Prima pagina

Fra Usa e Cina scontro per il primato mentre l’Europa è divisa dalle contrapposizioni

Gli Stati Uniti, secondo l’economista Walter Sperb, vogliono difendere lo status di potenza mondiale non tanto con alleanze strategiche, ma facendo debiti grazie alle banche centrali che mantengono artificialmente bassi i tassi d’interesse. E l’Ue? Potrebbe contare di più, a patto che i Paesi membri…


03/05/2021

di Giambattista Pepi


Walter Sperb

Molti europei potrebbero essere rimasti delusi nel constatare che la politica americana verso la Cina non è cambiata con Joe Biden, in quanto il nuovo presidente persegue lo stesso scopo: essere primi. Il conflitto non è solo una disputa economica, ma anche una competizione tra due sistemi politici e culturali. Di fatto l’Unione europea, se fosse unita, conterebbe di più, ma così com’è non ha voce in capitolo. 
Parola di Walter Sperb, economista e strategista per il mercato italiano di Flossbach von Storch Invest S.A. (fondata nel 2012 come società per azioni di diritto lussemburghese gestisce fondi d’investimento aperti al pubblico e fondi riservati a privati facoltosi e a investitori istituzionali), dopo aver lavorato per circa 40 anni al Credit Suisse
Lui che in questa intervista ci spiega cosa si nasconde dietro al duro confronto tra Washington e Pechino e perché l’Ue non può ambire al ruolo di grande potenza in quanto paralizzata dalle divisioni degli Stati membri.

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina continua anche con il presidente Joe Biden. L’Europa è rimasta disorientata. Cosa significa questo? 
Di recente molti europei potrebbero essere rimasti delusi nel constatare che Joe Biden non è esattamente il presidente che tutti si aspettavano solo qualche mese fa. Ovvero il “salvatore” che non solo unifica un Paese diviso ma che riappacifica il mondo intero, risolvendo tutti i conflitti. Questa aspettativa, perdonate il giudizio severo, era ed è purtroppo ingenua e nasce dalla supposizione “avventata” che i governi non agiscono mai in un’ottica di politica del potere. Solamente perché i politici europei o, almeno, molti di loro, sembrano aver dimenticato tale ottica, non significa che questo debba valere anche per i rappresentanti di altre nazioni. Di certo non per gli americani e nemmeno per i cinesi.

Ci faccia un esempio. 
Lo ha dimostrato lo scontro diplomatico aperto tra gli alti vertici di entrambe le parti in occasione del summit di Anchorage, in Alaska. Si potrebbe dire quindi che per il mondo sembra essere irrilevante chi siede alla Casa Bianca. Il nuovo governo può anche cambiarle nome, ma la dottrina rimane la stessa: “America First”!

Biden si fa promotore di interessi preponderanti? 
All’apparenza Biden può sembrare una persona molto più colta, affidabile e conciliante di Trump. Ma a conti fatti anche lui persegue per il Paese interessi tangibili bipartisan, riassumibili nel rimanere una potenza mondiale e tenere la Cina a distanza: a qualunque costo, o quasi. Ecco perché lo scambio di accuse in Alaska non dovrebbe stupire: è stata semplicemente l’ennesima espressione di un conflitto che accompagnerà il mondo ancora per un po’.

Le questioni politiche si ripercuotono sugli investimenti? 
Ci sono questioni prettamente politiche che, a lungo andare, diventano rilevanti anche per gli investitori, come la corsa allo status di potenza mondiale con tutti i suoi annessi e connessi. La domanda piuttosto è: quale dei due concorrenti ha stilato il piano più efficace, la Cina o gli Stati Uniti? Per come è stata e viene gestita, la pandemia di coronavirus offre un quadro lampante dei due blocchi di potere. Il conflitto in atto, infatti, non è solo una disputa economica, ma anche una competizione tra due sistemi politici e culturali.

