Fisco & Cittadini

Fisco: la prima semplificazione da fare? Quella di rispondere alle richieste dei cittadini

Indispensabile ascoltare i contribuenti che chiedono di annullare gli atti sbagliati. È infatti inaccettabile che gli uffici rimangano in silenzio, gonfiando in questo nodo, spesso e inutilmente, il contenzioso


06/07/2020

di Salvina Morina e Tonino Morina


La semplificazione fiscale promessa si è spesso rivelata una complicazione reale. Lo dimostra il fatto che da più di 30 anni si parla di semplificare il sistema fiscale, ma la confusione è in continuo aumento. Confusione che è ormai arrivata a livelli insostenibili ed inaccettabili, per tutti, cittadini e uffici compresi. Se è vero che, finalmente, si vuole veramente semplificare, la prima cosa da fare è quella di obbligare gli uffici a rispondere alle richieste dei cittadini. Gli uffici devono ascoltare i contribuenti che chiedono l’annullamento in autotutela degli atti sbagliati. È perciò inaccettabile che gli uffici rimangano in silenzio, gonfiando spesso e inutilmente il contenzioso. Il silenzio è peggio di una risposta negativa. 
La norma non rispettata dagli uffici - In verità, esiste una norma che impone agli uffici della pubblica amministrazione di concludere entro trenta giorni il procedimento attivato dal cittadino. Le disposizioni sulla trasparenza amministrativa, articolo 2, comma 1, della legge 7 agosto 1990, n. 241, prevedono infatti che <<la pubblica amministrazione ha il dovere di>> concludere il procedimento <<mediante l’adozione di un provvedimento espresso>> e che, di norma, il procedimento si deve concludere entro 30 giorni. Ma questa norma non è considerata da alcuni uffici, che ancora trattano i contribuenti come dei “sudditi” che devono sottostare al “volere – potere” degli uffici. 
Il Fisco “amico” a parole, grande “nemico” nei fatti - La verità è che l’autotutela in campo fiscale appartiene al passato. Così come si parla sempre di Fisco amico, ma spesso la realtà è diversa. Se è vero però che il Fisco deve essere amico dei cittadini, occorre proprio ripartire dall’autotutela, con una norma semplice che imponga agli uffici di rispondere alle istanze dei cittadini. Perché l’autotutela, così com’è, senza obbligo di risposta in tempi certi, serve a poco. L’autotutela è lo strumento che, in materia tributaria, impiega il cittadino per farsi ascoltare dagli uffici quando ritiene di avere subito un’ingiustizia. Per una giusta autotutela, gli uffici devono anche ricordarsi della regola non scritta, ma sempre valida, del buon senso. Basta con i formalismi inutili. I cittadini, quando ricevono una comunicazione da parte del Fisco, che inizia sempre con le parole “Gentile contribuente...”, vanno subito nel panico. E lo stesso capita quando l’ufficio invita il cittadino a presentarsi con la documentazione contabile, perché sarà esaminata con un’attenzione esagerata, alcune volte maniacale, alla ricerca del pelo nell’uovo. 
Gli uffici devono ascoltare e rispettare i cittadini - Prima di emettere accertamenti infondati con numeri esagerati, gli uffici devono considerare anche la grave crisi economica, aggravata dall’emergenza coronavirus. Per evitare inutili e defatiganti contenziosi, è necessario adottare atti di autotutela non solo su richiesta del contribuente ma, se ne sussistono i presupposti, anche d’iniziativa dello stesso ufficio per assicurare adeguati canoni di buona amministrazione. 
Con la confusione fiscale di questi tempi, ormai arrivata a livelli insostenibili ed intollerabili, sicuramente i peggiori degli ultimi 20 anni, gli uffici, pur di raggiungere gli obiettivi in tema di accertamento, controlli, verifiche ed altro, approfittano di qualsiasi errore del contribuente, anche se in contrasto con le promesse più volte fatte dai vertici dell’agenzia delle Entrate che parlano di un Fisco amico e leale. Belle parole, ma nei fatti non è così. Inoltre, dopo la sentenza 37 del 17 marzo 2015, della Corte costituzionale, che ha “cancellato” i dirigenti nominati senza concorso, la macchina fiscale è quasi ferma. 
Dopo la sentenza, ormai di oltre cinque anni fa, gli uffici, a fronte di circa 1.100 dirigenti necessari, ne dispongono meno di 250, visto che 800, i cosiddetti “incaricati”, sono decaduti in quanto dichiarati illegittimi e altri 50 circa, dal 17 marzo 2015, sono andati in pensione. Insomma, il Fisco si è fermato e gli evasori ringraziano. E’ però arrivato il momento di dire veramente basta all’eterna guerra tra guardie (Fisco) e ladri (contribuenti). Ci vuole più lealtà e collaborazione, solo così si potrà sperare in un Fisco amico e contribuenti in buona fede, con l’obiettivo di eliminare la grande confusione fiscale che sta soffocando tutti, uffici dell’agenzia delle Entrate compresi. Come sempre, gli unici a beneficiarne sono i veri evasori. E poi si parla di “lotta all’evasione”, che, al pari dell’autotutela, appartiene al passato. 
