si decideva ad affrontare. Con sentiti ringraziamenti al seguito, in prima battuta, alla scrittrice pachistana Fatima Bhutto, perché - a detta della nostra autrice - ha fatto “qualcosa di incredibile: un raro lavoro di editing interlinguistico, raffrontandosi con il mio cocciuto italo-inglese, spingendomi a credere in quello che stavo facendo. Illuminando peraltro il testo con la sua intelligenza preziosa”. 
In buona sostanza un lavoro che induce alla riflessione e che merita di essere assaporato, gustato. Perché le esperienze - e le ultime traversie legate al Coronavirus ce lo hanno fatto brutalmente capire - insegnano. E di quel che succede, nel bene e nel male, bisogna sempre e comunque tenerne conto.

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