La Cina agisce con astuzia. 
La Cina è riuscita a contenere rapidamente il Covid-19, in particolare attraverso restrizioni massicce, ma applicate con costanza sin dall’inizio della pandemia. I cinesi hanno tollerato e assecondato i dettami di Pechino: avevano altra scelta? Il sistema monopartitico è un vantaggio competitivo? Per quanto poco auspicabile, sembrerebbe proprio così. In ogni caso, il piano della Cina di ergersi a Paese da cui dipende il resto del mondo è astuto. Pechino si sta proponendo e affermando come un partner commerciale affidabile, fedele al motto: “I miei interessi sono anche i tuoi”.

Divide et impera («Dividi e conquista»): è un motto latino, attribuito a Filippo il Macedone, con cui si vuole significare che la discordia dei popoli soggetti giova a chi vuol dominarli. In questo caso la Cina non domina, ma influenza numerosi Paesi del mondo e li attira dalla sua parte. 
Già. Per il governo di Pechino è meglio prevenire che curare. In un’ottica di lungo termine, una fitta rete di relazioni commerciali priva gli avversari dell’arma delle sanzioni, che colpirebbero sia il colosso asiatico che tutti i suoi partner in affari. Sarebbe un po’ come tirarsi la zappa sui piedi. In sostanza, sarebbe molto difficile vincere una “guerra fredda” economica contro la Cina.

Gli Stati Uniti stanno uscendo ora dal tunnel della pandemia, l’economia si sta riprendendo, hanno rinsaldato i rapporti con i tradizionali alleati europei e asiatici per poi tornare a scagliarsi contro la Cina. 
Gli Stati Uniti sono stati considerati per diverso tempo dei “perdenti” della pandemia, visto che l’ex presidente Donald Trump ha sempre avuto un atteggiamento negazionista riguardo al virus, salvo per il fatto che provenisse dalla Cina. Joe Biden, al contrario, ha fatto della lotta al Covid-19 la massima priorità del suo ancora giovane governo. Il suo strumento più importante per sostenere l’economia nazionale: i soldi. Tanti soldi, per rinnovare e costruire infrastrutture e recuperare punti nella competizione con la Cina, rafforzando così la “posizione degli Usa”. 
In altre parole gli Stati Uniti stanno cercando di preservare il loro status di potenza mondiale non tanto con alleanze strategiche, ma, soprattutto, accumulando debiti. Abbiamo calcolato gli aiuti e i sussidi concessi pro-capite dal governo americano nelle ultime settimane e mesi: finora il totale ammonta a 30.000 dollari di nuovi debiti per ogni lavoratore americano per ammortizzare l’impatto del coronavirus. Una cifra dissennata, soprattutto se confrontata col reddito medio pro-capite, che negli Stati Uniti è di circa 50.000 dollari l’anno. Ed è qui che si solleva una questione importante per gli investitori, ossia il finanziamento a lungo termine del debito, che sarà molto più massiccio di quanto già non fosse, una volta superato il coronavirus.

Chi pagherà tutti questi aiuti e incentivi? Li pagheranno gli americani o la comunità internazionale? 
Alla fine, chi rimane sono ancora una volta le banche centrali. Pacchetti così generosi non sarebbero possibili senza i bassi tassi d’interesse. È bene dunque non sopravvalutare l’aumento dei rendimenti obbligazionari osservato di recente negli Stati Uniti e anche in altre parti del mondo. Esso è alimentato dal crescente ottimismo sulle prospettive economiche e dalle aspettative inflazionistiche che lo accompagnano. A nostro parere l’aumento dei tassi d’interesse, di cui si discuteva diversi anni fa e che non si è mai concretizzato, non ci sarà nemmeno questa volta, nonostante le rinnovate preoccupazioni al riguardo. Il che non esclude un possibile rialzo temporaneo dei rendimenti obbligazionari che, anzi, ci sarà ripetutamente, ma a nostro avviso non sarà né potrà mai essere duraturo.