Il “gioco dell’oca” del contenzioso - In tema di autotutela, è inaccettabile ed ingiustificato il comportamento di alcuni uffici che, anziché annullare gli atti sbagliati, costringono il contribuente, prima, a presentare ricorso e poi fare i tre gradi di giudizio, commissione tributaria provinciale, poi quella regionale e infine la Cassazione, trasformando così il contenzioso nel “gioco dell’oca”. D’altra parte, i funzionari dell’ufficio non hanno nulla da perdere, salvo raggiungere i cosiddetti obiettivi. La verità è che alcuni uffici, alla ricerca affannosa di evasioni inesistenti, emettono accertamenti senza porre in essere alcun contraddittorio con il contribuente, o mettendo in atto finti contraddittori. 
In genere, si tratta di atti emessi, buoni solo per il raggiungimento della cosiddetta M. I. A. (maggiore imposta accertata), che serve agli uffici per dimostrare che sono stati raggiunti gli “obiettivi” preventivati nel corso dell’anno. In questa affannosa ricerca, però, si rischia di fare fallire i contribuenti o di disturbare ingiustamente le persone per bene, generando inutile contenzioso. Non è giusto perché i fastidi per i contribuenti, non solo in termini economici, sono notevoli. 
Questo modo di operare è sbagliato, per la ragione che, in caso di errore dell’ufficio, il cittadino merita rispetto e l’atto sbagliato va annullato in autotutela senza perdere tempo. La verità è che la confusione fiscale è al massimo ed alcuni uffici fanno di tutto per moltiplicarla. In tutta questa confusione, le uniche persone che ci guadagnano sono i difensori dei contribuenti. Ma quelli che ci perdono sono gli uffici delle Entrate e i cittadini, cioè la collettività. E chi paga è solo il cittadino ingiustamente disturbato, perché alcuni uffici, anziché eliminare le liti inutili, preferiscono coltivare il contenzioso. Che ci pensino i giudici, così i funzionari del Fisco non rischiano nulla. 
Ad alimentare la confusione, si aggiungono alcuni giudici, che emettono sentenze a sorpresa, e così capita di vincere quando si è sicuri di perdere e capita anche il contrario. In questo senso, sono importanti le parole del Presidente dalla Repubblica, Sergio Mattarella, nell’affermare che “Il rapporto tra Fisco, cittadini e soggetti economici richiede al giudice tributario competenze e professionalità sempre più accentuate”. Ma, al pari delle semplificazioni promesse, ma mai realizzate, anche la riforma della giustizia tributaria, che, da più di 10 anni tutti considerano inevitabile ed indifferibile, non si realizza mai. 
Passare da uno stato di paura ad uno di certezza del diritto e fiducia - La gente è stanca delle tante complicazioni chiamate “semplificazioni”. I contribuenti, anzi i “Cittadini” meritano più rispetto ed un sistema fiscale che generi certezze, non paure, ansie e panico, come quello degli ultimi anni. Anche l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nell’illustrare le linee guida davanti alla Commissione Finanze del Senato, il 17 luglio 2018, ha affermato che è “doveroso passare da uno stato di paura nei confronti dell’amministrazione finanziaria a uno stato di certezza del diritto e fiducia”. 
I principi guida devono essere quelli di buona fede e reciproca collaborazione, ricordandosi che l’autotutela esiste, non è “una specie di optional” e l’ufficio emittente “non possiede una potestà discrezionale di decidere a suo piacimento se correggere o no i propri errori”. Se però l’ufficio non ha obbligo di risposta in tempi certi, ed il contribuente non ha alcuna tutela giurisdizionale, l’autotutela serve a poco, così come, oggi più che mai, sono una rarità i funzionari degli uffici che si assumono la responsabilità di annullare gli atti illegittimi o infondati. 
Davanti ad un atto sbagliato, la domanda che si fanno è sempre la tessa: “chi me lo fa fare”? Inoltre, come si è detto, si parla e si spera in un Fisco “amico”, ma la realtà è quella di un Fisco “nemico”, che non ascolta e, in alcuni casi, approfitta dell’errore inconsapevole ed in buona fede fatto dai contribuenti. In aggiunta all’obbligo, per gli uffici, di rispondere alle richieste dei cittadini, che chiedono l’annullamento in autotutela di atti sbagliati, è indispensabile che qualcuno rimetta in moto l’agenzia delle Entrate, risolvendo il grande “problema” generato dalla richiamata sentenza della Corte costituzionale del 17 marzo 2015. Diversamente, che la si smetta di prenderci in giro, parlando di lotta all’evasione, fatta solo a parole, con gli evasori che, sentitamente, ringraziano.

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