E la “vecchia” Europa da che parte starà? 
Gli Stati Uniti sono tornati a influire sull’Europa. La politica di Biden rilancia l’approccio multilaterale rispetto a quella di Trump, che ha invece portato il suo Paese all’isolamento internazionale, dando di fatto più spazio alle pretese egemoniche della Cina. Come peraltro si è visto con l’accordo firmato nel novembre 2020 dalla Cina con quattordici Paesi, tra cui Corea del Sud e Giappone. Questo accordo ha dato vita al Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), il più importante patto commerciale della Terra, poiché intercetta il 30% dell’economia e della popolazione globale e raggiungerà 2,2 miliardi di consumatori. 
Gli Stati Uniti sono assenti sia dal Rcep che dal Tpp (il Trans-Pacific Partnership: il gigantesco accordo commerciale siglato alla fine del 2015 da dodici paesi delle due sponde dell’Oceano Pacifico). Tpp che era stato voluto dall’ex presidente Barak Obama e dal quale Trump fece ritirare gli Usa il 24 gennaio 2017. In pratica lasciando l’economia più grande del mondo fuori da queste due intese commerciali che abbracciano le regioni in più rapida crescita della terra. 
Di fatto il Rcep potrebbe aiutare Pechino a ridurre la sua dipendenza dai mercati e dalla tecnologia d’oltremare, un cambiamento accelerato da una frattura appunto sempre più profonda con Washington. Ma per tornare alla sua domanda, devo dirle che l’Europa non si muove in una logica unitaria: ogni Paese persegue la propria politica. Da molto tempo ormai i rapporti tra Washington e le cancellerie europee non sono più comparabili con quelli che si ebbero fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e alla scomparsa dell’Unione Sovietica. 
La guerra fredda è finita molti anni fa, il mondo non è più diviso in due blocchi, con due potenze egemoni, come erano in passato l’Unione Sovietica per il blocco dell’Europa Orientale e gli Stati Uniti per quello che riuniva gli Stati occidentali. Oggi il mondo non è più bipolare, ma multipolare: ci sono anzitutto gli Stati Uniti e la Cina, che sono antagonisti e in competizione tra di loro, la Russia che è una potenza decaduta, ma che vuole recitare un ruolo non secondario sullo scenario internazionale, e ci sono altre potenze che operano per lo più su scala regionale: come India, Indonesia, Israele, Iran, Arabia Saudita, Brasile. 

E l’Europa? 
Sarebbe meglio chiamarle Europe. Perché l’Unione Europea non è ancora una confederazione di Stati, ma un’organizzazione sovranazionale che ha sì delle istituzioni comunitarie, che si formano con il contributo dei 27 Stati membri, ma non è unita essendo fortemente condizionata dagli Stati nazionali, che da quello che si vede non vogliono affatto che cresca. Inoltre è priva di una politica estera e di difesa comune. Non ha un bilancio unitario, non ha legislazioni comuni in materia tributaria, fiscale, processuale e così via.

Insomma, contano più gli Stati dell’Unione Europea? 
Sì, è così. È un’amara verità, ma è così. Lo si è visto lo scorso anno quando fu varato il programma del Next Generation Eu per fornire attraverso il mercato i fondi necessari agli Stati per risollevarsi dai danni subiti dalla crisi causata dalla pandemia emettendo titoli di debito garantiti dal Bilancio comunitario. Veti e contrapposizioni tennero banco per settimane, poi si giunse a un onorevole compromesso tra i cosiddetti Paesi parsimoniosi, chiamati “frugali” (Olanda, Austria, Finlandia e così via) e gli altri (Francia, Italia, Spagna, Grecia), grazie all’iniziativa assunta congiuntamente dal presidente francese Emmanuel Macron e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Ma il fuoco del malcontento cova sempre sotto la cenere. E in qualsiasi momento può tornare a divampare e a dividere.

E così? 
Così l’Europa non può andare da nessuna parte. La strada è obbligata: occorre dare più sovranità all’Uee e toglierne un po’ agli Stati, altrimenti l’Ue funzionerà sempre a scartamento ridotto. E, quindi, ben difficilmente potrà assurgere al rango di grande potenza, e in qualche modo interporsi al confronto tra Usa e Cina. Saranno, semmai, i singoli Paesi europei, la Germania, la Francia e anche la Spagna, a far sentire la loro voce, non certo l’Europa.

(riproduzione riservata)